martedì 31 gennaio 2012

Il Bel Gesto

Pubblichiamo un nuovo articolo dell’insegnante di Spada Giapponese Sensei Enrico Salvi



Nakayama Hakudo Sensei (1869-1958)

 
«L’arte giapponese, dai tempi dei maestri Ashikaga, si era attenuta fermamente all’ideale romantico orientale, vale a dire all’espressione dello Spirito come massimo sforzo artistico. Da noi questa spiritualità era concepita come l’essenza, la vita delle cose, un ardente fuoco interiore.
La bellezza era il principio vitale che pervade l’universo».

Okakura Kakuzo, Lo spirito dell’arte giapponese


«Il movimento è bello quando è assolutamente fluido e scorrevole. Se l’ordine dei movimenti è scorrevole, chi guarda non ha più l’impressione di una cosa innaturale, ma anzi di qualcosa di bello».
 
Ogasawara Kiyonobu, Il ma delle buone maniere

        Secondo la mia personale esperienza, posso affermare che allorquando l’esercitazione, keiko, inizia con l’entusiasmo, kisei, essa non possa procedere e concludersi che con la gioia, yorokobi, e che questa gioia sia la conseguenza dell’aver praticato il Bel Gesto (al meglio delle proprie possibilità). Ogni Kata di Spada, composto da movimento, undo, e stasi, ma, è il Bel Gesto che è il risultato di molti piccoli bei gesti minuziosamente studiati, bunkai.
     Forse, si può paragonare il Kata ad un mosaico alla cui bellezza contribuisce ogni piccolo tassello collocato al posto giusto e con la sua giusta sfumatura di colore. Il Kata ideale, come il mosaico, è denso di raffinatezza-dignità-nobiltà-grazia-eleganza, hin.
Ma
Hin  

    La mia personale esperienza dello Iaido (come anche del Kendo) mi permette di affermare come la Via della Spada, Ken no Michi, sia la Via del Bel Gesto, Myogi no Michi. Non posso spiegare diversamente la gioia integrale che ‘rapisce’ il corpo e l’anima, shinshin. Forse questa gioia altro non è che il libero fluire del Ki, Kinagare, l’Energia primordiale che vivifica gli Uomini, la Natura e tutte le Cose e che scaturisce dal Nucleo spirituale nascosto, Shinpi, della Bellezza che si sprigiona in Luce, il principio vitale che, come dice Okakura, «pervade l’universo».
   
    Il Bel gesto è un incantesimo, miryoku, che lo spadaccino fa a se stesso: sciogliendo il proprio ego attraverso l’attenzione sferica dello spirito, zanshin, egli compie quasi dei passi di danza, mai, creando un’atmosfera coinvolgente simile a quella del teatro No, in cui il camminare strisciato, hakobi, dell’attore è come quello dello spadaccino, senza lacune nell’impostazione del corpo, karada no suki. Il Bel Gesto, per dirla con Zeami, è il fiore autentico, makoto no hana o No no hana, che sboccia dopo che le tecniche, waza, studiate per lunghi anni, sono state assimilate sino a “dimenticarle”.


Masato Matsuura

No no Hana

Il Bel Gesto è come una pietra preziosa, hoseki, che non finisce mai di essere levigata perché la sua bellezza non è mai definitiva: non c’è un momento in cui possa dirsi: “ecco, la bellezza è compiuta!”. Io penso che la Bellezza assoluta sia irraggiungibile e che proprio a questa irraggiungibilità sia dovuto il paradosso di una gioia crescente ed inappagabile nel medesimo tempo... il mosaico ogn'ora incompiuto! 
 
«Le cose concluse, piene, tendono alla volgarità. 
Dobbiamo considerare nobile, eccezionale, la scarsezza».

                                                        Conversazioni con Zenpô (Zenpô zatsudan)
 
 
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giovedì 26 gennaio 2012

Schegge Zen e non... del Gennaio 2012

Pubblichiamo alcuni pensieri, riflessioni, annotazioni di Sensei Paolo Taigō Spongia che possono essere di ispirazione e riflessione.



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La vera religione non dà risposte, ma c'insegna invece a stare di fronte al silenzio.



Tutte le volte che agiamo, il nostro gesto crea o apre un mondo, il gesto è conoscenza, forse, l'unica possibile.



Non possiamo fare a meno di indebitarci perchè anche la nostra stessa vita ci è data in prestito e, dato che i debiti vanno restituiti, ecco che inizia la nostra pratica.



Si possono formulare domande profonde senza esigere alcuna risposta, questo è l'autentico spirito religioso.


Viviamo in una civiltà che cerca di 'preservarsi' in tutti i modi, dalla vecchiaia, dalla malattia, alla morte, dal disagio, dal caldo, dal freddo... in fin dei conti dalla vita stessa.
Ma quando ci si 'preserva', non ci si mette più in gioco e la vita è finita.



Non è la forma esteriore che si trasmette, non può essere oggetto di trasmissione.
La vera trasmissione avviene là dove non si insegna ma si vive, assieme, un'esperienza comune del corpo-mente. Dove si innesca un'alchimia da Cuore a Cuore (I shin den shin), dove la mia pelle diventa la tua pelle e tu, del gesto del 'maestro' percepisci l'emozione e la sensazione e diventa il tuo gesto, la tua emozione.


Molti dei nostri condizionamenti, delle nostre reazioni, del nostro dolore... deriva dalla profonda paura che ci domina.
Il dono più grande che si possa fare ad un altro essere umano è quello della non-paura, in qualunque circostanza.
Lo Zazen è la postura della non-paura (MU-I).



'Sediamo soli e camminiamo soli' recita lo Shōdōka. L'uomo è portato a riunirsi se deve rivendicare qualcosa, se deve lamentarsi. La sua miseria lo porta ad aggregarsi per cercare conforto nella miseria altrui. E' qualcosa di pericoloso quando l'aggregazione nasce sulla base di questa esigenza, la condivisione della miseria anzichè la condivisione della pienezza.




Il mio Maestro affermava che per poter oltrepassare la soglia del Dojo ed accedervi fossero necessari: Libertà, Dono e Scandalo.
Libertà perchè la conoscenza di sè richiede una profonda libertà e la determinazione a percorrere sentieri inesplorati e impopolari, accogliendo l'incertezza. Dono, perchè se si entra nel Dojo solo con l'intenzione di 'prendere', 'ottenere' non riusciremo a raccogliere nemmeno una briciola dell'Insegnamento. Solo quando ci si dispone al dono, all'offerta di sé, allora si ha accesso alla 'stanza del tesoro' e se ne potrà usare a piene mani perchè non sarà solo per il nostro vantaggio.
Scandalo, perchè l'azione pura, senza spirito di profitto, non può che destare scandalo nelle menti mercantili. E non si deve temere di destare scandalo se si vuole essere davvero liberi.



Il problema non è riempirsi la testa di idee, ma di fare un gesto puro, perchè tutto è in quel gesto.





© Tora Kan Dōjō


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mercoledì 11 gennaio 2012

Camminare come un Buddha


Pubblichiamo questo estratto dal libro: ‘Camminando con il Buddha’ di Thich Nhat Han ed. Mondadori che esprime, con la semplicità e profondità tipiche dello stile del Maestro Thich Nhat Han, principi fondamentali della pratica.






Nel Sutra del Loto il Buddha è descritto come la più amata e rispettata «fra le creature che camminano su due piedi»; gli volevano tanto bene perché sapeva godersi una bella passeggiata. Nel buddhismo, camminare è una forma importante di meditazione. In effetti può essere una pratica spirituale molto profonda.
Quando camminava, il Buddha lo faceva senza sforzo, semplicemente godere di camminare; non aveva bisogno di sforzarsi perché quando si cammina in presenza mentale si è in contatto con tutte le meraviglie della vita che si hanno dentro di sé e intorno a sé. È questo il modo migliore di praticare: praticare senza far vedere che stiamo praticando. Non si fa nessuno sforzo, non si lotta, semplicemente si gode di camminare – ma è qualcosa di molto profondo. «La mia pratica,» diceva il Buddha «è la pratica della non-pratica, la realizzazione della non-realizzazione».
A molti di noi riesce difficilissimo immaginare una pratica priva di sforzo, nel piacere rilassato della consapevolezza. Succede perché non camminiamo con i piedi: certo, fisicamente sono i nostri piedi a camminare, ma la mente è altrove, dunque non stiamo camminando con l’intero corpo e con l’intera coscienza. Consideriamo mente e corpo due cose separate: il corpo sta camminando in una direzione, la coscienza ci trascina in una direzione diversa.
Per il Buddha la mente e il corpo sono due aspetti della stessa entità. Camminare è semplice come mettere un piede davanti all’altro, eppure spesso lo troviamo difficile o noioso; invece di camminare prendiamo la macchina per percorrere pochi isolati, “per risparmiare tempo”. Quando capiamo quanto corpo e mente siano interconnessi, la semplice azione di camminare come faceva il Buddha può essere estremamente facile e piacevole.
Puoi fare un passo ed entrare in contatto con la terra in modo da stabilirti nel momento presente: così arrivi nel “qui e ora”. Non occorre fare alcuno sforzo: i piedi toccano la terra in consapevolezza, portandoti subito nel qui e ora. Sei libero, all’improvviso – libero da tutti i progetti, da tutte le preoccupazioni, da tutte le aspettative – sei pienamente presente, pienamente vivo, in contatto con la terra.
Quando pratichi da solo la lenta meditazione camminata puoi provare a fare così: inspira e fai un passo, concentrando tutta l’attenzione sulla pianta del piede; non fare il passo successivo finché non sei pienamente arrivato, finché non sei nel qui e ora al cento per cento, puoi concederti il lusso di fare così. Poi, quando sei certo di essere arrivato al cento per cento nel qui e ora, in contatto profondo con la realtà, sorridi e fai il passo successivo. Quando cammini in questo modo, imprimi sul terreno la tua stabilità, la tua solidità, la tua libertà, la tua gioia. Il piede che posi è come un sigillo, il sigillo dell’imperatore. Il sigillo imprime un segno su un foglio di carta. Che cosa vediamo, osservando la nostra impronta? Vediamo il marchio della libertà, il marchio della solidità, il marchio della felicità, il marchio della vita. Sono sicuro che sei capace di fare un passo di questo genere, perché in te c'è un buddha; è quella che si chiama “natura di buddha”, ossia la capacità di essere consapevoli di quello che sta accadendo. «Ciò che accade ora è che sono vivo e sto facendo un passo.» Una persona, un essere umano, un homo sapiens dovrebbe esserne in grado: in ognuno di noi c’è un buddha, dovremmo lasciare che sia lui a camminare.
Anche nella situazione puoi camminare come un Buddha. L’anno scorso, a marzo, durante il viaggio in Corea ci fu un momento in cui ci ritrovammo circondati e bloccati da centinaia di persone, ognuna con in mano una macchina fotografica, che ci chiudevano la strada. Non c’era spazio per camminare, tutti ci puntavano addosso l’obiettivo, una situazione difficilissima in cui fare una meditazione camminata! Allora dissi: «Caro Buddha, mi arrendo. Cammina tu per me!»; e subito arrivò il Buddha e si mise a camminare in totale libertà; la folla si aprì a fare spazio al Buddha che camminava senza alcuno sforzo.
Se vi trovate in una situazione difficile fate un passo di lato e lasciate che il Buddha prenda il vostro posto. Il Buddha è dentro di voi. Funziona in tutte le situazioni; l’ho sperimentato. È come al computer, quando ci si imbatte in un problema: sei lì che cerchi di uscirne senza riuscirci; arriva tuo fratello maggiore, che è molto bravo col computer, e dice: «Spostati un po’, ci penso io» e appena si siede va tutto a posto. È proprio così: quando ti trovi in difficoltà, ritirati e lascia che il Buddha prenda il tuo posto. È facilissimo e per me funziona sempre. Devi avere fede nel tuo buddha interiore e lasciare che sia lui a camminare, e lasciare anche che le persone che ti sono care camminino per te.
Per chi cammini, quando cammini? Certo, puoi camminare per arrivare da qualche parte; ma puoi anche camminare come una sorta di offerta meditativa. È una gran bella cosa camminare per i tuoi genitori o per i nonni che forse non conoscevano la pratica di camminare in presenza mentale. In vita loro, i tuoi antenati potrebbero non aver mai avuto l’occasione di fare passi felici, in pace, e di stabilirsi pienamente nel momento presente. È davvero un peccato; non è il caso di lasciare che accada anche a noi.
Puoi camminare con i piedi di tua madre; povera mamma, lei forse non ha avuto molte opportunità di camminare in questo modo. Puoi dire: «Mamma, ti va di venire a camminare con me?» e poi cammini con lei e ti si riempe il cuore d’amore. Ti liberi, e allo stesso tempo liberi anche lei. Perché tua madre è davvero dentro di te, in ogni cellula del tuo corpo. Anche tuo padre è presente in ogni cellula del tuo corpo; puoi dire: «Papà, ti va di venire con me?», ed ecco che all’improvviso ti ritroverai a camminare con i piedi di tuo padre. È una gioia, è una pratica che dà molto, e vi assicuro che non è difficile, che non occorre lottare o combattere: basta attivare la consapevolezza e tutto andrà bene.
Una volta imparato a camminare per le persone care, puoi camminare per le persone che ti hanno reso infelice la vita: puoi camminare per coloro che ti hanno attaccato, che hanno distrutto la tua casa, il tuo paese, la tua gente. Quelle persone non erano felici, non avevano abbastanza amore per se stesse né per gli altri, e hanno reso infelice la tua vita e quella della tua famiglia e della tua gente. Verrà il momento in cui sarai in grado di camminare anche per loro. Camminando in questo modo diventi un buddha, diventi un bodhisattva pieno d’amore, di comprensione e di compassione.


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