martedì 27 maggio 2014

Il Partigiano Compassionevole








Non si tratta di politica, qui. Oggi parlo anche di politica, ma solo perché mi aiuta a chiarire il discorso.
Mi sono spesso domandato come persone, per le quali per altri versi ho  rispetto, possano essere rimaste per anni irretite dalla fascinazione di Silvio Berlusconi.
Ma lo stesso, immagino, qualcuno potrà oggi domandarsi,  come si può rimanere inebetiti dall’ebetino, o da Grillo, o in altri tempi da ideologie che lambivano e sfociavano nel terrorismo. O come, prima ancora , nel ’54, ben pochi comunisti italiani si siano dissociati dai fatti d’Ungheria. O come si possa aver votato a favore della Monarchia, o per il Pentapartito.
Provo ad andare diretto al cuore del ragionamento, vi prego di reggere fino alla fine di questo pensiero, o di interrompere qui. La lettura parziale farebbe più male che bene, partendo da una esperienza personale, e quindi faziosa.
Raramente mi trovo d’accordo con gli altri. Ma questo nasce dal fatto che raramente sono d’accordo, in maniera stabile, convinta e ferma con me stesso. C’è tutto un gioco di statica e dinamica nel tenermi saldo in equilibrio su alcune certezze base, identitarie.
Se devo comprare un automobile, o se devo progettare un viaggio, la mia mente in maniera automatica organizza e compone una duplice lista di pro e contro. La sensazione della velocità sicura, il rimpiazzare il vecchio catorcio, ma anche le bollette da pagare, la critica del consumismo e l’affetto per il vecchio oggetto, e ancora la comodità degli spazi, l’efficienza energetica, ecc. ecc.
E’ più forte di me. O vedo tutti insieme i vantaggi di una scelta, o ne vedo gli svantaggi.
Spesso agisco d’impulso. E sono le scelte migliori. Ma succede altrettanto spesso che  il pensiero ponderato e maturo porti lo stesso a scelte felici. Si tratta in fin dei conti di fare i conti con la determinatezza che deriva da ogni scelta. Se mi sposo non sarò più single, se procreo non sarò più irresponsabile (oddio non vale per tutti…). Se esisto non posso non esistere (almeno finché vivo), e se sono qualcosa di determinato necessariamente non potrò essere qualcos’altro.
Spesso la scelta viene operata per utilitarismo (non in senso spregiativo ma in quanto ho bisogno di essere operativo per vivere) spesso per comodità, o ancora per pigrizia e abitudine.
Ecco a che mi serve l’immagine qua sopra  dell’anatra – lepre.
Il cervello coglie l’immagine dell’anatra o della lepre. In quel momento non vede, non ci riesce, l’altro animale. Se afferra la lepre, scappa l’anatra. Può essere facile vedere un’anatra, se tutt’intorno vedo disegnate altre anatre. Posso essere indotto dall’abitudine o dall’utilità. O al contrario posso voler vedere la lepre, proprio per anticonformismo.

Ora, io so perfettamente che ci sono infinite buone ragioni a favore dell’acquisto di una macchina nuova, ma sono indigente e mi determino a non volerle vedere. Il mio vissuto, influisce sulla scelta. O in maniera razionale, o in maniera semi-impulsiva, mi convinco così che devo vedere l’anatra. Magari mi basta un piccolo aumento in busta paga, o una vincita al gratta e vinci per giudicare quell’insieme di segni come appartenenti ad un altro campo di significati, e vedere la lepre.
Sono una partita IVA e voglio convincermi che abbiamo bisogno di una svolta liberista, sono un dipendente pubblico, e voglio le tutele sindacali. Poi anni di crisi, mutano il liberista convinto, in un forcone del mandiamoli tutti a casa, dopo che ha digerito per anni Ministri e politiche improponibili e il dipendente pubblico in un reazionario che difende piccoli privilegi di casta dopo aver predicato a destra e a manca l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Questa piccola introduzione, mi aiuta a dare una risposta ad alcuni interrogativi. Posso oggi serenamente dire, come dicevo, che chi ha appoggiato la democrazia cristiana nel corso dei 50 anni che hanno seguito la seconda guerra mondiale fosse sempre un corrotto, un pauroso, un colluso? Non posso riconoscergli valori diversi dai miei? Non riesco a figurarmi nessuno in buona fede nel campo avverso? Nessuno che veda sinceramente una lepre e non la mia anatra? Uno che nel ’45 credesse veramente che i liberatori erano gli americani, che negli anni ’50 era meglio non cadere nel grigiore conformistico del comunismo, che votare PCI equivaleva a negare gran parte delle proprie credenze? Senza pensare che tutti questi fossero ladri, collusi, servi della CIA, complici degli orrori compiuti in Vietnam? Le anime belle (io per primo), quelle che sono sempre dalla parte giusta, vedono l’altrui lista dei contro. Non riescono proprio a vedere e a riconoscere la loro lista dei pro.
Da ragazzo manifestavo contro la collusione stato mafia, contro i servizi deviati, contro l’imperialismo americano e lo sfruttamento delle risorse mondiali, le multinazionali, l’inquinamento, l’energia nucleare, i missili. Ho fatto bene a manifestare. Ma sono sicuro che se avessero vinto gli altri, i miei, avrei risolto i problemi? Non c’era un imperialismo sovietico, il suo sistema di controllo dei governi e dell’opinione pubblica? La corruzione sarebbe scomparsa con il partito di Berlinguer e delle cooperative? Si poteva cambiare il mondo con le buone intenzioni?
Se su un piatto della bilancia metto la fame nel mondo, le multinazionali, lo sfruttamento, la guerra, il militarismo, non posso controbilanciare tali pesi con niente. Non c’è scelta politica che tenga. Tutti sono contro la guerra, e le spese militari. Io ero contro i missili nucleari americani a Comiso. Costavano, spingevano alla corsa al riarmo, non erano un deterrente utile, erano un rischio politico, ambientale, un peccato morale. Non è detto però che storicamente non siano stati parte della soluzione del problema che essi stessi rappresentavano.
Oggi. A me sembra inaudito che per più di 20 anni ci siamo digeriti e maldigeriti un signore, Berlusconi,  che non mi riesce proprio a piacere dal punto di vista politico, umano e imprenditoriale. Ma non riesco ad immaginare che a sostenerlo, dal ’94 ad oggi, ci sia stata solo l’Italia peggiore. I corrotti, gli egoisti, il malaffare, i mafiosi. Fa comodo vederli così. Ma poi non mi riesco a spiegare le piazze piene di gente urlante e convinta, si lo so, organizzavano anche tanti vecchi a pagamento, ma tanti altri hanno creduto alla rivoluzione liberale, al pericolo comunista, ad un sacco di menzogne, che io reputo tali, che il cialtrone, perché io lo reputo così, gli imboniva. Oppure hanno soppesato attentamente i propri pro e contro con i pro e contro dell’altra parte e hanno fatto la loro scelta, non necessariamente dettata dall’interesse personale.
Sono quasi quotidianamente insultato indirettamente sui social network perché sarei un colluso. Solo perché non imbraccio le armi dell’indignazione pentastellata. Frotte di gente arrabbiata, giustamente incazzata e indignata, si chiede come si possa non aderire alle ragioni della loro protesta. Magari anche gli stessi che io insultavo nei miei quasi 30 anni di elettorato, perché fascisti, veterocomunisti, movimentisti, autonomi, liberisti, qualunquisti.  Siete sicuri che incanalare tutte le aspettative generate da una situazione sociale e personale difficile e insopportabile non sia facile, per voi che vi aderite, ma soprattutto per chi vi voglia strumentalizzare, magari anche in buona fede? La promessa di una soluzione facile, a tutti i problemi, e l’esistenza di una chiara linea di demarcazione, voi e loro. Io non voglio dire che non dovete pensarla come volete. Che non possiate trarre le vostre scelte. Ma dove eravate quando ad essere in mutande e  disgustati e incazzati c’erano gli altri? Vi siete sempre trovati tra i puri? Io non sono comunista. Ne un liberale. Ne un radicale. Benché io sia anche tutte queste cose. Di sicuro non sono un ladro. Un disonesto. O un violento.  Un cieco o una persona che non sa o non vuole ragionare.
Nel momento in cui si imbracciavano le armi, e le anatre sparavano alle lepri, per loro, per i puri, per chi ci credeva,  quel sangue era il prezzo da pagare per ottenere la giustizia sociale. Il momento in cui si insinua il dubbio, che possa esserci un’umanità legittimata a vedere lepri, o peggio ancora, il dubbio di aver voluto vedere ostinatamente solo la propria lettura del segno, deve essere un momento tremendo per chi si è dimostrato sempre fermo nel  giudicare, con disprezzo e senza possibilità di replica. O con noi o contro di noi.
Oggi c’è disgusto e sdegno per la corruzione, per la politica del palazzo. Contro gli incapaci e i collusi si cavalca il cavallo dell’onestà e della trasparenza. Ma arriverà il momento di dover compiere delle scelte. Così come avviene per tutte le minoranze nei partiti tradizionali, quelli non padronali, il dissenso dovrà poter trovare espressione. In nome e per conto dei valori che uniscono quella comunità, dovrà venire il momento della differenziazione, della scelta e dell’accettazione di questa differenza.
Ma dicevo che non era di politica che mi volevo occupare. Infatti quello che mi preme e mi sta a cuore è altro.
Ci sono momenti in cui mi vedo e dico  “io sono”. E magari riesco a cogliere anche il limite dei tratti che circoscrivendomi mi delimitano. E riesco a immaginare lo sfondo al quale quei tratti rinviano, lo sfondo sul quale si staglia la mia figura.
Ogni determinazione positiva, ogni  Io sono questo, è un atto che delimitando, crea un identità “me stesso” differenziata da qualcos’altro. Se io sono giallo, non sono rosso. Magari sono colorato, come il nero, ma non sono nero. Ad un altro livello io  sono mi oppone all’insieme delle cose, al mondo “esterno” preso come un tutto, ci sono io e c’è tutto il resto. Il mio non essere è la somma di tutto ciò che mi limita.
Ancora ad un altro livello c’è il tutto inteso come altro che mi nega nell’esistere, negazione radicale, il nulla, la morte, l’altro non determinato. Il dialogo fra tutte queste affermazioni dell’identità (io sono, io sono questo) e le sue varie negazioni e superamenti, crea spazi al confronto, indicibile, con l’altro che in qualche modo mi è estraneo ma che entra comunque in gioco con il suo alone di mistero. Ogni momento di questo continuo passaggio dal particolare alla perdita di senso del segno, fra le diverse affermazioni e negazioni, ha una sua fondatezza e valore.
Ma non è neanche a questo che volevo arrivare.
Ci sono momenti in cui sento “Sono”, in cui cioè sono e basta. In cui non potrei mai pensare qualcosa come “Io sono” o “Io sono questo e quello”, ma in cui al limite potrei esclamare “Sono!” e “Sono!” in ogni attimo. Come un robot o un sasso che riceva l’autocoscienza all’improvviso, come un bimbo che scopre le cose del mondo.
Ci sono momenti in cui “SONO!” e lo SFONDO si sovrappongono.  Sfocalizzando  lepre e anatra trovano pace. Quando i tratti dell’una e dell’altra, che sono gli stessi, si fondono e vengono percepiti per quello che sono, oltrepassando la percezione della mente che coglie un aspetto.  E’ uno stato che per alcuni versi non si differenzia molto dalla demenza senile, in cui l’esperienza di una vita si dissolve pian piano nel nulla. Ma non è solo questo. Appartenere all’oceano, ma essere Particella! Molecola! Goccia! Mare! Mondo! Tutto! Niente.
Capite quanto sia importante rimanere pronti. Le differenze, cogliere le differenze, o le apparenze, è sì importante. E’ importante coglierle e giudicare il mondo in base ad esse. A partire dalla propria individualità e singolarità. Ma è anche importante rimanere pronti all’esclamazione, a lasciarsi stupire dagli altri. A dubitare delle proprie incrollabili certezze. A mettere in discussione tutto. A scegliere e sapere che avrei potuto scegliere diversamente. A raccogliere la determinazione che genera ogni mia scelta, responsabilmente. Ma non indossare nessuna uniforme, nessun distintivo che possa coprirmi la visuale. Che le stellette si infilzino pure sulla pelle ma nessuna spilla, nessuna appartenenza trafigga il cuore al punto di non saper riconoscere questo gioco incessante di essere e non essere, questa necessaria apparizione dell’identico contrapposto al differente, apparizione compassionevole e aperta all’altro. 




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