martedì 13 dicembre 2016

Demolizione edificante


Il Maestro di Spada Enrico Salvi prosegue le interessanti riflessioni intorno all'Uomo, all'Essere e al Respiro avviate su questo blog il 30 settembre.

In “Kokyu ni rei” del 30 settembre avemmo occasione di considerare la subordinazione del pensare e dell’agire all’Essere quale Legge trascendente l’umano e immanente-fluente nell’Organismo corporeo attraverso il Respiro, il Sangue e gli altri Sistemi organici. Aggiungiamo ora che quando parliamo lo facciamo, senza potercene esimere, espirando, e che di tanto in tanto dobbiamo interrompere il nostro parlare per prendere fiato, cioè per inspirare. Ora, se tramite l’inspirazione riceviamo il dono dell’Essere (non ce lo prendiamo con la nostra volontà), quando lo restituiamo espirando le nostre parole dovrebbero farsi non altro che veicolo dell’Essere, cioè  parole di Vita, pena lo scadere del parlare a scialba comunicazione, o, peggio ancora, a discussione facilmente generante incomprensione e conflittualità. Difficile, purtroppo, negare i frutti insipidi che lo scempio della parola perpetrato nel mondo contemporaneo sta producendo. Si assiste ormai ad un dilagante parlare fra sordi litigiosi che, soprattutto nelle questioni pubbliche, approda regolarmente ai cosiddetti ‘accordi’, cioè a protocollari e provvisorie forme di tregua armata stemperate da sorrisi e strette di mano da circostanza. Perciò non sarà un caso che da qualche parte stia scritto che si dovrà rendere conto di ogni parola oziosa, avvertimento per lo meno inquietante per chi non sia stato ancora avviluppato dalle spire del ‘libero pensiero’.
Ma c’è un’altra notazione impellente, e cioè che il pensare e l’agire necessitano dell’Oggettivo, ciò che li fa scendere al piano terra nella scala delle preminenze. Invero, l’Oggettivo consiste anch’esso grazie all’Essere, ed anzi ne è una manifestazione che non esaurisce l’Essere stesso permanente nella sua trascendenza. Come per l’Organismo corporeo, l’Essere è immanente all’Oggettivo che a sua volta permette al pensiero di formarsi e all’azione di svolgersi.
Prendendo ad esempio la poesia, possiamo chiederci cosa ne sarebbe di essa se i poeti non avessero dapprima contemplato la Natura che oggettivamente hanno trovato di fronte al loro sguardo. Senza un colle ed una siepe Leopardi non avrebbe potuto darci l’Infinito, come senza una rana e uno stagno non avremmo il famoso haiku di Basho, anche se entrambi hanno fatto dell’Oggettivo una sorta di ‘spioncino’ verso l’Oltre. Lo stesso vale per la scienza: nelle profondità del cielo, della terra, del mare e dell’uomo lo scienziato può indagare – in àgere – perché si trova ognora davanti l’Oggettivo, cioè l’Essere che si manifesta in miriadi di forme e consistenze, fino alle più sottili e impalpabili. Anche i grandi ideali di libertà, pace e giustizia appartengono all’Oggettivo: la concezione astratta che si ha di essi ne è la prima oggettivazione, confermata dal nominarli come anche dal perseguirli, seppure in modo fallimentare grazie ad un pensare ed agire avulsi dall’Essere e quindi “liberi”. 
A questo punto abbiamo condotto a termine la demolizione teorica dell’essere umano chiuso nella gabbia del pensare e dell’agire, funzioni subordinate all’Essere, all’Organismo corporeo e all’Oggettivo. La demolizione pratica e la contestuale riedificazione (si edifica il nuovo nel medesimo tempo che si demolisce il vecchio), può attuarsi a mezzo della Contemplazione Seduta, ovvero della decantazione del pensare e dell’astensione dall’agire, opera che richiede grandissimo impegno data l’inveterata abitudine al pensare ed all’agire con cui l’uomo confonde il proprio essere. Con un procedimento di ritorno – un aspirarsi – il praticante inizia la demolizione-riedificazione con l’abbandonare il  piano terra, che è quello del pensare e dell’agire, salendo così al primo piano che è quello dell’Oggettivo, abbandonando il quale sale al secondo piano che è quello dell’Organismo corporeo, e da qui, sempre con un abbandono, si eleva, o, meglio, è elevato all’attico o sommo piano dell’Essere.
Pertanto, per attuare la salita di ritorno il praticante si ferma e tace, siede immobile e in silenzio, non pensa e non agisce, abbandona ogni possesso e ogni non possesso, ogni conoscenza e ogni ignoranza, ogni ricchezza e ogni povertà. Per attuare ciò egli si fa completamente attento e con totale fiducia nell’Essere (che come abbiamo visto già lo pervade). Nel Budo la parola che riassume l’atteggiamento ideale del praticante è Zanshin: l’esser presenti e pronti. Zanshin è il residuo perenne di neve sul picco montuoso, è la brace inestinguibile che cova sotto la cenere, nell’Arte della Spada, è l’Attimo in cui, al culmine del taglio (kiru) tutto si ferma e si rinnova; è l’atto che è nostro in quanto possiamo esercitarlo ma non è nostro poiché al suo compimento concorre l’Essere che ci trascende in quanto Atto puro.
All’apice dell’ascesa il praticante né pensa né agisce, perciò non pratica alcunché. Semplicemente e totalmente È. Più vivo che mai. Unificato, giacché l’Essere è Uno, è libero dal ‘di più’ e dal ‘di meno’ non avendo di che afferrare e di che respingere. Installato nel Presente è inattaccabile dal ‘passato’ e dal ‘futuro’. Il praticante È, ricomprendendo in questo essere l’Organismo corporeo e l’Oggettivo demoliti mediante abbandono. L’Essere è la sua roccaforte ben fondata sulla terra e con le torri svettanti verso il cielo. Irradiando da questo Lucus (Luogo fatto di Luce) i suoi pensieri, le sue parole e le sue azioni sono, nel tempo e nello spazio, espressioni dell’Essere e perciò di Vita. E, in fondo, di Luce. «Da dentro o da dietro una Luce brilla attraverso noi sulle cose e ci rende consapevoli che non siamo niente, che la Luce è invece tutto » (Ralph Waldo Emerson).



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