sabato 3 marzo 2012

Varcando la Porta d'Ingresso


Come ci eravamo proposti di fare da tempo, intendiamo riproporre sul nostro Blog articoli, che consideriamo particolarmente interessanti, già pubblicati negli anni nel giornale del Tora Kan Dōjō.
Questo articolo è stato pubblicato nel numero 25 del 2002.
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Varcando la Porta d'Ingresso

articolo di Dave Lowry
traduzione di P.Taigō Spongia

porta scorrevole d'accesso allo Zendo del Tora Kan Dojo



“Un uomo può essere giudicato da come apre una porta,
una donna può essere giudicata da come la chiude.”

 
Per comprendere il senso che c'é dietro questo curioso modo di dire  dobbiamo sapere qualcosa in più sulle porte e l'architettura del Giappone pre-moderno.
A differenza delle porte che sono fissate a cardini tipiche delle costruzioni occidentali, le porte giapponesi scivolano avanti e indietro su scanalature di legno sul pavimento. In alcune stanze, la porta può essere un piccolo rettangolo, offrendo così un'apertura così piccola che si può entrare attraverso di essa solo camminando carponi sulle mani e sulle ginocchia. Queste piccole porte sono denominate nijiri guchi; sono una caratteristica comune alle case del té tradizionali usate per ospitare il rituale della cerimonia del té, del servire e bere il tè, chado. E' proprio parte integrante della cerimonia del té quello di entrare con umiltà nella casa del té. Entrare carponi attraverso la piccola apertura sulle mani e sulle ginocchia ha lo scopo di rendere umili e sgonfiare l'ego.(considerando la misura di alcuni degli ego che le oltrepassano ai giorni nostri, se potessimo installare delle nijiri guchi come entrata del dojo, o sala di pratica delle arti marziali, che si trovano in questa nazione 'n.d.t. l'autore é americano', sarebbe senza dubbio il più straordinario miglioramento architettonico immaginabile per queste strutture.)
Le costruzioni giapponesi tradizionali hanno anche porte che aprono intere pareti o compongono partizioni della stanza che possono essere fatte scorrere per raddoppiare la misura di una stanza. Non importa quale sia la loro misura o forma, le porte giapponesi di qualsiasi genere si aprono tutte allo stesso modo: ci si inginocchia vicino all'apertura della porta e la si fa scorrere aprendola, poi si entra nella stanza scivolando avanti sulle ginocchia.
Questa è una descrizione piuttosto semplificata del modo di entrare attraverso una porta, come vi direbbe un qualsiasi esponente di una vera Via o arte classica del Giappone. Sukisha, le persone di buona educazione, sanno che si deve usare la mano più vicina alla porta per aprirla di pochi centimetri ("la larghezza di un indice", per essere precisi, secondo una scuola di etichetta feudale), poi si cambia mano per farla scorrere il resto della larghezza. Ci sono un gran numero di maniere da osservare in questa semplice azione di aprire una porta ed entrare in una stanza se si deve osservare il protocollo previsto dall'antico Giappone. Il punto è, per i giapponesi del periodo feudale, anche un compito ordinario, quotidiano, come entrare in una stanza assumeva un preciso significato e un prescritto ordine che derivava da quello.
Non è esagerato dire che quando eseguita con il giusto spirito e con la corretta attitudine mentale questa azione mondana può assumere la proprorzione di un Kata, uno dei movimenti formali che sono alla base di tutte le arti e Vie giapponesi. E il significato dell'espressione che un uomo può essere giudicato da come apre una porta e una donna da come la chiude è da cercare in quello spirito e attitudine.
Provate a guardare la situazione da questa prospettiva: sarebbe molto facile fare un'entrata ad effetto, imponente, attraverso una porta stile giapponese. Potreste spingere vigorosamente la porta sulle sue guide con uno spintone, facendola sbattere contro la sua cornice con un tonfo impressionante! Ricordate, anche, che le persone siedono sul pavimento in una casa tradizionale giapponese. Se entrerete a grandi passi nella stanza rimanendo in piedi, svetterete su ognuno seduto in quella stanza. Vi imporrete. Avrete l'attenzione di tutti i presenti. Letteralmente, ogni persona sarà nella condizione di guardarvi dal basso. Per molti, questo potrebbe sembrare un modo simpatico di "fare il loro ingresso", così gli stessi potrebbero non capire il perchè l'etichetta giapponese richiede proprio l'opposto comportamento.
La risposta è che le maniere, in Giappone, o almeno buona parte di esse, sono sempre state finalizzate a mantenere e preservare l'armonia sociale. Andare d'accordo coi propri simili era importante, ed era anche fondamentale il concetto che il sé individuale non era così importante quanto il benessere del gruppo.
(Naturalmente, queste motivazioni hanno guidato l'etichetta di molte civiltà. In Giappone, tuttavia, erano di capitale importanza. Il riso, da sempre alimento base della dieta giapponese, é di così complessa lavorazione per essere coltivato che il lavoro e la vita comunitaria erano una necessità. Questo ha portato a schemi comunitari dove le persone vivevano buona parte della loro vita a stretto contatto con altri. In molti modi l'etichetta del Giappone tradizionale serviva da lubrificante contro le inevitabili frizioni sociali della vita quotidiana.)
Più alta era la classe sociale dell'individuo, tanto più umile e modesta era la sua condotta. Più la persona era "di classe", meno aveva bisogno di mettersi in mostra.
L'individuo che era sicuro della sua casta sociale non aveva necessità di ricordare a sè stesso o ad altri della sua posizione costantemente. Quando entrava in una stanza, non era necessario utilizzare l'entrata come un'occasione per richiamare l'attenzione su di sè. Entrava quietamente, usando prima una mano poi l'altra per aprire la porta, perchè questo metodo faceva scorrere la porta silenziosamente, con un rumore minimo. Entrava poi utilizzando un passo scivolato sulle ginocchia così da mantenersi al livello delle altre persone già presenti nella stanza. Questo è il significato nascosto dietro il detto che un uomo può essere giudicato da come entra in una stanza. Ma perchè la distinzione tra uomini e donne? L'adagio implica per caso che c'era uno standard di comportamento differente tra i sessi ? Ebbene sì, in qualche modo.
Le donne erano spesso in una posizione subordinata nella vita quotidiana del Giappone antico. Se un gruppo di uomini era in una stanza, sarebbe stata probabilmente una donna a servire cibo e bevande e che sarebbe poi uscita. Così una donna usciva dalla stanza più spesso, chiudendo la porta dietro di sè mentre c'erano ancora persone all'interno. Ecco la distinzione tra i sessi nell'espressione citata. Ma tale distinzione può essere fraintesa. Nell'essenza, il genere (masch. o femm.) è superfluo, quel che conta è lo spirito e l'atteggiamento col quale ognuno conduce sè stesso.
Questo spirito o atteggiamento ha pervaso la cultura giapponese, e poichè i Budo sono frutto di quella cultura, non dovrebbe sorprendere che tali concetti siano parte integrante anche delle Vie marziali. E senza dubbio ecco perchè provoca così fastidio e tristezza vedere così tante persone che apparentemente fanno del Budo una parte significativa delle loro vite che rimangono così tenacemente  ignoranti circa questo spirito e attitudine o che, ancora peggio, deliberatamente scelgono di non farci caso. Quando vi capita di  vedere un "maestro" di arti marziali entrare pavoneggiandosi sul pavimento del Dojo come se il mondo fosse fortunato ad averlo, o un agonista in una competizione di arti marziali venire fuori dal quadrato con le braccia al cielo in segno di vittoria, siete in presenza di tale ignoranza, tale arrogante disinteresse per le tradizioni in cui il budo si è sviluppato.
L'abilità di aprire e chiudere una porta scorrevole giapponese sono una parte del reishiki, "forma corretta", o "etichetta". L'abilità di muoversi in un modo eqilibrato ed aggraziato scivolando sulle ginocchia sul pavimento è un aspetto specifico di questa forma, questa maestria del sè che ci permette di entrare in armonia con gli altri e di presentarci al mondo in un modo ripettoso. Col dispiacere di chi di noi ha un interesse, un sentimento nei confronti delle tradizioni del vecchio Giappone, queste sono abilità e capacità che sono largamente scomparse nel mondo moderno. Quelli che sono ancora pratici di queste tradizioni tendono ad essere esponenti delle arti classiche, come il Budo o la Cerimonia del Tè, persone che hanno l'interesse di investire il loro tempo nell'imparare metodi che nella pratica attuale sono di limitato valore. A meno che tu non viva in Giappone, e anche lì ai giorni nostri, conoscere come aprire una porta scorrevole e come entrare ed uscire attraverso di essa non è certo di vitale importanza negli affari odierni. Ma ancora alcune maniere, quelle che D'Avenant chiamava quelle "regole non scritte attraverso le quali le persone incutono rispetto anche ai re", hanno la capacità di trascendere il tempo e le immediate circostanze. In ogni epoca, in ogni cultura, noi siamo giudicati dalle piccole cose che facciamo. Cose come entrare ed uscire da un edificio. Noi che affermiamo di seguire il sentiero tracciato dalle Vie marziali giapponesi siamo particolarmente consapevoli di ciò, sapendo bene che la forma esteriore è molto spesso la manifestazione eslicita di uno stato interiore più profondo. Questo dovrebbe darvi qualcosa su cui rifettere quando entrate in una stanza o chiudete una porta, se ruotate la maniglia o fate scivolare una porta sulle sue guide.



lunedì 27 febbraio 2012

Il Canto dello Zazen di Hakuin Zenji

Autoritratto di Hakuin Zenji (1686-1769)

Il Canto dello Zazen

Dall’origine, tutti gli esseri viventi sono Buddha.
È come l’acqua e il ghiaccio,
Senza acqua, niente ghiaccio,
Fuori di noi, niente Buddha.
Pertanto, noi andiamo a cercare lontano
Ciò che abbiamo sulla mano,
Come un uomo che nell’acqua gridasse: «ho sete!»,
Come un figlio ricco di nascita
Che vagabondasse in maniera interminabile tra i miserabili,
Noi vaghiamo senza fine nei sei mondi,
Vittime delle illusioni dell’ego
Prendendo vie sempre più oscure.
Quando potremo sfuggire alla nascita-e-morte?
La porta della libertà è il samadhi dello zazen,
Così è il Mahayana supremo.
Al di là di ogni lode.
Osservare i precetti, il dono, il pentimento,
Praticare le innumerevoli buone azioni e un modo di vita giusto.
Tutto questo trova la sua sorgente nello zazen.
Sedervisi, non fosse che per un sola volta, dissolve tutti gli ostacoli
e purifica il karma.
Dove sono dunque le vie oscure nelle quali noi ci sperdiamo?
La Terra pura del Loto non è lontana.
Se per caso voi ascoltate questo insegnamento,
Ammiratelo, vi troverete la gioia pura
E felicità senza limiti.
Se voi vi ci consacrate, voi scoprirete,
All’interno di voi, la vostra propria natura.
Il vostro vero io e non io,
Eccovi lontani dai raziocini inutili.
Si apre la porta dell’unità della causa e dell’effetto,
Non ci sono più due o tre vie,
Ma una sola, dritta davanti a voi.
La forma è ormai non forma.
Che andiate o che veniate,
Voi non lasciate mai la casa,
Il nostro pensiero è ora non pensiero,
La nostra danza e i nostri canti sono la voce del Dharma.
Illimitato è il cielo della pura contemplazione!,
Limpida e brillante la luna piena della Saggezza!
Che cosa c’è ancora da cercare?
Che cosa ci mancherà?
Questa terra è la Terra pura del Loto,
Questo stesso corpo è il Corpo del Buddha.

ZAZEN WASAN

SHUJŌ HONARI HOTOKE NARI
MIZU TO KŌRI NO GOTOKU NITE
MIZU O HANARETE KŌRI NAKU
SHUJŌ NO HOKA NI HOTOKE NASHI

SHUJŌ CHIKAKI O SHIRAZU SHITE
TŌKU MOTOMURU HAKANASA YO
TATOEBA MIZU NO NAKA NI ITE
KATSU O SAKEBU GA GOTOKU NARI

CHŌJA NO IE NO KO TO NARITE
HINRI NI MAYOU NI KOTONARAZU
ROKUSHU RINNE NO INNEN WA
ONORE GA GUCHI NO YAMIJI NARI

YAMIJI NI YAMIJI O FUMISOETE
ITSUKA SHŌJI O HANARU BEKI
SORE MAKAEN NO ZENJŌ WA
SHŌTAN SURU NI AMARI ARI

FUSE YA JIKAI NO SHOHARAMITSU
NENBUTSU ZANGE SHUGYŌ TŌ
SONO SHINA ŌKI SHOZENGYŌ
MINA KONO UCHI NI KISURU NARI

ICHIZA NO KŌ O NASU HITO MO
TSUMISHI MURYŌ NO TSUMI HOROBU
AKUSHU IZUKU NI ARINU BEKI
JŌDO SUNAWACHI TŌKARAZU

KATAJIKENAKUMO KONO NORI O
HITOTABI MIMI NI FURURU TOKI
SANDAN ZUIKI SURU HITO WA
FUKU O URU KOTO KAGIRI NASHI

IWANYA MIZUKARA EKŌ SHITE
JIKI NI JISH O SHŌ SUREBA
JISHŌ SUNAWACHI MUSHŌ NITE
SUDENI KERON O HANARETARI

INGA ICHINYO NO MON HIRAKE
MUNI MUSAN NO MICHI NAOSHI
MUSŌ NO SŌ O SŌ TO SHITE
YUKUMO KAERUMO YOSO NARAZU

MUNEN NO NEN O NEN TO SHITE
UTAU MO MAU MO NORI NO KOE
ZANMAI MUGE NO SORA HIROKU
SHICHI ENMYŌ NO TSUKI SAEN

KONO TOKI NANI O KA MOTOMU BEKI
JAKUMETSU GENZEN SURU YUE NI
TŌSHO SUNAWACHI RENGEKOKU
KONO MI SUNAWACHI HOTOKE NARI





Ultima Settimana di Febbraio, Prima di Marzo 2012

Buon Inizio di Settimana




giovedì 16 febbraio 2012

A Te che vuoi rafforzare il tuo 'Hara' con lo Zazen


Insegnamento di Kodo Sawaki Roshi
tratto da : http://antaiji.dogen-zen.de/ita/andich.shtml che ringraziamo.



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“Attraverso lo zazen rinforzi il tuo hara”.
Quando sai che questo hara non vale un fico, allora è vero hara è vero zazen.

Qualcuno vuole rafforzare il suo hara con lo zazen. Sarebbe meglio se bevessero il sakè da uomini veri, e scacciassero l’esattore con un urlo.

Circolano libri come “Lo Zen e l’arte di coltivare il vostro hara”. Questa cultura dello hara è proprio un modo per rendersi idioti.

Qualcuno cerca di farsi venire la pelle dura con lo zazen.

Sviluppare il vero hara significa mettere da parte le propensioni personali.

Se resta anche solo un po’ d’individualità, non è uno zazen puro, genuino. Si deve praticare il puro, genuino zazen, senza mischiarlo con altre ginnastiche o satori o qualsiasi altra cosa.
Quando ci porti dentro le tue idee personali – anche solo un po’ – non si tratta più del Buddha-dharma.

In una parola, Buddismo è “non sé” [muga]. “Non sé” significa che “io” non sono un soggetto distinto. Quando “io” non sono un soggetto distinto, allora riempio tutto l’universo. Che io riempio tutto l’universo è quello che s’intende con “tutte le cose sono vera forma”.

Vero dharma significa: niente da guadagnare.
Falso dharma significa: qualcosa da guadagnare.
Dobbiamo perdere quanto più possibile.

Se pratichi lo zazen quando sei sopraffatto da sensazioni di piacere, rabbia, dispiacere e gioia, queste sensazioni infesteranno il tuo zazen come un terribile fantasma.

Non portarti niente nello zazen: né il Buddha-dharma né armi da fuoco – e soprattutto non una donna.

La via del Buddha significa che non c’è niente da cercare, niente da trovare [mushogu-mushotoku]. Se c’è qualcosa da trovare, non ha importanza per quanto tempo si pratica, non ha niente a che vedere con il Buddha-dharma. Se non c’è niente da trovare, è proprio lì che è il Buddha-dharma.

Qualsiasi cosa sia che cerchi di afferrare, non ci riuscirai.
Il vero benessere consiste nel non afferrare. E’ far splendere la nostra luce interiore e rifletterla su noi stessi. Se facciamo un passo indietro, vediamo che non c’è niente da afferrare, niente da inseguire e niente da cui fuggire. La forma della realtà non nasce e non passa, non è né pura né impura, non cresce né decresce.

Il monaco Yakuzan sta praticando lo zazen e il suo maestro, Maestro Sekito, gli chiede, “Cosa stai facendo lì?”
“Non sto facendo proprio niente.”
“Se non stai facendo proprio niente, significa che stai semplicemente passando il tempo?”
“Se stessi passando il tempo, mi starei dedicando a un passatempo, ma non sto neanche facendo questo.”
“Dici che non stai facendo niente. Cos’è che non stai facendo?”
“Neanche mille saggi sarebbero in grado di dargli un nome.”
Niente è tanto quieto e nobile quanto questo zazen cui nemmeno mille saggi sarebbero in grado di dare un nome, lo zazen praticato da Yakuzan ed elogiato dal Maestro Sekito.
Nei giorni nostri esistono dei maestri con cui puoi sedere per una settimana, e per una buona somma di denaro ti viene garantita un’esperienza di kensho. E’ evidente che niente del genere ha nulla a che fare con lo zazen di Yakuza cui nemmeno mille saggi sarebbero in grado di dare un nome. Sedere e praticare quello a cui nemmeno mille saggi sarebbero in grado di dare un nome, significa semplicemente sedere, shikantaza.

In questi tempi si parla molto di zazen. Il problema è semplicemente questo: cosa cercano col loro zazen? Uno strumento per coltivare il loro hara, rafforzare la loro personalità, ottenere il satori e altro ancora. Anche dei piccoli monaci chiamano l’insegnamento con i koan ‘indovinelli’.
Tutto questo non è altro che il Buddha-dharma dal punto di vista della gente comune. Noi dobbiamo osservare il Buddha-dharma con gli occhi del Buddha-dharma. Questa è la ragione per cui è così raro che lo stesso zazen pratichi realmente lo zazen.

Qualcuno vuole usare lo zazen per diventare migliore. Questo non è altro che cosmesi.

Questa non è una scuola! Quello che stiamo cercando di fare è diventare una lavagna vuota. Qui non c’è niente da guadagnare. Qui non c’è altro che perdere nello stesso tempo illusione e saggezza.

Il Buddha-dharma non ha niente a che vedere col trasformare le persone normali in persone speciali.

Lo zazen ha luogo quando smetti di sgomitare con gli altri per passare avanti.

Tutte le mattine ti fai una nuotata nell’acqua fredda? Lo fanno sempre anche i pesci rossi.
Hai smesso di fumare? Si, così...? Neanche i gatti fumano.
Per quanto ti possa vantare di come fai questo ed eviti questo altro, non è niente più che vagare nel mondo dell’impermanenza.

Lo zazen non ti elogia – e lo zazen non ti rimprovera.

La vera religione è il mondo senza artifici.

Ogni cosa è buona così com’è. Non c’è bisogno di perderci la testa dietro.

Tutti pensano di avere qualcosa da aggiungere al proprio zazen o nembutsu.
Non occorre aggiungere nulla.

Per quanto inusuali e mistiche possano essere le tue esperienze, non dureranno tutta la vita. Prima o poi svaniranno.

Le persone comuni cercano miracoli e magie. Gli piacciono i giochi di prestigio.

Alle persone comuni, per natura non piace la pratica, vogliono solo il satori. Vogliono guadagnare denaro senza lavorare. Questo è il motivo per cui fanno la fila agli sportelli del lotto. E non vogliono il vero dharma, ma sciamano verso le nuove sette che promettono il paradiso in terra.

Ti attacchi al satori, ti attacchi al denaro, ti attacchi alla posizione e al nome, ti attacchi al sesso. Non attaccarsi è quello che s’intende con il Buddha-dharma.

Zazen è la postura di un adulto, non di un bambino.