martedì 27 maggio 2014

Il Partigiano Compassionevole








Non si tratta di politica, qui. Oggi parlo anche di politica, ma solo perché mi aiuta a chiarire il discorso.
Mi sono spesso domandato come persone, per le quali per altri versi ho  rispetto, possano essere rimaste per anni irretite dalla fascinazione di Silvio Berlusconi.
Ma lo stesso, immagino, qualcuno potrà oggi domandarsi,  come si può rimanere inebetiti dall’ebetino, o da Grillo, o in altri tempi da ideologie che lambivano e sfociavano nel terrorismo. O come, prima ancora , nel ’54, ben pochi comunisti italiani si siano dissociati dai fatti d’Ungheria. O come si possa aver votato a favore della Monarchia, o per il Pentapartito.
Provo ad andare diretto al cuore del ragionamento, vi prego di reggere fino alla fine di questo pensiero, o di interrompere qui. La lettura parziale farebbe più male che bene, partendo da una esperienza personale, e quindi faziosa.
Raramente mi trovo d’accordo con gli altri. Ma questo nasce dal fatto che raramente sono d’accordo, in maniera stabile, convinta e ferma con me stesso. C’è tutto un gioco di statica e dinamica nel tenermi saldo in equilibrio su alcune certezze base, identitarie.
Se devo comprare un automobile, o se devo progettare un viaggio, la mia mente in maniera automatica organizza e compone una duplice lista di pro e contro. La sensazione della velocità sicura, il rimpiazzare il vecchio catorcio, ma anche le bollette da pagare, la critica del consumismo e l’affetto per il vecchio oggetto, e ancora la comodità degli spazi, l’efficienza energetica, ecc. ecc.
E’ più forte di me. O vedo tutti insieme i vantaggi di una scelta, o ne vedo gli svantaggi.
Spesso agisco d’impulso. E sono le scelte migliori. Ma succede altrettanto spesso che  il pensiero ponderato e maturo porti lo stesso a scelte felici. Si tratta in fin dei conti di fare i conti con la determinatezza che deriva da ogni scelta. Se mi sposo non sarò più single, se procreo non sarò più irresponsabile (oddio non vale per tutti…). Se esisto non posso non esistere (almeno finché vivo), e se sono qualcosa di determinato necessariamente non potrò essere qualcos’altro.
Spesso la scelta viene operata per utilitarismo (non in senso spregiativo ma in quanto ho bisogno di essere operativo per vivere) spesso per comodità, o ancora per pigrizia e abitudine.
Ecco a che mi serve l’immagine qua sopra  dell’anatra – lepre.
Il cervello coglie l’immagine dell’anatra o della lepre. In quel momento non vede, non ci riesce, l’altro animale. Se afferra la lepre, scappa l’anatra. Può essere facile vedere un’anatra, se tutt’intorno vedo disegnate altre anatre. Posso essere indotto dall’abitudine o dall’utilità. O al contrario posso voler vedere la lepre, proprio per anticonformismo.

Ora, io so perfettamente che ci sono infinite buone ragioni a favore dell’acquisto di una macchina nuova, ma sono indigente e mi determino a non volerle vedere. Il mio vissuto, influisce sulla scelta. O in maniera razionale, o in maniera semi-impulsiva, mi convinco così che devo vedere l’anatra. Magari mi basta un piccolo aumento in busta paga, o una vincita al gratta e vinci per giudicare quell’insieme di segni come appartenenti ad un altro campo di significati, e vedere la lepre.
Sono una partita IVA e voglio convincermi che abbiamo bisogno di una svolta liberista, sono un dipendente pubblico, e voglio le tutele sindacali. Poi anni di crisi, mutano il liberista convinto, in un forcone del mandiamoli tutti a casa, dopo che ha digerito per anni Ministri e politiche improponibili e il dipendente pubblico in un reazionario che difende piccoli privilegi di casta dopo aver predicato a destra e a manca l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Questa piccola introduzione, mi aiuta a dare una risposta ad alcuni interrogativi. Posso oggi serenamente dire, come dicevo, che chi ha appoggiato la democrazia cristiana nel corso dei 50 anni che hanno seguito la seconda guerra mondiale fosse sempre un corrotto, un pauroso, un colluso? Non posso riconoscergli valori diversi dai miei? Non riesco a figurarmi nessuno in buona fede nel campo avverso? Nessuno che veda sinceramente una lepre e non la mia anatra? Uno che nel ’45 credesse veramente che i liberatori erano gli americani, che negli anni ’50 era meglio non cadere nel grigiore conformistico del comunismo, che votare PCI equivaleva a negare gran parte delle proprie credenze? Senza pensare che tutti questi fossero ladri, collusi, servi della CIA, complici degli orrori compiuti in Vietnam? Le anime belle (io per primo), quelle che sono sempre dalla parte giusta, vedono l’altrui lista dei contro. Non riescono proprio a vedere e a riconoscere la loro lista dei pro.
Da ragazzo manifestavo contro la collusione stato mafia, contro i servizi deviati, contro l’imperialismo americano e lo sfruttamento delle risorse mondiali, le multinazionali, l’inquinamento, l’energia nucleare, i missili. Ho fatto bene a manifestare. Ma sono sicuro che se avessero vinto gli altri, i miei, avrei risolto i problemi? Non c’era un imperialismo sovietico, il suo sistema di controllo dei governi e dell’opinione pubblica? La corruzione sarebbe scomparsa con il partito di Berlinguer e delle cooperative? Si poteva cambiare il mondo con le buone intenzioni?
Se su un piatto della bilancia metto la fame nel mondo, le multinazionali, lo sfruttamento, la guerra, il militarismo, non posso controbilanciare tali pesi con niente. Non c’è scelta politica che tenga. Tutti sono contro la guerra, e le spese militari. Io ero contro i missili nucleari americani a Comiso. Costavano, spingevano alla corsa al riarmo, non erano un deterrente utile, erano un rischio politico, ambientale, un peccato morale. Non è detto però che storicamente non siano stati parte della soluzione del problema che essi stessi rappresentavano.
Oggi. A me sembra inaudito che per più di 20 anni ci siamo digeriti e maldigeriti un signore, Berlusconi,  che non mi riesce proprio a piacere dal punto di vista politico, umano e imprenditoriale. Ma non riesco ad immaginare che a sostenerlo, dal ’94 ad oggi, ci sia stata solo l’Italia peggiore. I corrotti, gli egoisti, il malaffare, i mafiosi. Fa comodo vederli così. Ma poi non mi riesco a spiegare le piazze piene di gente urlante e convinta, si lo so, organizzavano anche tanti vecchi a pagamento, ma tanti altri hanno creduto alla rivoluzione liberale, al pericolo comunista, ad un sacco di menzogne, che io reputo tali, che il cialtrone, perché io lo reputo così, gli imboniva. Oppure hanno soppesato attentamente i propri pro e contro con i pro e contro dell’altra parte e hanno fatto la loro scelta, non necessariamente dettata dall’interesse personale.
Sono quasi quotidianamente insultato indirettamente sui social network perché sarei un colluso. Solo perché non imbraccio le armi dell’indignazione pentastellata. Frotte di gente arrabbiata, giustamente incazzata e indignata, si chiede come si possa non aderire alle ragioni della loro protesta. Magari anche gli stessi che io insultavo nei miei quasi 30 anni di elettorato, perché fascisti, veterocomunisti, movimentisti, autonomi, liberisti, qualunquisti.  Siete sicuri che incanalare tutte le aspettative generate da una situazione sociale e personale difficile e insopportabile non sia facile, per voi che vi aderite, ma soprattutto per chi vi voglia strumentalizzare, magari anche in buona fede? La promessa di una soluzione facile, a tutti i problemi, e l’esistenza di una chiara linea di demarcazione, voi e loro. Io non voglio dire che non dovete pensarla come volete. Che non possiate trarre le vostre scelte. Ma dove eravate quando ad essere in mutande e  disgustati e incazzati c’erano gli altri? Vi siete sempre trovati tra i puri? Io non sono comunista. Ne un liberale. Ne un radicale. Benché io sia anche tutte queste cose. Di sicuro non sono un ladro. Un disonesto. O un violento.  Un cieco o una persona che non sa o non vuole ragionare.
Nel momento in cui si imbracciavano le armi, e le anatre sparavano alle lepri, per loro, per i puri, per chi ci credeva,  quel sangue era il prezzo da pagare per ottenere la giustizia sociale. Il momento in cui si insinua il dubbio, che possa esserci un’umanità legittimata a vedere lepri, o peggio ancora, il dubbio di aver voluto vedere ostinatamente solo la propria lettura del segno, deve essere un momento tremendo per chi si è dimostrato sempre fermo nel  giudicare, con disprezzo e senza possibilità di replica. O con noi o contro di noi.
Oggi c’è disgusto e sdegno per la corruzione, per la politica del palazzo. Contro gli incapaci e i collusi si cavalca il cavallo dell’onestà e della trasparenza. Ma arriverà il momento di dover compiere delle scelte. Così come avviene per tutte le minoranze nei partiti tradizionali, quelli non padronali, il dissenso dovrà poter trovare espressione. In nome e per conto dei valori che uniscono quella comunità, dovrà venire il momento della differenziazione, della scelta e dell’accettazione di questa differenza.
Ma dicevo che non era di politica che mi volevo occupare. Infatti quello che mi preme e mi sta a cuore è altro.
Ci sono momenti in cui mi vedo e dico  “io sono”. E magari riesco a cogliere anche il limite dei tratti che circoscrivendomi mi delimitano. E riesco a immaginare lo sfondo al quale quei tratti rinviano, lo sfondo sul quale si staglia la mia figura.
Ogni determinazione positiva, ogni  Io sono questo, è un atto che delimitando, crea un identità “me stesso” differenziata da qualcos’altro. Se io sono giallo, non sono rosso. Magari sono colorato, come il nero, ma non sono nero. Ad un altro livello io  sono mi oppone all’insieme delle cose, al mondo “esterno” preso come un tutto, ci sono io e c’è tutto il resto. Il mio non essere è la somma di tutto ciò che mi limita.
Ancora ad un altro livello c’è il tutto inteso come altro che mi nega nell’esistere, negazione radicale, il nulla, la morte, l’altro non determinato. Il dialogo fra tutte queste affermazioni dell’identità (io sono, io sono questo) e le sue varie negazioni e superamenti, crea spazi al confronto, indicibile, con l’altro che in qualche modo mi è estraneo ma che entra comunque in gioco con il suo alone di mistero. Ogni momento di questo continuo passaggio dal particolare alla perdita di senso del segno, fra le diverse affermazioni e negazioni, ha una sua fondatezza e valore.
Ma non è neanche a questo che volevo arrivare.
Ci sono momenti in cui sento “Sono”, in cui cioè sono e basta. In cui non potrei mai pensare qualcosa come “Io sono” o “Io sono questo e quello”, ma in cui al limite potrei esclamare “Sono!” e “Sono!” in ogni attimo. Come un robot o un sasso che riceva l’autocoscienza all’improvviso, come un bimbo che scopre le cose del mondo.
Ci sono momenti in cui “SONO!” e lo SFONDO si sovrappongono.  Sfocalizzando  lepre e anatra trovano pace. Quando i tratti dell’una e dell’altra, che sono gli stessi, si fondono e vengono percepiti per quello che sono, oltrepassando la percezione della mente che coglie un aspetto.  E’ uno stato che per alcuni versi non si differenzia molto dalla demenza senile, in cui l’esperienza di una vita si dissolve pian piano nel nulla. Ma non è solo questo. Appartenere all’oceano, ma essere Particella! Molecola! Goccia! Mare! Mondo! Tutto! Niente.
Capite quanto sia importante rimanere pronti. Le differenze, cogliere le differenze, o le apparenze, è sì importante. E’ importante coglierle e giudicare il mondo in base ad esse. A partire dalla propria individualità e singolarità. Ma è anche importante rimanere pronti all’esclamazione, a lasciarsi stupire dagli altri. A dubitare delle proprie incrollabili certezze. A mettere in discussione tutto. A scegliere e sapere che avrei potuto scegliere diversamente. A raccogliere la determinazione che genera ogni mia scelta, responsabilmente. Ma non indossare nessuna uniforme, nessun distintivo che possa coprirmi la visuale. Che le stellette si infilzino pure sulla pelle ma nessuna spilla, nessuna appartenenza trafigga il cuore al punto di non saper riconoscere questo gioco incessante di essere e non essere, questa necessaria apparizione dell’identico contrapposto al differente, apparizione compassionevole e aperta all’altro. 



martedì 15 aprile 2014

Giri : L'autentico Legame tra Maestro ed Allievo





Dopo l'allenamento questo pomeriggio, ho cominciato a ricordarmi del tempo passato con il mio maestro a Okinawa,e della quantità di tempo e fatica che ci volle prima che riconoscesse che la mia fedeltà era reale. La mia fedeltà non si misurava in yen o dai regali al sensei, ma nell'essere nel dojo ad allenarmi ogni singolo momento che la porta era aperta. Ho trascorso letteralmente migliaia di ore ad allenarmi sotto l'occhio vigile di Takamiyagi Sensei negli anni in cui ho vissuto ad Okinawa. Ho trascorso centinaia di ore ad occuparmi di pulire il dojo dentro e fuori, e i Sabato mattina, era mia Giri (responsabilità, senso del dovere) privato pulire le erbacce e la spazzatura fuori dal dojo. Dopo un po' di mesi, Sensei venne al dojo un Sabato mattina e mi scoprì; mi disse che sospettava che uno dei suoi allievi stesse pulendo segretamente i pavimenti del dojo e voleva vedere chi fosse. Non aprì il dojo quel giorno;invece mi disse 'prenditi un attimo di riposo, facciamo una passeggiata'. Camminammo lungo il piccolo isolato dal dojo alla diga Sunabe, Sensei comprò due tazze di tè da un venditore lì vicino, e ci sedemmo sulla diga a guardare le onde infrangersi mentre parlavamo per circa un'ora. Durante il corso della conversazione,mi chiese quando avevo cominciato a pulire i pavimenti del dojo e perchè l'avessi fatto. La sua espressione divenne seria, non molto arrabbiata, ma molto severa;onestamente, ero preoccupato che pensasse che stessi provando ad intromettermi in cose che non mi riguardavano ed ero sicuro che stavo per essere sgridato;  ma dissi a Sensei che avevo cominciato a pulire da un paio di settimane, e l'avevo fatto perchè era necessario che fosse fatto, e perchè volevo essere orgoglioso del mio dojo. (La verità è che,la sera precedente, dopo il corso, mi caddero le chiavi della macchina, e siccome l'erba era abbastanza alta e folta,ci vollero un po' di minuti per trovarle.) Avevo in realtà pianificato di pulire fuori dal dojo solo quella volta, ma mi sentii in dovere di tornare ancora,e ancora. Mi faceva sentire molto bene avere una responsabilità personale nel dojo. (anche se omisi di raccontarlo) Sensei mi sorrise e mi disse 'joto' (molto bene) e dopo cambiò argomento. Sebbene avessimo avuto in passato conversazioni di 5-10 minuti ,era sempre stato nel dojo e con un gruppo di altri allievi; questa era la più lunga che Sensei aveva avuto con me, e la prima conversazione faccia a faccia. Dopo aver parlato per un po',mi disse, 'andiamo a mangiare' così camminammo per un po' di isolati fino ad Hamaya Soba per quella che sarebbe diventata una tradizione del Sabato per un paio d'anni. Dopo aver mangiato, ringraziai Sensei per il pranzo, e prendemmo strade separate. Andai al dojo di Sabato mattina a pulire, e allora Sensei si presentò giusto per ora di pranzo. Camminammo e parlammo di karate, filosofia ,vita e amore; ascoltai consigli e storie degli antichi Maestri ,imparai e il nostro legame divenne più stretto .Sensei più tardi mi invitò a casa sua per pranzo/cena e fui accettato e accolto calorosamente dalla sua famiglia.  Stranamente,il termine 'giri' non uscì mai durante nessuna conversazione; non ho nessun'idea sulla terminologia che definisce 'giri' come obbligo, dovere, fedeltà ma ho certamente compreso il concetto. Mi sentivo in dovere allora, come faccio ancora, di fare qualsiasi cosa potessi per aiutare Sensei, per aiutare il dojo, e per trovare piccoli modi di fargli capire che ero veramente grato per tutto quello che condivideva con me.
Giri 義理: Credo che anche senza essere istruiti sui dettagli del giri, ogni karateka serio di buon carattere è attratto dalla pratica come una farfalla da una fiamma. E sebbene il concetto di giri possa essere insegnato e giustificato ad un livello razionale, il praticante deve sentire il desiderio senza il bisogno di una giustificazione razionale per viverlo autenticamente. Abbastanza semplice, per me come allievo, avere un debito di riconoscenza per il mio Maestro per tutto quello che ha fatto. In cambio,cerco di ripagare quel debito mostrando la mia fedeltà nel fare tutto ciò che posso per aiutare il mio Maestro, e il dojo. Il lato che più si dimentica del Giri, è che è sempre reciproco. Quando l'allievo tenta di restituire il debito di riconoscenza verso il Maestro attraverso diversi modi di sforzo personale, allora quel Maestro sentirà spesso il dovere di condividere ancora di più con il suo devoto allievo come ricompensa per la sua fedeltà. E il ciclo continua. Quando un allievo sacrifica tempo, soldi, o si affatica per il suo Maestro, questo sarà sempre riconosciuto e apprezzato. Qualche volta, è qualcosa di semplice come essere riconosciuto ed invitato a pranzo da Sensei il Sabato. Negli anni che ho vissuto e mi sono allenato a Okinawa, il tempo trascorso nel dojo ad imparare e a praticare sarà sempre di incalcolabile valore, ma il tempo privato -quelle centinaia di ore che ho avuto col mio Sensei- rimarranno impressi nel mio cuore per sempre.

G.Parker

martedì 4 marzo 2014

Lean Philosophy

E' uscito in libreria questo interessante saggio di Vittorio Mascherpa nel quale ha inserito passaggi dell'intervento di sensei Spongia al Convegno DIM di Arpino dal titolo 'La Spiritualità del Lavoro'.

Questo il link per leggere l'interessante conferenza in versione integrale:



mercoledì 29 gennaio 2014

Il Luogo della Vittoria

"Contro la spada di un avversario
Non metterti in guardia,
Ma tieni la menti immobile;
Quello è il luogo della vittoria. "

Tesshu Yamaoka Sensei


© Tora Kan Dōjō




sabato 11 gennaio 2014

Uno studio sul 108, il numero “mistico” per eccellenza

Uno studio sul 108, il numero “mistico” per eccellenza

di Valentina Espositi


Guardando il mare impetuoso in un ventosissimo giorno d’ inverno tipico del nord-est, non ho potuto fare a meno di pensare al significato che questo numero ha per me, a come l’ho incontrato e a come sto cercando di “incorporarlo” nella mia vita. Con i mezzi a mia disposizione ho buttato giù alcuni appunti, che poi mi sono trovata a sviluppare in un’ idea più lineare in un secondo momento.

Il primo incontro è avvenuto circa tre anni fa nel contesto alle arti marziali. Ancora prima di entrare nel mondo del Goju-ryu, o per meglio dire di lambirne la superficie, mi ero informata il più possibile su ciò che stavo per iniziare a praticare con l’entusiasmo da neofita, e per prima cosa mi sono ritrovata a guardare i video di quello che era il kata più alto in assoluto di questo stile. In quel momento, rimasi abbagliata dalla potenza travolgente di quei movimenti, eseguiti con precisione, velocità misurata e tempistica perfetta. La bellezza era data dalla “rozzezza” di mosse brevi, primitive, ancestrali, tuttavia controllate ed incastrate perfettamente l’una con l’altra per formare un insieme ipnotico di movimenti, più mistico che bellico.

Higaonna Sensei in Suparinpei Kata

A volte le prime impressioni, gli istinti, hanno un fondo di verità che noi a poco a poco raschiamo via con la razionalità a causa delle sovrastrutture che ci imprigionano. Agli albori del mio interesse per le arti marziali, prima ancora di aver mai messo piede in un dojo, fantasticavo di eseguire questo kata supremo con eccellente perfezione e, per quanto l’idea possa far ridere chiunque provi ad immaginare la scena, non era del tutto fuori luogo. Questo non perché’ io creda che potrò mai raggiungere un tale livello in vita mia, ma semplicemente perché’, come molte altre persone che iniziano un particolare percorso (o cammino) cercando di ritrovare la potenza, la forza e perfino una sana aggressività dentro di se’, anche io per prima cercavo la pace del cuore (e della mente, e dello spirito). Il mio istinto aveva capito che per arrivare a compiere quei gesti incarnandoli anima e corpo, bisogna aver prima raggiunto un livello di conoscenza e dominio di se’ stessi tale da non essere più vittima di conflitti interiori.

Così come solo chi porta la spada può dirsi pacifico, solo chi è in pace con sé stesso può prepararsi a “fare la guerra”. Anche se dubito che chi sia giunto a tale stato di beata introspezione abbia il minimo interesse a sprecare il proprio tempo e le proprie energie per combattere contro tutto e tutti. Insomma, guardare il Suparimpei (il nome giapponese del kata) mi ispirava un senso di pace più che di battaglia, di liberazione più che di aggressività.  Ovviamente, questo kata esprime anche una forza esplosiva che traspare in ogni gesto, ed è indubbiamente una delle più alte espressioni di marzialità, ma guardando a volte l’espressione serena di chi lo esegue, si direbbe sia più espressione di una pacata meditazione personale.


Spongia Sensei in Suparinpei Kata


Solo tempo dopo ho appreso a livello cosciente che il Suparimpei ha veramente a che fare con la pace del cuore. Il numero da cui prende il nome, il 108, è proprio di una serie di tradizioni orientali (quali la medicina tradizionale cinese, il Buddhismo, l’Induismo e le Scritture Vediche per nominarne alcune) e si ottiene grazie all’esistenza di corrispondenze matematiche e filosofiche fra numeri simbolici, i quali moltiplicati fra loro cercano di ricreare le dinamiche dell’uomo, dell’ universo e delle relazioni fra di essi.

Un’ ipotesi in chiave buddhista applicata al Karate è che il Suparimpei racchiuda le 108 passioni da combattere per raggiungere la “pace dei sensi”, ovvero uno stato di “non-essere” e la conseguente  fusione con il cosmo.  Il numero in particolare si ottiene in questo modo: ai 6 fattori (occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e spirito-mente) si moltiplicano le 3 passioni (piacere, cattiveria e pace), originando il numero 18. Di nuovo si moltiplicano i 6 fattori per fatica, piacere e rinuncia (che altro non sono che le tre passioni precedenti, ma affrontate ad uno stadio di conoscenza superiore), ottenendo di nuovo 18 il quale, sommato al precedente, fa 36. A sua volta, questo numero moltiplicato per 3 (passato, presente e futuro) equivale a 108. Quando ho letto per la prima volta questa spiegazione, nonostante ce ne siano sicuramente molte altre, ho avuto l’impressione che descrivesse bene quanto sia lunga e tortuosa la battaglia contro le nostre tentazioni e debolezze, e come vada combattuta su tutti i fronti (nello spazio, nel tempo e contro ogni proiezione delle nostre frustrazioni). Il Suparimpei va praticato “senza cuore”, inteso però come “mente” (in Giapponese “Shin” significa appunto sia cuore che mente). Così senza razionalità o pensiero cosciente, senza ego, senza intenzione, solo col cuore libero e devoto di un vero marzialista.

I numeri utilizzati (3, 18 e 36) ricorrono non solo nelle arti marziali (e nel Goju-ryu in particolare, dove danno nome ad altri kata intermedi) ma anche in altre discipline di coltivazione del Sè come ad esempio il Qi-Gong - una serie di pratiche antichissime collegate alla medicina tradizionale cinese - in cui alcuni movimenti che corrispondono a specifici meridiani energetici vengono ripetuti 18 o 36 volte (come per esempio la pratica taoista di battere con forza i denti per tonificare la zona lombare, detta “koshi” in Giapponese). Il numero tre invece è forse quello che ricorre più incessantemente nella ripetizione di svariati esercizi volti a lavorare sul Qi (l’ Energia, il Fuoco sacro, il carburante invisibile che alimenta l’ Uomo ed il Cosmo). Nel Karate è fondamentale il kata chiamato Sanchin (Tre Battaglie), il quale può essere inteso semplicemente come la battaglia per domare sia il corpo che la mente che lo spirito, ma potrebbe anche significare rivolgere questa battaglia al passato, al presente ed al futuro, il tutto anche mantenendo l’attenzione alternativamente o contemporaneamente sui tre aspetti tecnici principali del kata, quali il respiro, la postura e la tensione muscolare.



Nella tradizione buddhista esiste anche un’altra versione dell’ origine dei 108 sentimenti o sensazioni. Esistono di base tre modi di percepire (e porsi verso) la realtà: piacere (felicità), dolore (tristezza), e neutralità. Si ottengono 18 “impressioni” moltiplicando i 6 sensi di cui sopra per i tre approcci alla vita, e proseguendo il calcolo come in precedenza, ottenendo le 108 emozioni. Sempre a livello emotivo, il 108 può rappresentare i desideri, le bugie, o le illusioni che insidiano la pace dell’ uomo. In questo ambito figura il termine “Dharma” presente sia nel Buddhismo che nell’ Induismo, ad indicare i “fenomeni” in base ai quali viene percepita la realtà e suggerisce un percorso di liberazione individuale dalla prigionia dei sensi. Alternativamente il Dharma può rappresentare le “regole” immutabili dell’ Universo cui bisogna uniformarsi per entrarvi in armonia (Tao). Se concepissimo l’ Universo come una serie di leggi matematiche (così come tentarono di spiegarlo le equazioni di Einstein o i maggiori filosofi dell’antica Cina nel grande classico I-Ching, o Libro dei Mutamenti) dovremmo imbatterci abbastanza spesso nel numero 108.  Ed infatti, il 108 è particolare innanzi tutto perché è un “numero di Harshad” (“grande gioia” in Sanscrito), ovvero è divisibile per la somma delle sue cifre. Lungi da me definirlo come una “costante cosmologica”, ma sembra che il diametro del Sole sia 108 volte quello della Terra, mentre la distanza media fra i due è circa 108 volte il diametro del Sole. Ed infine, la distanza media tra la Terra e la Luna è 108 volte il diametro della Luna.

Ma torniamo sulla nostro pianeta, dove in ambito linguistico il 108 trova corrispondenza nel Sanscrito, il cui alfabeto è composto di 108 lettere (54 maschili e 54 femminili), mentre nell’ astrologia abbiamo 9 pianeti per 12 costellazioni = 108. A livello spirituale, nell’ Induismo esistono 108 divinità, e si dice che l’ Atman, l’anima dell’ uomo, attraversi 108 stadi durante il suo viaggio nel cosmo. 108 è il numero dei grani dei mala (rosari conta-preghiere) e della somma dei canali energetici che confluiscono nel Chakra del Cuore. Quest’ ultimo è raffigurato da un fiore di loto a 12 petali, ognuno dei quali ha valore di 9.

E dopo esserci convinti che il 108 ha innumerevoli altri significati, possiamo concentrarci sull’unico che forse può avere un’ applicazione quotidiana in questo momento dell’anno (e della Storia). In Giappone il nuovo anno inizia solo dopo i 108 rintocchi della campane che rappresentano i desideri (Bonno) che tormentano il genere umano. Ogni colpo viene dato solo dopo che quello precedente si sia completamente dissolto e quando l'eco dell'ultimo rintocco svanisce.  Questa cerimonia nella tradizione serve per purificare i peccati dell' anno vecchio e a ricominciare "puliti" l'anno che verrà,  ma può anche essere una speranza di mandare in fuga le passioni, i cattivi pensieri, le delusioni e tutto quanto possa aver contribuito a creare quei desideri.



FONTI:

 
Swami Jnaneshvara Bharati 
 Meaning of 108 beads on a mala

Discorsi Di Buddha (www.purifymind.com)

“The 108 Defilements of Buddhism”