giovedì 11 settembre 2014

30 precetti - Dojo Etiquette

Morio Higaonna Sensei e An'ichi Miyagi Sensei
nel dojo di Yoyogi a Tokyio (ca. 1973)
Dal libro di Morio Higaonna Traditional Karatedo vol. 1 (1985)  ecco 30 regole di comportamento per chi entra nel dojo.
Precetti di buon senso, che appaiono leggeri ma che nel susseguirsi di prescrizioni igieniche a regole di comportamento focalizzano l’attenzione sull'atteggiamento col quale ci si deve predisporre alla pratica e all'incontro col Maestro, con gli istruttori e con i compagni. Il comportamento che viene richiesto non è meramente formale: tramite il sudore, il rispetto degli altri, degli spazi, dell’attrezzatura, degli indumenti, questo saper muoversi nel dojo diventa abito. Con la pratica il dojo diventa parte di noi. La forma che assume la nostra devozione verso questo spazio, non è più prescrizione ma descrizione di un sentire. Per questo il recente compleanno del Tora Kan Dojo è anche un po’ il nostro compleanno, di chi lo vive oggi, non importa se da venti o da un anno. Tutti insiemeinsieme a Tutto in cammino sulla Grande Via.


Il dojo è un luogo sacro dove ci alleniamo fisicamente e mentalmente. Gli studenti sono tenuti a portare rispetto al dojo e a osservare le seguenti norme di comportamento:
  1. Gli studenti devono rispettare il programma di allenamento. Devono inoltre sforzarsi di non essere in ritardo per le lezioni.
  2. Prima di entrare nel dojo, toglietevi i giacchetti, le sciarpe, i cappelli ecc. Dopo esservi tolti le scarpe all’entrata, riponetele in perfetto ordine. Se ne trovi qualcuna in disordine, mettila in ordine.
  3. Se incontri all’ingresso uno studente anziano, fai entrare prima lui.
  4. Quando entri al dojo pronuncia in modo chiaro e gioioso “Onegai shimasu”, che significa “Per favore aiutami”.
  5. Nell’entrare mostra rispetto inchinandoti verso lo Shomen.
  6. Sii sempre educato verso i tuoi istruttori, gli studenti anziani e i più grandi.
  7. Prima di cominciare la pratica vai in bagno.
  8. Cerca di mantenere sempre puliti e ordinati i tuoi indumenti per la pratica. Allenati nel dojo sempre con indumenti puliti.
  9. Sii consapevole delle tue condizioni fisiche.
  10. Mantieni corte le unghie delle mani e dei piedi, per evitare infortuni quando pratichi insieme agli altri studenti.
  11. Non mangiare per un’ora prima dell’allenamento.
  12. Non tralasciare mai gli esercizi di riscaldamento prima di cominciare l’allenamento, anche quando pratichi da solo.
  13. Quando osservi l’allenamento al dojo, siedi in maniera appropriata, non allungare le gambe. Poggia le mani sulle ginocchia.
  14. Quando un istruttore annuncia l’inizio dell’allenamento, disponiti velocemente in linea, rivolto verso l’altare.
  15. Quando l’istruttore chiama “Mokuso!” (meditazione), chiudi gli occhi, respira profondamente dal basso addome, concentrati sul tanden, e cerca di raggiungere la concentrazione.
  16. Mentre pratichi ascolta in modo attento e serio alle istruzioni e ai consigli che ti vengono dati.
  17. Quando usi l’attrezzatura per l’allenamento maneggiala con cura. Assicurati di riporla nel posto giusto dopo averla utilizzata.
  18. Quando un istruttore ti da qualche consiglio, ascoltalo attentamente e sinceramente. Non dimenticarti di mostrargli che hai sentito e capito il consiglio.
  19. Ogni studente dovrebbe conoscere bene la propria condizione fisica, la propria resistenza e le propria forze. Non importi di fare l’impossibile.
  20. Gli istruttori devono sempre prestare attenzione alle condizioni fisiche di ciascun studente. Fate una piccola pausa nel mezzo della pratica.
  21. Cinque minuti prima della fine della sessione di pratica, insieme a tutti gli altri studenti esegui gli esercizi conclusivi.
  22. Quando gli esercizi finali sono conclusi siedi in seiza.
  23. Disponiti alla calma e alla quiete, concentrati e recita i dojokun (i precetti del dojo).
  24. Inchinati con considerazione e rispetto al Maestro, agli istruttori, agli allievi anziani, e ai compagni di pratica.
  25. I principianti e le cinture colorate devono chiarire qualsiasi dubbio chiedendo agli allievi anziani. E’ importante studiare karate in ogni momento.
  26. Non dimenticare mai di ringraziare chi ti da consigli sul karate.
  27. Docce o bagni troppo caldi non vanno bene. Non sprecare troppo tempo per la doccia.
  28. Le sigarette danneggiano la tua salute fisica in molti modi. Il fumare non ha nessun aspetto positivo.
  29. Se ti infortuni, non praticare finché non sei completamente guarito. Durante questo periodo assisti agli allenamenti.
  30. Quando lasci il dojo non dimenticarti di pronunciare “Arigato gozaimashita” (grazie infinite), o “Shitsurei shimasu” (mi scusi).



From the book by Morio Higaonna Traditional Karatedo vol. 1 (1985), here's 30 rules of conduct for those entering the dojo.


The dojo is a sacred place where we train ourselves physically and mentally. The students should respect the dojo and observe the following etiquette:

  1. The students should observe the training schedule. The students should try not to be late for training.
  2. Before entering the dojo, remove outer clothing such as coat, scarf and hat. After taking off your shoes at the entrance , place them neatly in order. If you find some shoes in disorder, place them in order, also.
  3. If a senior student is standing behind you at the entrance, let him go in first.
  4. Upon entering the dojo, say “Onegai shimasu”, meaning “Please help me”, clearly and cheerfully.
  5. Upon entering the dojo, show respect by bowing to the dojo shrine.
  6. Always be polite to your instructors, senior students and elders.
  7. Before starting practice, go to the toilet.
  8. Always try to keep your training clothes clean and tidy. Always practice in clean training cloche in the dojo.
  9. Be aware of your physical condition.
  10. Keep your finger nails and toe nails short, to prevent injury to other students when practicing together.
  11. Do not eat for an hour before practice.
  12. Do not forget to do warm up exercises before practicing, even if you are practicing alone.
  13. When you observe the training at the dojo, sit in the proper way, and do not stretch your legs out. Put your hands on your lap.
  14. When an instructor calls for training to begin, line up smartly, facing the dojo shrine.
  15. When the instructor calls for “Mokuso!” (meditation), close your eyes, breathe deeply from the lower stomach, concentrated on the tanden (lower abdomen), and try to achieve concentration.
  16. While practicing listen carefully and seriously to the advice and instructions given to you.
  17. When you use the training equipment, handle it with care. Be sure to put it back in the correct place after using it.
  18. When an instructor gives you some advice, listen carefully and sincerely. Do not forget to show that you have heard and understood the advice.
  19. Each student should know his physical condition, stamina and physical strength well. Do not force yourself to do the impossible.
  20. The instructor should always observe the physical condition of each student. Take a short break in the middle of the training period.
  21. Five minutes before the end of the training period, do the closing exercises together with all the students.
  22. When the closing exercises are finished, sit in the “seiza” form in the original position.
  23. Make yourself calm and quite, concentrate your mind, and recite the precepts of the dojo.
  24. Bow to the instructor, senior students and each other with appreciation and respect.
  25. The beginners and colored belt students should ask the senior students if they have any questions. It is important to study about karate always.
  26. Do not forget to thank any one who gives you some advice on karate.
  27. Baths which are excessively hot are not good for you. Nor should you spend too long a time in the bath.
  28. Cigarettes damage your health in innumerable ways. Smoking does not have even one redeeming feature.
  29. When you injure yourself, do not practice until the injury is completely healed. Watch the training during these periods.
  30. Upon leaving the dojo, do not forget to say “Arigato gozaimashita” (thank you very much), or “Shitsurei shimasu” (excuse me).

     
 



giovedì 21 agosto 2014

Equilibrio, Purezza, Bellezza, Energia.

Videolettura dell'articolo qui:






" Le guerre e le tragedie familiari nascono dall'incapacità di adattare le tradizioni ai tempi che cambiano. La Via della verità si apre quando si segue il corso della storia. Dopo la prima guerra mondiale l'umanità intera era stanca di tante atrocità e sofferenze, eppure si produsse la seconda guerra mondiale. Solo quando l'umanità si trova nella catastrofe, è capace di tagliare il suo legame con il passato. Dobbiamo e possiamo trovare una soluzione che non sia quella della guerra. La terza guerra mondiale non deve prodursi in questo mondo. Oggi tutti sanno che se si produce sarà l'ultima. Il secolo ventunesimo può essere l'inizio di un'epoca meravigliosa, di una cultura planetaria per l'umanità intera. Il mondo dev'essere un'unica famiglia, ogni Stato una grande provincia di un grande Paese.
Il numero dei politici cresce, ma la povertà non diminuisce. Gli avvocati sono sempre più numerosi, ma la criminalità aumenta. Le malattie si diffondono come un'epidemia, di pari passo col numero dei medici. Ci sono molte università e molti professori, ma mai la saggezza è stata così rara. I mezzi di comunicazione si perfezionano in qualità e velocità, ma mai l'uomo si è ritrovato tanto solo. La scienza si è sviluppata prodigiosamente, ma l'aria che respirano i cittadini è contaminata. La meravigliosa tecnologia moderna è concentrata sulla produzione di armi per uccidere. I valori attuali sono prodotti da una visione distorta. E' un problema comune a tutti i Paesi del mondo.
In Europa oggi molti si rivolgono allo Zen, ma non possono com-prenderlo unicamente attraverso i libri, il pensiero, l'intelletto, bisogna praticare. Lo Zen esiste nella pratica, nella ripetizione della pratica. Anche se si sono compresi i benefici dello Zazen, è difficile perseverare. Ma se lo fate, possedete un tesoro inestimabile. Quando si abbandona il piccolo ego, il cosmo intero diventa l'ego. Così, attraverso i sensi, possiamo respirare, guardare, sentire tutti i suoni, avvertire i sapori e i profumi...È' il vero Zen Shikantaza.
Manteniamo un atteggiamento corretto, privo di paura, fermo. Da un lato risoluti, con una postura forte, e dall'altro delicati ed eleganti, come il profumo del sandalo o dell'incenso.
Il vero Zen è l'equilibrio, la soluzione morale realizzata nella vita quotidiana seguendo l'ordine cosmico assoluto, attraverso il corpo e lo spirito. L'equilibrio è primordiale. Troppo spiritualismo, troppo ascetismo, troppe mortificazioni, o troppa esuberanza, troppi piaceri non sono l'equilibrio. Penso che gli Europei siano molto intelligenti, e che troveranno la Via, la loro Via, verso una terza civiltà, una civiltà equilibrata. Lo Zen è tradizione, ma non solo. Deve creare un nuovo dinamismo, un ordine nuovo. Abbiamo bisogno di una nuova morale. Invito i giovani all'equilibrio, alla purezza, alla bellezza, all'energia.
Li invito all'applicazione di questi dieci principi, tratti dallo Zen:
1)Temere l'ordine cosmico. Non bisogna aver paura di nient'altro, solo l'ordine cosmico è da temere, da rispettare.
2) Risvegliarsi. A che cosa? Alla coscienza cosmica, alla vita universale. È il Satori, la più alta dimensione dell'universo.
3) Essere felici. Vale a dire, amare tutte le esistenze.
4) Credere. In che cosa? Non dubitare, a partire da tre principi: Zazen è fede, Zazen è Risveglio, Zazen è amore per tutto l'universo.
5) Alzarsi presto, con il sole.
6) Sedersi quietamente. È Zazen, l'essenza dello Zen.
7) Alzarsi e camminare. Non si fa sempre Zazen. Ma bisogna alzarsi tranquillamente; il portamento è importante.
8) Mangiare il giusto, prodotti freschi e naturali. Non troppo. Se vi offrono del cibo, non prendetene troppo, ma mangiate tutto quello che vi si dà. Differenziarsi dagli altri, fare i delicati, non è utile, il corpo diventa nervoso e fragile.
9) Lavorare. Mettere in ordine, concentrarsi su quel che si fa. Dormire presto e profondamente.
Alla fine, non bisogna cercare di raggiungere uno scopo: solo allora lo si realizza inconsciamente, naturalmente, automaticamente. Kodo Sawaki diceva del Satori che corrisponde ad una totale disgrazia, una perdita assoluta; in altri termini, allo spogliarci, al morire a noi stessi.
Che cos'è un vero-dono? È non attendersi nulla in cambio.
Attraverso il dono del proprio corpo, dello sguardo, delle parole, trasmettere agli altri un sentimento di sicurezza, di fiducia, di sollievo. Se siete egoisti, avrete molti problemi di relazione. Se il nostro spirito non si attacca a nulla, non c'è da temere. La vera compassione consiste in questo abbandono, comincia e finisce qui."


Taisen Deshimaru Roshi

© Tora Kan Dōjō




 



martedì 27 maggio 2014

Il Partigiano Compassionevole








Non si tratta di politica, qui. Oggi parlo anche di politica, ma solo perché mi aiuta a chiarire il discorso.
Mi sono spesso domandato come persone, per le quali per altri versi ho  rispetto, possano essere rimaste per anni irretite dalla fascinazione di Silvio Berlusconi.
Ma lo stesso, immagino, qualcuno potrà oggi domandarsi,  come si può rimanere inebetiti dall’ebetino, o da Grillo, o in altri tempi da ideologie che lambivano e sfociavano nel terrorismo. O come, prima ancora , nel ’54, ben pochi comunisti italiani si siano dissociati dai fatti d’Ungheria. O come si possa aver votato a favore della Monarchia, o per il Pentapartito.
Provo ad andare diretto al cuore del ragionamento, vi prego di reggere fino alla fine di questo pensiero, o di interrompere qui. La lettura parziale farebbe più male che bene, partendo da una esperienza personale, e quindi faziosa.
Raramente mi trovo d’accordo con gli altri. Ma questo nasce dal fatto che raramente sono d’accordo, in maniera stabile, convinta e ferma con me stesso. C’è tutto un gioco di statica e dinamica nel tenermi saldo in equilibrio su alcune certezze base, identitarie.
Se devo comprare un automobile, o se devo progettare un viaggio, la mia mente in maniera automatica organizza e compone una duplice lista di pro e contro. La sensazione della velocità sicura, il rimpiazzare il vecchio catorcio, ma anche le bollette da pagare, la critica del consumismo e l’affetto per il vecchio oggetto, e ancora la comodità degli spazi, l’efficienza energetica, ecc. ecc.
E’ più forte di me. O vedo tutti insieme i vantaggi di una scelta, o ne vedo gli svantaggi.
Spesso agisco d’impulso. E sono le scelte migliori. Ma succede altrettanto spesso che  il pensiero ponderato e maturo porti lo stesso a scelte felici. Si tratta in fin dei conti di fare i conti con la determinatezza che deriva da ogni scelta. Se mi sposo non sarò più single, se procreo non sarò più irresponsabile (oddio non vale per tutti…). Se esisto non posso non esistere (almeno finché vivo), e se sono qualcosa di determinato necessariamente non potrò essere qualcos’altro.
Spesso la scelta viene operata per utilitarismo (non in senso spregiativo ma in quanto ho bisogno di essere operativo per vivere) spesso per comodità, o ancora per pigrizia e abitudine.
Ecco a che mi serve l’immagine qua sopra  dell’anatra – lepre.
Il cervello coglie l’immagine dell’anatra o della lepre. In quel momento non vede, non ci riesce, l’altro animale. Se afferra la lepre, scappa l’anatra. Può essere facile vedere un’anatra, se tutt’intorno vedo disegnate altre anatre. Posso essere indotto dall’abitudine o dall’utilità. O al contrario posso voler vedere la lepre, proprio per anticonformismo.

Ora, io so perfettamente che ci sono infinite buone ragioni a favore dell’acquisto di una macchina nuova, ma sono indigente e mi determino a non volerle vedere. Il mio vissuto, influisce sulla scelta. O in maniera razionale, o in maniera semi-impulsiva, mi convinco così che devo vedere l’anatra. Magari mi basta un piccolo aumento in busta paga, o una vincita al gratta e vinci per giudicare quell’insieme di segni come appartenenti ad un altro campo di significati, e vedere la lepre.
Sono una partita IVA e voglio convincermi che abbiamo bisogno di una svolta liberista, sono un dipendente pubblico, e voglio le tutele sindacali. Poi anni di crisi, mutano il liberista convinto, in un forcone del mandiamoli tutti a casa, dopo che ha digerito per anni Ministri e politiche improponibili e il dipendente pubblico in un reazionario che difende piccoli privilegi di casta dopo aver predicato a destra e a manca l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Questa piccola introduzione, mi aiuta a dare una risposta ad alcuni interrogativi. Posso oggi serenamente dire, come dicevo, che chi ha appoggiato la democrazia cristiana nel corso dei 50 anni che hanno seguito la seconda guerra mondiale fosse sempre un corrotto, un pauroso, un colluso? Non posso riconoscergli valori diversi dai miei? Non riesco a figurarmi nessuno in buona fede nel campo avverso? Nessuno che veda sinceramente una lepre e non la mia anatra? Uno che nel ’45 credesse veramente che i liberatori erano gli americani, che negli anni ’50 era meglio non cadere nel grigiore conformistico del comunismo, che votare PCI equivaleva a negare gran parte delle proprie credenze? Senza pensare che tutti questi fossero ladri, collusi, servi della CIA, complici degli orrori compiuti in Vietnam? Le anime belle (io per primo), quelle che sono sempre dalla parte giusta, vedono l’altrui lista dei contro. Non riescono proprio a vedere e a riconoscere la loro lista dei pro.
Da ragazzo manifestavo contro la collusione stato mafia, contro i servizi deviati, contro l’imperialismo americano e lo sfruttamento delle risorse mondiali, le multinazionali, l’inquinamento, l’energia nucleare, i missili. Ho fatto bene a manifestare. Ma sono sicuro che se avessero vinto gli altri, i miei, avrei risolto i problemi? Non c’era un imperialismo sovietico, il suo sistema di controllo dei governi e dell’opinione pubblica? La corruzione sarebbe scomparsa con il partito di Berlinguer e delle cooperative? Si poteva cambiare il mondo con le buone intenzioni?
Se su un piatto della bilancia metto la fame nel mondo, le multinazionali, lo sfruttamento, la guerra, il militarismo, non posso controbilanciare tali pesi con niente. Non c’è scelta politica che tenga. Tutti sono contro la guerra, e le spese militari. Io ero contro i missili nucleari americani a Comiso. Costavano, spingevano alla corsa al riarmo, non erano un deterrente utile, erano un rischio politico, ambientale, un peccato morale. Non è detto però che storicamente non siano stati parte della soluzione del problema che essi stessi rappresentavano.
Oggi. A me sembra inaudito che per più di 20 anni ci siamo digeriti e maldigeriti un signore, Berlusconi,  che non mi riesce proprio a piacere dal punto di vista politico, umano e imprenditoriale. Ma non riesco ad immaginare che a sostenerlo, dal ’94 ad oggi, ci sia stata solo l’Italia peggiore. I corrotti, gli egoisti, il malaffare, i mafiosi. Fa comodo vederli così. Ma poi non mi riesco a spiegare le piazze piene di gente urlante e convinta, si lo so, organizzavano anche tanti vecchi a pagamento, ma tanti altri hanno creduto alla rivoluzione liberale, al pericolo comunista, ad un sacco di menzogne, che io reputo tali, che il cialtrone, perché io lo reputo così, gli imboniva. Oppure hanno soppesato attentamente i propri pro e contro con i pro e contro dell’altra parte e hanno fatto la loro scelta, non necessariamente dettata dall’interesse personale.
Sono quasi quotidianamente insultato indirettamente sui social network perché sarei un colluso. Solo perché non imbraccio le armi dell’indignazione pentastellata. Frotte di gente arrabbiata, giustamente incazzata e indignata, si chiede come si possa non aderire alle ragioni della loro protesta. Magari anche gli stessi che io insultavo nei miei quasi 30 anni di elettorato, perché fascisti, veterocomunisti, movimentisti, autonomi, liberisti, qualunquisti.  Siete sicuri che incanalare tutte le aspettative generate da una situazione sociale e personale difficile e insopportabile non sia facile, per voi che vi aderite, ma soprattutto per chi vi voglia strumentalizzare, magari anche in buona fede? La promessa di una soluzione facile, a tutti i problemi, e l’esistenza di una chiara linea di demarcazione, voi e loro. Io non voglio dire che non dovete pensarla come volete. Che non possiate trarre le vostre scelte. Ma dove eravate quando ad essere in mutande e  disgustati e incazzati c’erano gli altri? Vi siete sempre trovati tra i puri? Io non sono comunista. Ne un liberale. Ne un radicale. Benché io sia anche tutte queste cose. Di sicuro non sono un ladro. Un disonesto. O un violento.  Un cieco o una persona che non sa o non vuole ragionare.
Nel momento in cui si imbracciavano le armi, e le anatre sparavano alle lepri, per loro, per i puri, per chi ci credeva,  quel sangue era il prezzo da pagare per ottenere la giustizia sociale. Il momento in cui si insinua il dubbio, che possa esserci un’umanità legittimata a vedere lepri, o peggio ancora, il dubbio di aver voluto vedere ostinatamente solo la propria lettura del segno, deve essere un momento tremendo per chi si è dimostrato sempre fermo nel  giudicare, con disprezzo e senza possibilità di replica. O con noi o contro di noi.
Oggi c’è disgusto e sdegno per la corruzione, per la politica del palazzo. Contro gli incapaci e i collusi si cavalca il cavallo dell’onestà e della trasparenza. Ma arriverà il momento di dover compiere delle scelte. Così come avviene per tutte le minoranze nei partiti tradizionali, quelli non padronali, il dissenso dovrà poter trovare espressione. In nome e per conto dei valori che uniscono quella comunità, dovrà venire il momento della differenziazione, della scelta e dell’accettazione di questa differenza.
Ma dicevo che non era di politica che mi volevo occupare. Infatti quello che mi preme e mi sta a cuore è altro.
Ci sono momenti in cui mi vedo e dico  “io sono”. E magari riesco a cogliere anche il limite dei tratti che circoscrivendomi mi delimitano. E riesco a immaginare lo sfondo al quale quei tratti rinviano, lo sfondo sul quale si staglia la mia figura.
Ogni determinazione positiva, ogni  Io sono questo, è un atto che delimitando, crea un identità “me stesso” differenziata da qualcos’altro. Se io sono giallo, non sono rosso. Magari sono colorato, come il nero, ma non sono nero. Ad un altro livello io  sono mi oppone all’insieme delle cose, al mondo “esterno” preso come un tutto, ci sono io e c’è tutto il resto. Il mio non essere è la somma di tutto ciò che mi limita.
Ancora ad un altro livello c’è il tutto inteso come altro che mi nega nell’esistere, negazione radicale, il nulla, la morte, l’altro non determinato. Il dialogo fra tutte queste affermazioni dell’identità (io sono, io sono questo) e le sue varie negazioni e superamenti, crea spazi al confronto, indicibile, con l’altro che in qualche modo mi è estraneo ma che entra comunque in gioco con il suo alone di mistero. Ogni momento di questo continuo passaggio dal particolare alla perdita di senso del segno, fra le diverse affermazioni e negazioni, ha una sua fondatezza e valore.
Ma non è neanche a questo che volevo arrivare.
Ci sono momenti in cui sento “Sono”, in cui cioè sono e basta. In cui non potrei mai pensare qualcosa come “Io sono” o “Io sono questo e quello”, ma in cui al limite potrei esclamare “Sono!” e “Sono!” in ogni attimo. Come un robot o un sasso che riceva l’autocoscienza all’improvviso, come un bimbo che scopre le cose del mondo.
Ci sono momenti in cui “SONO!” e lo SFONDO si sovrappongono.  Sfocalizzando  lepre e anatra trovano pace. Quando i tratti dell’una e dell’altra, che sono gli stessi, si fondono e vengono percepiti per quello che sono, oltrepassando la percezione della mente che coglie un aspetto.  E’ uno stato che per alcuni versi non si differenzia molto dalla demenza senile, in cui l’esperienza di una vita si dissolve pian piano nel nulla. Ma non è solo questo. Appartenere all’oceano, ma essere Particella! Molecola! Goccia! Mare! Mondo! Tutto! Niente.
Capite quanto sia importante rimanere pronti. Le differenze, cogliere le differenze, o le apparenze, è sì importante. E’ importante coglierle e giudicare il mondo in base ad esse. A partire dalla propria individualità e singolarità. Ma è anche importante rimanere pronti all’esclamazione, a lasciarsi stupire dagli altri. A dubitare delle proprie incrollabili certezze. A mettere in discussione tutto. A scegliere e sapere che avrei potuto scegliere diversamente. A raccogliere la determinazione che genera ogni mia scelta, responsabilmente. Ma non indossare nessuna uniforme, nessun distintivo che possa coprirmi la visuale. Che le stellette si infilzino pure sulla pelle ma nessuna spilla, nessuna appartenenza trafigga il cuore al punto di non saper riconoscere questo gioco incessante di essere e non essere, questa necessaria apparizione dell’identico contrapposto al differente, apparizione compassionevole e aperta all’altro.