sabato 11 settembre 2010

IL DIARIO DEL DŌJŌ E LA REGOLA DELLE 10.000 ORE


Vi propongo la traduzione di alcuni scritti che sono stati pubblicati da Krista De Castella, una ragazza australiana, che si è trasferita ad Okinawa ed ha scritto un diario dei suoi giorni di pratica all’Honbu Dōjō di Higaonna Sensei su di un Blog in internet che potete trovare qui: http://memoirsofagrasshopper.blogspot.com/

Krista così apre il suo Blog:

Alcuni anni fa, un amico mi ha chiesto cosa farei se avessi un milione di dollari. Non dovetti pensare per rispondere – “Mi trasferirei ad Okinawa, in Giappone, per praticare sotto la guida del grande Maestro, Morio Higaonna Sensei”.  Fu solo in seguito che mi resi conto di non aver bisogno di un milione di dollari per realizzare il mio sogno…
Così ora sono qui, vivendo in un piccolo appartamento sopra un affollato ristorante giapponese a meno di due minuti di cammino dall’Honbu Dojo di Sensei. Mi sto allenando con lui quotidianamente da sei mesi e ho deciso di cominciare a prendere nota di alcune delle mie esperienze e momenti speciali.

Ha scritto dal 2008 al Maggio 2010 una serie di brevi riflessioni che mi hanno molto colpito per la loro semplicità e profondità e che esprimono brillantemente l’atmosfera che si vive nel Dojo di Higaonna Sensei e che ho avuto il privilegio di respirare in molte occasioni.

Così, sperando di farvi cosa gradita, ve ne propongo alcuni traducendoli in italiano cominciando da questo:

Il registro delle presenze dell'Higaonna Dojo



IL DIARIO DEL DŌJŌ E LA REGOLA DELLE 10.000 ORE

Bene, si è fatto tutto piuttosto tranquillo qui attorno e uno dei miei recenti ‘commentatori’ mi sottolineò ‘anche lo scrivere è una disciplina’ ed è una disciplina che ‘non deve essere trascurata’. E questo è vero. Ma, quando la vita si fa complicata penso che qualche volta dobbiamo scegliere tra l’allenarci e lo scrivere e per me l’allenamento viene prima.

Il commento mi ha fatto fermare e pensare profondamente circa la ‘perseveranza’ (staying power) e cosa ci permette di rimanere coerenti con le cose che ci siamo proposti di fare.

A Naha (nell’Higaonna Dōjō) avevamo un diario del dōjō – un foglio presenze giornaliero dove gli allievi scrivevano i loro nomi. ‘La Storia del Dōjō’ come ama chiamarlo Sensei. 
Questo piccolo libro aveva un modo divertente di parlarmi. Nelle rare occasioni in cui perdevo un allenamento, la linea bianca che rimaneva priva della mia firma avrebbe avuto un particolare potere nel farmi sentire in colpa.
Ma per lo più, il libro ed io eravamo in buoni rapporti.

Talvolta mi sono soffermata a sfogliare le pagine per osservare le firme e i nomi – talvolta l’inchiostro era stato diluito ed imbrattato da fronti sgocciolanti e mani sudate.
Mi domando di quante ore di allenamento sarà stato testimone quel libro?

Malcom Gladwell nel suo libro: ‘Valori anomali: La Storia del Successo’ parla della regola delle 10.000 ore come uno dei segreti della grandezza. Non è una sorpresa che la maestria richieda un enorme quantità di tempo e di pratica. Ma, secondo Gladwell, questo può essere più determinante ancora del talento naturale.
L’autentica maestria ed il successo possono essere semplici da raggiungere applicandoti a praticare 20 ore a settimana per un periodo di 10 anni.

Mi chiedo: questa enorme quantità di pratica è davvero sufficiente ?

Di certo, coloro che sono in grado di sottoporsi a tale mole di pratica dimostrano di certo altre qualità – e non ultimi, un amore ed una passione per quel che fanno che rende la loro pratica motivata e significativa. Nel contesto delle arti marziali, è molto facile ‘sintonizzarsi’ e affidarsi al movimento. Trovo difficile da credere che 10.000 ore di una ‘pratica povera’ possa essere davvero sufficiente. Dopo tutto, i difetti acquisiti sono i più difficili da correggere.

La regolarità e la quantità dell’allenamento sono chiaramente importanti ma lo deve essere anche la qualità dell’allenamento.

Può essere che, come sottolinea Randy Borum, è ‘la perfetta pratica che rende perfetti’ – 10.000 ore di attenzione determinata, concentrata e sistematica sull’allenamento e la volontà e disponibilità a perseverare anche quando non è divertente. 
E, mi domando se non è proprio questo a cui vuole portarci  Sensei attraverso il Diario del Dōjō.
Una memoria che ognuno di noi avrà delle proprie ore e una sfida a noi stessi per rendere ogni ora della nostra pratica ‘perfetta’.

6 commenti:

  1. Ciò che il Karate tradizionale riesce a darti è indescrivibile. Ti coinvolge "totalmente": non ci sente un Karateka solamente durante l'allenamento, ma lo si è in ogni pensiero e azione, tutto il giorno, per tutta la vita. Sicuramente il ritrovarsi nel dojo per praticare da soli o in compagnia è l'apice dell'esperienza per un Karateka, ed è forse per questo motivo che quando saltiamo una lezione, indipendentemente dal fatto che il nostro nome sia scritto o meno su un diario, ci sentiamo in colpa. In realtà proviamo questo sentimento, perché inconsciamente sappiamo di avere perso un'incredibile opportunità per crescere. Opportunità che sicuramente non si ripeterà, poiché ogni allenamento è un'esperienza unica.

    RispondiElimina
  2. spesso mi sono trovato a vivere quei momenti in cui senti che il cuore aumenta inesorabilmente i battiti, portandomi verso una stanchezza che persevera e non si toglie, spesso ho sentito che tutto quello di cui ho bisogno veniva meno e che quel tipo di sudore non si toglie solo con l’acqua, spesso mi sono sbagliato e poi sentito in colpa, eppure l’unico modo, quando tutto questo mi porta verso un’esplosione che mi fa perdere, l’unico modo, che resetta tutto questo accumulo che non mi fa più sentire e che mi fa perdere; Nasce dallo spendermi e non avere altri obbiettivi che la pratica vissuta durante l’esercizio.
    Parlo di quella magia che ti avvolge durante la pratica nel dojo, parlo di come porta a fluire il sangue dentro le vene quello spendersi senza riserve quell’abbandonarsi a noi stessi e non si tratta certo di seguire la becera motivazione di diventare forti, quella sparisce quasi subito, ma di quel desiderio quasi morboso che non basta, non basta mai, arriveresti anche in cima all’Everest e poi oltre.. in quel momento non sentiresti neppure la fatica.. com’è possibile che non c’è più nulla di tutto quel concreto che conosciamo in quel momento? Mi chiedo spesso dove finisce quell’abitudine che ci fa sentire stanchi e da dove arriva quella sensazione di pacatezza così potente da cancellare quei momenti in cui senti il cuore aumentare inesorabilmente i battiti e che ti porta verso una stanchezza che persevera e non si toglie.
    Riconosco in tutto questo che nessuna medicina al mondo può offrire una simile consapevolezza di noi stessi, niente ha la capacità di resettare i nostri pensieri e farci ripartire; come se un leggero vento avesse soffiato e tolta la polvere posatasi sui nostri pensieri, anche se per un breve periodo, permette di offrire la parte di noi più bella.

    RispondiElimina
  3. 'Praticare è conoscere sè stessi;
    Conoscere sè stessi è abbandonare sè stessi;
    Abbandonare sè stessi è riconoscersi in ogni esistenza.,

    Dogen Zenji

    RispondiElimina
  4. Anch'io mi sono più volte imbattuto nei sensi di colpa, dovuti dal saltare un allenamento, maggiormente nel dojo o in passato in palestre, ma anche tra le mura di casa, quando non ho rispettato la mia "scaletta".
    Questo senso di colpa, puntualmente mi crea un nervosismo, più o meno evidente.
    Proprio per questo a volte mi chiedo, se è corretto il senso di colpa, oppure sarebbe più giusto accettare il fatto. Ovviamente da questo discorso escludo le false scuse, dietro cui ci possiamo nascondere, quando a mancare non è il tempo, ma la voglia.

    RispondiElimina
  5. Un certo imprinting cristiano/cattolico ha instillato nella nostra cultura la convinzione che dobbiamo ‘praticare’ per espiare i nostri peccati.
    Si tratta indubbiamente di una cattiva interpretazione (che in qualche modo ha comunque fatto gioco a chi beneficia del senso di colpa di altri…) che ha portato ad evidenti quanto pericolose deviazioni in molti ambiti della nostra cultura.
    Quando nello Zen, durante il rito del mattino, recitiamo il Sangemon, le strofe di ‘pentimento e confessione’ l’idea alla base di questo rito è quella di riconoscere che la distrazione e il nostro Ego (ira, avidità ed ignoranza) hanno fatto sì che noi perdessimo il passo con il ‘ritmo dell’universo’, con l’Ordine delle Cose.
    Riconoscendolo istantaneamente lo ritroviamo.
    Il ‘vedere’ è già in qualche modo guarire.
    Come un bimbo che camminando distrattamente accanto al genitore ne perde il passo, si ritrova indietro, e, accortosene, accelera e si ritrova al fianco del padre…

    Yamaoka Tesshu Sensei, che vi invito a studiare, era solito proporre ai migliori allievi un Seigan (voto) una prova che prevedeva un periodo di mille giorni di allenamento al Dōjō senza alcuna assenza.
    Chi riusciva a perseguire questo risultato veniva ammesso alla prova finale: consisteva nel sostenere
    duecento combattimenti consecutivi contro avversari sempre freschi nell'arco di una
    giornata a cominciare dalle sei del mattino. Superato positivamente il primo Seigan, dopo un ulteriore periodo di allenamento, si passava al secondo: seicento combattimenti nell'arco di tre giorni. Il terzo e ultimo Seigan durava una settimana e prevedeva millequattrocento combattimenti consecutivi. Solo in otto superarono il primo Seigan, tre il secondo e solo due, Kominami Yasutomo e Sano Jisaburo, il terzo…

    Tornando alla nostra umile pratica ben lontana dalle prove di Yamaoka Tesshu Sensei, nell’idea stessa di pratica, definita in giapponese con il termine Gyōji, termine dalle evidenti accezioni religiose, è connaturato lo ‘sforzo quotidiano’ ma questo sforzo non è mai inteso come un male necessario, come un mezzo di auto mortificazione o espiazione, anche se in particolari situazioni l’allenamento può assumere forme ‘purificatorie’ (molto evidenti negli esercizi Shinto di misogi).
    La pratica deve divenire una gioiosa esigenza quotidiana, come il mangiare ed il nutrirsi.
    D’altronde di nutrimento e pratica igienica si tratta.
    Quindi ‘l’appuntamento’ con il Dōjō a volte necessita dello sforzo necessario a vincere la fisiologica pigrizia e perché no, la stanchezza, ma, una volta varcata la soglia del Dōjō dobbiamo essere investiti dalla ricchezza e benessere che derivano dall’esercizio.
    Se questo non accade vale la pena chiedersi se stiamo vivendo l’esercizio con il giusto atteggiamento.
    Per dirlo con le parole di Krista, che ha ispirato questo nostro scambio, se la pratica non è solo caratterizzata da quantità ma anche e soprattutto da qualità.
    Quindi, per concludere, il saltare un allenamento più che un senso di colpa dovrebbe piuttosto produrre un malessere che viene dall’aver perso un occasione per nutrirci del nostro piatto preferito, per aver rinunciato ad una tavola imbandita da condividere con buoni amici…

    Taigo

    RispondiElimina
  6. La maggior parte delle volte quando tolgo il gi dalla borsa e comincio a cambiarmi, mi ritrovo dopo pochi attimi davanti allo specchio con il gi indosso a scoprire che non sono cambiati solo i vestiti... A volte quando arrivo al dojo saluto di volata e corro solerte nello spogliatoio a compiere il rito. Non ho capito se il gi ha qualche potere magico, forse alla shureido fanno qualche rito strano magari ci incidono un ologramma tipo power balance che rimette le frequenze a posto. Magari esistono delle pillole con il 30 % a base di puro concentrato di cotone shureido, 20% guaranà 20% aloe vera, il resto coloranti ed edulcoranti che fa lo stesso effetto. Oppure è "solo" la ritualità del gesto che si ripete sempre uguale ma non è mai uguale.
    Giancarlo

    RispondiElimina