domenica 27 ottobre 2019

Incontrare la Vita


Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen.
Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.



Stendete bene la schiena, tendete la nuca. 
Mettete tutta la vostra passione nel vivere questo Zazen. Mettete tutto l’entusiasmo che un bambino potrebbe esprimere nell’esplorare una stanza piena di giocattoli che non ha mai visto. Esplorate la postura, percepite le tensioni, le distensioni muscolari, cercate di trovare il giusto equilibrio della postura seguendo le indicazioni generali che vi sono state suggerite. Osservate il respiro, rimanete centrati, lasciate che la piccola mente vada per i suoi percorsi senza seguirla, tornate costantemente alla postura ed al respiro, radicatevi nella grande Mente. Imparate a centrarvi, a rimanere presenti. Stabili come una montagna; la montagna sembra immobile a guardarla da lontano ma in realtà brulica di vita.
Se sediamo in Zazen con appassionata attenzione scopriremo che ogni giorno è un’esplorazione che ci offre nuove prospettive, visioni, orizzonti. Il nostro corpo e la nostra mente sono in costante trasformazione; non è mai la stessa persona che siede in Zazen, neanche per due momenti consecutivi.
Quando noi sediamo in Zazen riflettiamo la nostra immagine, osserviamo la nostra trasformazione, diventiamo testimoni di questa metamorfosi. E’ un’illusione quella di poter pensare di aver già vissuto questa esperienza, anche se sedete in Zazen da vent’anni, sarà sempre un nuovo Zazen. 
Vi invito nelle occasioni che abbiamo di incontro e di scambio a fare domande riguardo la Pratica. Non ci sono domande che potete considerare poco profonde soprattutto se riguardano l’esercizio. Bisogna chiarire i propri dubbi, le proprie incertezze e rettificare costantemente il nostro esercizio.
Lo Zazen è l’archetipo della nostra esistenza, e possiamo viverlo in due modi: subirlo, come un’esercizio di resistenza e una prestazione o viverlo appassionatamente, come una profonda esplorazione di noi stessi, della vita. Qualunque cosa incontriamo e nella nostra vita possiamo viverla nello stesso modo, qualunque cosa ci capiti.
Il nostro atteggiamento e la nostra predisposizione nell’incontrare la vita è quello che determina il risultato dell’incontro.
Spesso quando sediamo in Zazen, soprattutto agli inizi, il nostro corpo e la nostra mente si ribellano. Rifiutano di acquietarsi perché siamo stati condizionati a pensare che quando ci agitiamo, quando ci muoviamo, quando pensiamo, lì troviamo la nostra esistenza e la nostra identità. Invece lo Zazen spazza via radicalmente questa falsa credenza e ci mette di fronte al fatto che, anche se non facciamo nulla, e ci limitiamo a respirare, siamo pienamente impegnati nell’azione della Vita, non più limitata alle nostre piccole illusioni ma in un’azione senza confini, infinita.
Abbiamo così modo di scoprire il nostro vero volto, la nostra vera identità. Spesso offuscata dalla nostra agitazione, dal nostro afferrarci all’immagine che ci siamo dati di noi stessi.
Zazen fa cadere le maschere… cosa rimane? Alla fine deve rimanere uno zafu vuoto.  
Se non subiamo lo Zazen ma lo esploriamo, sarà divertente notare tutte le strategie che  mette in atto la nostra mente per fuggire via, per ritornare al clamore nel quale si è identificati. E per non cadere nelle trappole che la mente ci tirerà, per non essere trascinati via dalle onde che genera, dobbiamo affidarci completamente alla postura, al respiro che  diventano delle ancore che ci tengono qui, centrati.

Ricordo molti anni fa, forse venti, partecipavo ad una Sesshin che il mio primo Maestro aveva deciso non dovesse avere luogo nel Tempio. Praticammo questa Sesshin in un Monastero di Suore Francescane. Praticavamo Zazen in una chiesa molto piccola, ed eravamo in molti, per cui avevamo riempito tutti gli spazi. Ricordo che andai pur con la febbre, faceva piuttosto freddo, c’era la neve e la chiesetta era piuttosto fredda. Ricordo con grande chiarezza e con grande emozione le sensazioni che provai durante gli Zazen; la mia condizione fisica mi costrinse ad essere particolarmente presente.  Gestire il respiro nell’affanno del raffreddore o il naso che colava e che lasciavo colare… rimanevo fermo, immobile… “Si fermerà da sé” pensavo. Fu la prima volta che vissi da dentro con intensità la condizione del mio corpo senza rifiutarla , respingerla, senza vederla come un impedimento; semplicemente l’accettai, quello che in quel momento era/ero. Al termine della Sesshin ero guarito.  Vissi con profonda intensità quei periodi di Zazen, proprio perché potei esplorare una dimensione apparentemente disagevole, ma che in realtà mi favorì.
A volte qualche disagio può essere un buon maestro, una buona occasione. Il male alle gambe che spesso agli inizi in qualche modo malediciamo pensando che non sia parte del nostro Zazen, che sia un impedimento, in realtà ci tiene svegli, ci aiuta. E’ molto più faticoso mantenersi svegli e non cadere nel torpore quando si è seduti a proprio agio.  
Quindi qualsiasi cosa incontriate nel vostro Zazen sappiate che è il vostro Zazen e così com’è è perfetto. Non c’è niente che domani farà del vostro Zazen uno Zazen migliore.
Se vi impegnate con entusiasmo e partecipazione, il vostro Zazen, in questo momento e in qualsiasi condizione, è il miglior Zazen che potrete mai  praticare nella vostra vita. 
Se invece voi aspettate un altro momento o vivete lo Zazen senza partecipazione, senza slancio, o lo subite… allora non è che non sia un “buon Zazen”, semplicemente non state praticando Zazen.


© Tora Kan Dōjō







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