giovedì 23 giugno 2011

I Venti Principi del Karate


Pubblichiamo l’interessante nota di Bruno Ballardini alla sua traduzione del Libro: ‘I Venti Principi del Karate’ di Gichin Funakoshi ed. Mediterranee di cui consigliamo la lettura.
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Nota del Traduttore Bruno Ballardini
al libro : ‘I Venti Principi del Karate’ di Gichin Funakoshi ed. Mediterranee

Sono innumerevoli le versioni che circolano dei Shoto Nijukun, i famosissimi Venti Principi di Gichin Funakoshi, molte delle quali decisamente fantasiose e improbabili. Eppure, nonostante gli errori di traduzione, i Principi conservano sempre intatta la straordinaria forza e densità di pensiero del fondatore del karate moderno. La difficoltà principale per chi traduce (in inglese o in italiano, dal giapponese), è data dai concetti di riferimento che stanno dietro alle parole: universi concettuali e paradigmi filosofici completamente diversi dai nostri, quindi in un certo senso intraducibili. Per fare un esempio, il carattere Shin, in giapponese come in cinese, significa “Cuore” ma anche, contemporaneamente, “Mente” e “Spirito” (uso il maiuscolo per sottolineare la natura astratta di questi termini). Ciò significa che nella cultura giapponese la mente risiede nel cuore. È un concetto filosofico a noi estraneo e difficile da comprendere. Ci si può arrivare, eventualmente, solo dopo molti anni di pratica dell’arte marziale o di studio della cultura giapponese. Ma qui, traducendo il termine solo con “Mente” si rischia di evocare, nell’interpretazione di un principio come il quinto (“Lo spirito [shinjitsu, lett. “la disciplina del Cuore/Mente/Spirito”] viene prima della [abilità] tecnica”), un’idea cartesiana di supremazia dell’intelletto sul corpo, totalmente errata. Viceversa, se il termine venisse tradotto in modo più letterale, e quindi con “spiritualità”, il precetto sembrerebbe riferirsi ad un preteso “misticismo” che per alcuni dovrebbe impregnare l’arte marziale. Errato anche questo. Se infine venisse tradotto solamente con “Cuore” sembrerebbe quasi che prima di tirare un colpo occorra “ascoltare i sentimenti” per esercitare magari la compassione o ascoltare il proprio innato senso di giustizia. Ancora più fuorviante. Altrove, si è scelto invece di tradurre il termine Shin con “Mente” accompagnandolo con la parola “Cuore” fra parentesi. In questo modo si lascia intatta la doppia valenza del concetto che, letto complessivamente, conserva una sfumatura di fisicità. Con questo, viene reso anche lo spirito di koan della massima, spirito che pervade un po’ tutti i venti principi.
L’esempio fatto non è stato scelto a caso. Nella nostra cultura, il razionalismo cartesiano è tra i principali responsabili della dicotomia fra mente e corpo, mentre in Oriente corpo e mente sono una cosa sola. Perfino massime come “mens sana in corpore sano” non fanno che confermare e rafforzare questa insanabile frattura. La filosofia delle arti marziali, invece, come tutta la cultura dell’Oriente, fa riferimento a un principio di unità e se non si adottano strumenti adeguati per “leggere” e comprendere questa visione i concetti non avranno alcun effetto sulla pratica. Conseguentemente, il nostro karate sarà più vicino alla nostra idea di sport e piuttosto lontano dall’arte marziale.
Un esempio di quanto detto lo troviamo nel secondo principio che viene spesso tradotto con “Nel karate non c’è primo attacco”. In realtà la frase in giapponese non contiene affatto il termine “attacco” o il verbo “attaccare” ma dice letteralmente: “Nel karate non esiste iniziativa”. Un concetto molto più ampio dell’interpretazione fornita qui dal commentatore. Invece, il principio ha una doppia lettura, sia sul piano del karate in senso stretto, sia su quello della filosofia di vita. Da una parte, non essendo concepita la possibilità di iniziare qualsiasi azione per primi, viene definito una volta per tutte lo spirito della disciplina che è eminentemente di difesa. Portando alle estreme conseguenze questo stesso principio, non potrebbero esistere nemmeno le competizioni sportive perché nessuno dei contendenti avrebbe validi motivi per attaccare l’altro. Ma la postfazione di Jotaro Takagi ci regala un’ulteriore illuminazione grazie a cui si può comprendere che esiste una lettura più profonda. C’è infatti un secondo livello di significato che la massima ci indica, soprattutto se collegata con il decimo principio: l’atteggiamento di apertura che occorre avere verso tutte le cose, lasciando che siano le cose a venire verso di noi e non noi ad andare verso le cose, magari con la pretesa di contrastarle o di piegarle alla nostra volontà. È un principio a cui Funakoshi si è ispirato per tutta la vita ed è per questo che la massima compare anche come epitaffio sulla sua tomba nel tempio di Engakuji a Kamakura.
Un altro esempio è nel ventesimo principio, il più importante e conclusivo, che viene spesso tradotto con “Pensa ed elabora sempre”, oppure “Fai tendere lo spirito al livello più alto”, o addirittura “Sii costantemente consapevole, diligente e pieno di risorse”. Si tratta in ogni caso di un “eccesso di traduzione”, perché in giapponese la frase dice semplicemente: “Sii sempre creativo”. Un’esortazione chiara e inequivocabile a coltivare un atteggiamento aperto, fluido e mai rigido, nel confronto con un avversario o con se stessi, come pure applicando il karate alla vita di tutti i giorni. Invece, una traduzione errata come “Pensa ed elabora sempre”, farebbe paradossalmente più danni che praticare con un cattivo insegnante perché porterebbe a credere che prima di agire occorra pensare ed elaborare con la mente. Ciò produrrebbe non solo uno scollamento dal corpo, ma anche un’eccessiva presenza dell’intelletto discorsivo che è il vero diabolus da combattere secondo lo Zen. “Sii sempre creativo”, invece, ci dà un’idea chiara del livello di maestria che l’aver ottenuto il Mushin no Shin (
無我心の心), la “Mente senza Mente” o “Mente Vuota”, comporta: è esattamente la stessa condizione in cui un musicista esegue un’improvvisazione ai più alti livelli tecnici, quando le variazioni sgorgano da sole e le soluzioni armoniche, che di momento in momento e istintivamente vengono adottate, sono sempre le più imprevedibili, le più efficaci, le più giuste. È in quella stessa condizione, esattamente quella - in cui il pensiero coincide con l’azione e mai la precede - che anche l’arte marziale diviene appunto “arte”. Il ventesimo precetto del Maestro esorta quindi a cercare di raggiungere quel livello, che è il punto più alto nella pratica. E nello stesso tempo indica il modo per raggiungerlo.

Bruno Ballardini

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lunedì 20 giugno 2011

Quarta Settimana di Giugno : Inaugurazione Tora Kan Dojo


Buon Inizio di Settimana



Ieri la gioiosa e intensa Inaugurazione della nuova Sede del Tora Kan Dojo nel suo 25° anno di vita.
Tanti Insegnanti, Allievi, Amici sono intervenuti per celebrare questo straordinario momento.
A tutti va un grazie di cuore e un invito a ritrovarsi da oggi a calcare il nuovo tatami.
A questo link potete leggere buona parte dei bei messaggi di augurio pervenuti da tutto il mondo per l'occasione:

Messaggi d'Augurio
Messages received from all over the world

Qui potete leggere il discorso che ha fatto Sensei Paolo Taigō Spongia:


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sabato 4 giugno 2011

Hara

Nagaoka Sensei e Samura Sensei in Hara Gatame (1935)


La parola "HARA" ( utilizzati anche i termini Fukubu o Onaka) può essere tradotta letteralmente come "ventre, pancia" e ha una sua collocazione anatomica nella regione che va dallo stomaco, "I",  al basso ventre, "Kikai", al di sotto dell'ombelico. E proprio nella regione Kikai, a circa 5 cm dall'ombelico, i giapponesi collocano il TANDEN, il centro dell'uomo.
Così che il termine Hara viene ad essere qualcosa di più che una connotazione anatomica: è il centro della forza spirituale e fisica dell'uomo.

Esistono modi di dire che chiariscono ulteriormente:
- Hara no aru (nai) ito = uomo con (senza) ventre
- Hara no dekite (dekite inai) hito = uomo con  ventre maturo (non maturo)
- Hara wo neru = esercitare il ventre
- Hara-gei = gioco del ventre

Naturalmente queste locuzioni non descrivono tanto caratteristiche anatomiche quanto caratteristiche spirituali e caratteriali, allo stesso modo in cui, nel detto gergale italiano,con  l'espressione colorita  "senza palle" non  si vuole sottolineare una deficienza fisica ma caratteriale.

E' chiaro che per noi italiani il tanden si colloca in regioni del tutto fuori luogo rispetto alla sede Zen !!!
Le ragioni socio-culturali di questa traslocazione potrebbero costituire un degno oggetto di studio per una tesi  a sfondo antropologico.

Qui ci basta sottolineare che, per la cultura giapponese,  la completezza dell'Hara indica una personalità ben collocata in se stessa, incentrata in sé (SHISEI): pronta ad affrontare il mondo.
Non si tratta di una condizione naturale: conseguire un Hara pieno è frutto di lunga pratica(GEIKO) in una delle arti del DO (Ikebana, Zen, Arti marziali...). Per cui anche nella pratica del Karate-do l'obiettivo ultimo è quello di formare una personalità completa, il conseguimento di un più elevato livello di Hara.

La locuzione "Hara-gei", gioco del ventre, è un concetto caro all'antica cultura dei Samurai e al Budo giapponese. Il significato della parola rimanda ad un dialogo silenzioso tra due uomini che si comprendono nell'intuirsi reciprocamente, senza dover parlare. Se i due uomini in Hara-gei sono un sensei e un suo allievo, allora è chiaro che l'Hara-gei riveste dimensioni elevate rispetto al piano apparente del gioco.

Tratto da Ispido Cafè che ringraziamo


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