lunedì 25 giugno 2018

Hojo undo: esercizi supplementari


Hojo undo, esercizi supplementari… ma la traduzione di hojo, supplementari, è fuorviante rispetto all’importanza di questi esercizi nella pratica del Goju Ryu Karate-Do.

Gli esercizi (hojo undo) ci permettono di imparare ed eseguire meglio i kaishugata. Esercitiamo ciascuna parte del corpo con movimenti specifici. Ci esercitiamo anche con diversi attrezzi per migliorare la forza complessiva e quella di specifiche parti del corpo.” (Chojun Miyagi Sensei)

L’hojo undo è parte integrante del curriculum tecnico shido ho (insieme al junbi undo, kihongata, kaishugata, kumite renshu), come descritto dal Maestro Miyagi nello scritto “Karate-Do Gaisetsu”.

Hojo undo, Karate Kenkyu Kai, ca 1926

E’ da notare come il Maestro Miyagi, già negli anni intorno al 1930, sistematizzava il suo curriculum tecnico includendo anche il junbi undo e l’hojo undo, mentre il karate giapponese ha sempre avuto come fondamenti il kihon, i kata ed il kumite, trascurando completamente le preziose ed importanti metodiche del junbi undo e dell’hojo undo.

Nell’unico filmato ad oggi noto che riprende alcuni allievi del Maestro Miyagi, quando questi era ancora in vita, girato nel 1940, sono presenti degli esercizi con il makiwara, il tan, gli ishi sashi, i nigiri game, ed il chishi.


Anche il Maestro Kanryo Higaonna considerava l’hojo undo parte fondamentale del proprio sistema di pratica, tanto da aver lasciato i seguenti insegnamenti (come riportati da Shoshin Nagamine): 

- I risultati dei propri sforzi sono cumulativi: non avere fretta e non metterti in mostra;
- Allenati secondo le tue capacità;
- Ripeti ogni esercizio fino allo sfinimento e aumenta gradualmente l’intensità.

L’hojo undo è inoltre presente in varie scuole di Okinawa, Uechi Ryu, Shorin Ryu. Le scuole giapponesi hanno perso quasi completamente questa pratica, tranne l’utilizzo del makiwara.

A conferma della presenza e dell’importanza dell’hojo undo nella pratica ad Okinawa, il libro “Karatedo Taikan” del 1938 ne riporta una descrizione dettagliata. Tutti gli attrezzi dell’hojo undo provengono dalla Cina (nell’antica Cina, l’arte di fortificare il corpo attraverso l’uso di attrezzi veniva chiamata Shuai Chiao, arte di irrobustire), tranne il kongoken ed il makiwara (nelle arti marziali cinesi è maggiore l’enfasi sulle tecniche a mano aperta).

Il Maestro Morio Higaonna, nel corso delle sue ricerche in Cina, è riuscito ad identificare tutti gli attrezzi, tranne appunto il kongoken:
chiishi – kunso, ishi sashi – shisoh, tekkan – tisso, nigiri game – chuutan, tetsu geta – tin li, sashi ishi – niantsui, tou – tuupei, tan – sotan, sunabako – saison, ecc.

L’hojo undo, in quanto allenamento della forza, della potenza, dei riflessi e della coordinazione muscolare, è il collegamento ideale tra i kata e le loro applicazioni.

"Gli attrezzi per l’hojo undo sono tipi del Goju Ryu d’Okinawa. In Cina, il precursore del Goju Ryu d’Okinawa, lo stile delle arti marziali Shaolin del sud, utilizzava una varietà di sttrezzi per rafforzare e condizionare il corpo. Questi esercizi non solo permetteranno di migliorare la forza del praticante ma, allo stesso tempo, miglioreranno le tecniche dei kata. Sia i kaishugata che i heishugata, come il  sanchin ed il tensho, diventeranno più semplici da eseguire grazie alla pratica diligente dell’hojo undo." (Morio Higaonna Sensei)

L’hojo undo non è body building, il Maestro Miyagi vedeva il corpo come un’unità e studiò il suo regime di allenamento (compreso l’hojo undo) al fine di far lavorare tutti i maggiori gruppi muscolari in modo equilibrato, in maniera consapevole e coordinando i movimenti con la respirazione.

Inoltre l’hojo undo permette di allenare alcune qualità specifiche del Goju Ryu, quali il muchimi, il chinkuchi kakin (kime), ecc. Nell’hojo undo non ci sono vette o limiti da raggiungere, l’unica sfida è quella con se stessi, nel corso del progresso della pratica. Nell’hojo undo non si raggiungono risultati in tempo rapido e quindi la perseveranza è fondamentale. L’esperienza con ciascun attrezzo vi insegnerà la lezione che ha da offrire e, nel farlo, risponderà a tutte le vostre domande.

E’ tipico della cultura di Okinawa la praticità e l’abilità di ricavare il meglio da quello che si ha, quindi l’hojo undo, nel rispetto delle qualità fondamentali sopra espresse, può essere praticato con qualsiasi attrezzo, meglio se fatto in casa con materiale di risulta.

Attrezzi per hojo undo, 1942

Kigu Hojo Undo: hojo undo con attrezzi (elenco non esaustivo)

Attrezzi "da sollevare"
  • Makiage, Rullo per polsi 
  • Chiishi, Pietra della forza
  • Morote chiishi, Con due manici
  • Nigiri game, Giare da afferrare 
  • Tan, Bilanciere 
  • Ishi sashi, Lucchetto di pietra 
  • Kongoken, Peso ovale metallico
  • Tetsu (Ishi) Geta, Ciabatte di metallo (pietra) 
  • Tetsu arei, Manubri di ferro
  • Sashi ishi, Pietra (spesso con manici)
  • Tekkan (Tetsu no Wa), Anelli di ferro 

Attrezzi “da colpire”:
  • Makiwara, Tavola per colpire, 'avvolto dalla paglia'
  • Temochishiki makiwara, Mobile
  • Fukushiki makiwara, Fisso
  • Sagi Makiwara, Sacco
  • Tou, Fasci di bambù 
  • Jari (Suna) Bako, Scatola di ghiaia (sabbia)
  • Ude kitae, Tronco per le braccia 
  • Kakite bikei, Tronco per parare e per la pratica del kakie 

La suddivisione precedente può essere interpretata anche come una metodologia per allenare l’ “indurimento”:

Attrezzi “da sollevare”: indurimento difensivo

Attrezzi “da colpire”: indurimento offensivo (‘shock’)

Ude tanren, san dan gi (sandan uke barai), tai atari: indurimento difensivo con “shock”

Il praticante impara a sostenere fisicamente e psicologicamente gli impatti derivanti dallo scontro nel combattimento. Quindi è psicologicamente più preparato ad uno scontro reale e allo shock che deriva dal subire un impatto, shock che se non è stato mai sperimentato prima può determinare esitazione e timore che in un combattimento reale significano la fine.

Il corpo si rinforza (tanren significa forgiare) e lo si vede chiaramente, quando un principiante inizia con questi esercizi, anche impatti leggeri determinano la formazione di ecchimosi mentre dopo pochi mesi di esercizio le ecchimosi non si formano più e a poco a poco, spontaneamente, l’intensità degli impatti è aumentata.

Nel praticare questi esercizi però non basta colpire o farsi colpire (come talvolta è male interpretato e origine di traumi) ma sono fondamentali principi di respirazione e controllo del tanden e della postura durante gli esercizi. Si impara anche che quando in combattimento non si può evitare un colpo (e chi combatte realisticamente sa che i colpi si prendono e si danno) bisogna saperlo assorbire (importante è appunto postura, allineamento del corpo, respiro, energia…) e continuare immediatamente senza esitazioni e anzi approfittando dell’opportunità.

© 2017, Roberto Ugolini



© Tora Kan Dōjō






mercoledì 20 giugno 2018

Esprimere lo spirito dello Zazen in ogni azione.




La Verità del Buddhismo può essere realizzata soltanto attraverso la Pratica; è raggiunta attraverso il corpo.

Il modo in cui utilizziamo i nostri muscoli dev’essere in accordo con lo Zazen.

Praticando Zazen, noi alleniamo la nostra attitudine verso la vita  che si esplica in ogni attività.

Questa è la Pratica. All’interno di essa, realizziamo la vera pace della mente.


Kodo Sawaki Roshi
Trad.da ‘The Zen Teaching of Homeless Kodo’

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Original English Version:

The truth of Buddhism is realized only through practice; it is attained through the body. The way we use our muscles must be in accordance with zazen. Practicing zazen, we train our attitude toward life in each and every activity. This is practice. Within it, we actualize true peace of mind.

Kodo Sawaki Roshi
‘The Zen Teaching of Homeless Kodo’


© Tora Kan Dōjō
www.iogkf.it

sabato 16 giugno 2018

Il Cammino della Vita




La verità si manifesta in ogni istante, in tutto ciò che sta accadendo; la verità si esprime perennemente. Tutto ciò che occorre sono occhi per vederla: la luce della verità è onnipresente.

Un anno fa ho piantato un alberello che adesso inizia a fiorire; ma prima che questo accadesse, c’è stato un anno di attesa.

Nella vita spirituale accade la stessa cosa. Immergiti nella devozione e attendi: pianta i semi e attendi che spuntino i fiori. La pazienza è il respiro vitale della meditazione.
Nulla può accadere prima del suo tempo, ogni cosa richiede tempo per crescere.

Ho ricevuto la tua lettera: proseguendo nel tuo viaggio stai forgiando un cammino tra speranza e disperazione. Sono molto felice di saperlo: il cammino della vita è molto tortuoso, ed è bene che sia così.

Questa è una sfida per il tuo coraggio e la tua energia, inoltre arricchisce di gioia la tua vittoria.

Solo chi non ha mai intrapreso questo viaggio può essere definito perdente.
Chi si è messo in cammino ha già vinto metà della battaglia; e le sconfitte che subirà lungo il percorso non saranno vere disfatte, veri fallimenti, saranno soltanto uno sfondo che farà risaltare la vittoria in tutta la sua gloria.

L’esistenza è con te in ogni momento, ecco perché la realizzazione finale è sicura.

Vivo colmo di beatitudine.

Osho


tratto da 'Lettere d'Amore all'Esistenza' Osho Feltrinelli

© Tora Kan Dōjō

martedì 12 giugno 2018

La gioia dell'esserci




Un giorno, durante uno dei miei viaggi in Africa, stavo attraversando sulla mia jeep lunghi tratti di strada assolati, lussureggianti e deserti.
Poi, d’improvviso, appariva qualche agglomerato di capanne di paglia, fango, lamiere.
E subito gruppi di bambini seminudi, sporchi, di ogni età, richiamati dal passaggio dell’auto: ci correvano incontro accogliendoci con esplosioni di risate, saluti e allegria.
Ogni tanto, ordinati nelle loro divise scolastiche, incrociavamo gruppi di giovani studenti di ritorno da scuole lontane forse chilometri. E anche questi si aprivano in sorrisi accoglienti, scherzando tra loro ed esprimendo una felicità palpabile. A ogni passaggio, questi incontri mi lasciavano pieno di stupore e di domande.

Come poteva esistere quella felicità, quell’entusiasmo, quella gioia incontenibile, in luoghi così poveri, degradati e deprimenti? I pensieri volavano verso le nostre case confortevoli, in cui nessuno più si chiede perché c’è luce premendo un interruttore, acqua pulita aprendo un rubinetto, cibo nel frigo e sulla tavola, calore d’inverno e fresco d’estate. Nessuno si chiede perché possiede vestiti, automobili, telefoni, televisori, decoder, computer, lavatrici, frigoriferi e lavastoviglie.
Mi chiedevo perché niente più ci sorprenda.
Pensavo alle facce della gente per strada, bambini compresi, a Roma, a New York, a Parigi o a Londra. Facce chiuse, tese, preoccupate, arrabbiate, tristi, depresse o allucinate.
Che razza di contraddizione era?
Perché a volte, se non hai niente, riesci a essere felice, e se hai tutto, molto più di quello che ti serve, sei insoddisfatto, depresso, infelice, incapace di provare un filo di meraviglia e gratitudine?
Ho ripensato a quei bambini africani molte volte, soprattutto dopo essere tornato a casa, e finalmente ho capito che, a dispetto delle difficili e a volte tragiche condizioni delle loro esistenze, ci sono nella loro vita e in quella delle comunità di cui fanno parte almeno tre condizioni che nelle società più ricche ed evolute sono via via venute meno e in alcuni casi scomparse:
il senso di appartenenza, la volontà di condivisione, la capacità di offrire se stessi.

In queste condizioni, la felicità è sostenuta con forza dalla soddisfazione di bisogni primari e naturali per la specie umana, legati anche alle necessità di sopravvivenza.
Quei bambini si sentono pienamente parte della loro comunità, del villaggio, della tribù, della nazione. Condividono riti, tradizioni, credenze e spiritualità.
Non hanno alcun dubbio su questi valori, di cui hanno bisogno per crescere e strutturare la loro identità di persone. È così anche per noi?

Quei bambini condividono con gli altri la stessa condizione esistenziale, e anche quel poco che hanno è di tutti: il cibo, l’acqua, il fuoco, il raccolto. E persino i genitori. In molti villaggi africani i bambini di una stessa tribù chiamano mamma tutte le donne adulte della loro comunità, indipendentemente dai legami biologici. Tutto viene condiviso: anche le emozioni, i sentimenti, le speranze e le paure, riguardano tutti. E nessuno si appropria di niente privandone gli altri. Facciamo così anche noi?

E infine, la capacità di servire la propria comunità di appartenenza: per loro è naturale fare a turno ciò che serve, aiutare la propria famiglia e il proprio villaggio, andando a prendere acqua e legna da ardere anche lontano chilometri, aiutando gli anziani o i malati anche solo facendo loro compagnia, offrendo il proprio tempo e le proprie capacità agli altri quando serve, senza nemmeno doversi chiedere se si ha voglia di farlo oppure no. E noi? La pensiamo così? Ci comportiamo nello stesso modo?

No, non lo facciamo ormai da tanto tempo. Da più di trent’anni studio gli esseri umani, ma sono rimasto sorpreso e colpito dalla semplicità di questa naturale ricetta della felicità.

Queste tre condizioni sono necessarie, direi indispensabili, per ogni essere umano.
Siamo stati creati e progettati con questi bisogni, che rispondono intelligentemente anche alle leggi di sopravvivenza e di conservazione della nostra specie. Quando anche una sola di queste condizioni viene meno, cominciamo a vivere contrastando la nostra vera natura. E ci ammaliamo. Prima di infelicità e poi di un infinito elenco di malattie, fisiche e psicologiche, che cerchiamo di curare con farmaci, droghe, manipolazioni mentali, avidità e possesso. Tutto, per non stare male, per non avere paura e sentirsi soli!

Ma se vogliamo guarire davvero e provare a esser più felici, qui e ora, non possiamo accontentarci dei medici, degli ospedali, dei preti e degli psicologi. Cominciamo, invece, ad analizzare la nostra vita alla luce di queste tre condizioni: appartenenza, condivisione, servizio. Diciamoci con sincerità cosa manca.
Siamo ancora in tempo per imparare di nuovo quello che già sapevamo e che abbiamo dimenticato.
Siamo ancora in tempo per scoprire che, se vogliamo, siamo in grado di riparare agli errori e ricreare quelle semplici condizioni con cui la nostra vita può essere infinitamente migliore.

Tratto da ‘La Felicità sul comodino’ di Simone Alberto ed. Tea


© Tora Kan Dōjō

mercoledì 6 giugno 2018

Il Vero Zen

                                          
Lo Zen, per molti, non è che una religione asiatica tra le altre. In realtà, pur essendosi sviluppato in seno alla più antica tradizione del Buddhismo, lo Zen è come l'acqua viva, che incessantemente si rinnova e zampilla sempre limpida.
Lo Zen può trasmettere luce e forza all'umanità. Deve divenire, nel nuovo secolo che sta per aprirsi, l'idea guida in grado di favorirne la crescita e di donargli la pace.
Il mondo attuale è dominato da sconvolgimenti, tutti esteriori, tesi al raggiungimento di un maggior benessere, di maggiori agi, di possessi sempre più vasti. Così l'ego si riconferma e si rafforza.
L'autentica rivoluzione è invece tutta interiore. É la rivoluzione dei nostri spiriti, generata dalla pratica dello Zen. La pace e la libertà sono i suoi frutti.
Lo Zen è una profonda filosofia la cui essenza non può essere attinta con il pensiero. La saggezza suprema può esser raggiunta solo attraverso la pratica, che diviene allora una forza motrice possente, un'arte del vivere, una maniera d'essere. Lo Zen è stato tutto questo nel corso di lunghi secoli per i popoli asiatici e in particolar modo per i giapponesi. Attualmente si rivolge all'intero mondo. Lo Zen può e deve divenire una grande forza di pace. L'autentica pace, nel suo significato reale, positivo, deve avere come fine la creazione delle basi su cui fondare una civiltà che si addica all'umanità intera. Tutti gli Stati, nell'ora attuale, devono superare l'unilateralità dell'ideologia e del particolarismo, abolendo le barriere nazionalistiche e razziali. 
Dobbiamo tendere a un fine comune: quello di un cammino universale. Dobbiamo estendere e armonizzare le nostre concezioni, con uno spirito aperto al senso dell'universale. Lo spirito moderno deve liberarsi dalle vecchie superstizioni, dalle credenze, dai contrasti e dalle incomprensioni morali. Al relativo e al dualismo, fondamenti necessari, dobbiamo aggiungere il senso dell'universale. Questi due aspetti devono essere unificati, sino a formare il senso religioso dell'assoluto, dell'unità.
Nello Zen la conoscenza di sé costituisce il problema decisivo. Questa conoscenza fu ed è la base dell'insegnamento di un gran numero di filosofi, anche in Occidente. Ma questa ricerca con il trascorrere del tempo è degenerata, portando a un rafforzamento dell'ego e all'individualismo, soprattutto nel mondo occidentale, dove domina una morale egocentrica, fondata sull'adorazione di un Dio personale alla cui perfezione è necessario tendere.
Per lo Zen, invece, il mondo del Satori, che è la verità, l'assoluto, può essere raggiunto soltanto attraverso il superamento dell'individualità. Una tale ricerca non esige condizioni straordinarie, soprannaturali, misteriose dello spirito, essendo, molto semplicemente, una via verso un «ritorno alla normalità» dell'essere.
Concezioni simili esistevano già in Oriente prima del Buddhismo. Ma è Nagarjuna che ha organizzato e sistematizzato la filosofia del vuoto. Egli fu monaco in India, prima di Bodhidharma, e si situa all'origine del Buddhismo Mahayana e dello Zen.
Quest'uomo mirabile scrisse numerosi libri, il più importante dei quali è il Prajna Paramita Sastra (Il trattato della virtù della grande saggezza). Il Buddhismo Mahayana conobbe, per il suo impulso, una grande diffusione.
La saggezza e la verità, secondo Nagarjuna, esistono su due piani: l'assoluto e il relativo. Tra di essi si situa la «Via del mezzo» che predica il vuoto. E in tutta l'Asia, partendo dall'India per giungere al Giappone attraverso la Cina, la pratica di questa filosofia del vuoto è fiorita generando la saggezza dell'Oriente.
Ed è proprio da questa filosofia del vuoto che lo Zen si è sviluppato. Ha donato agli uomini la saggezza più alta, originale, il sentimento di una religione della conoscenza, sempre attuale e forte. Lo Zen ha proposto in ogni tempo e in ogni luogo questa suprema saggezza come il giudizio più profondo e la scelta più alta.
Soprattutto in Giappone, libero dal misticismo indiano e dall'astrazione metafisica, come dal paradosso taoista di Lao-Tzue dal pragmatismo di Confucio, lo Zen assunse le qualità tipicamente giapponesi dell'esattezza, della precisione, della semplicità.
Origine e fondamento delle arti e della cultura, lo Zen ispirò la cerimonia del tè (chano-yu o cha-do), l'arte di disporre i fiori (ikebana), l'arte della calligrafia (sho-do), la pittura (zen-ga), il teatro (no), l'arte culinaria (zen ryori, shojin ryori, fucha ryori). Lo Zen è ugualmente alla base delle arti marziali: tiro con l'arco (kyudo), spada (kendo), judo, aikido.
Decisiva è stata la funzione del Maestro Dōgen nell'insegnamento della filosofia zen. Nella sua grande opera, lo Shōbōgenzō, egli enuncia la sua dottrina del tempo e dello spazio.
Considerando il presente come la particella più infinitesimale del tempo, nel punto d'incontro tra passato e futuro, e lo spazio come un'infinitesimale parte dell'atomo, la più piccola che ci sia dato cogliere, il Maestro Dōgen spiega la realtà dell'universo.
Il nostro spirito, afferma, contiene l'universo. Deve fondersi nell'universale, al di là dell'ego, che è la falsa coscienza dell'essere separato. Questo sentimento di unità universale è, nel Buddhismo, alla base dell'amore.
Il Maestro Dōgen dice anche, nello Shōbōgenzō, che corpo e spirito sono uno stesso assoluto, non dualistico. Lo Zen non è una filosofia della ragione, come la maggior parte delle filosofie occidentali, ma una filosofia della vita, dell'intuizione, al di là della ragione, una filosofia totale.
Se ci concentriamo incessantemente sull'attimo presente, la nostra intera vita, attraverso la successione di questi istanti, sino alla morte, è concentrata, è vissuta. Se viviamo attraverso il pensiero, sia nel passato che nel futuro, non possiamo cogliere il «reale», e la nostra vita non è «realmente» vissuta.
É per questo che il Maestro Dōgen ha parlato lungamente dell'importanza dei gesti quotidiani, indicando dettagliatamente come eseguire le funzioni elementari della vita. Conferire un significato a funzioni in apparenza banali, ma la cui perfetta esecuzione permette di concentrarsi sull'istante presente: ecco la chiave di volta del suo insegnamento.
La pratica raggiunge così la filosofia e la supera in importanza o, più esattamente, la precede, essendo quest'ultima conoscibile solo attraverso la pratica. Secondo l'esempio ben noto, non è possibile conoscere una mela contemplandola in un quadro. Bisogna mangiarla per apprezzarne il valore e le qualità, e per sapere realmente cosa sia.
Ho voluto portare dal Giappone questa «vera mela» o, detto altrimenti, la dottrina vivente. Mi auguro che un giorno gli occidentali giungano a unificare ciò che essi erroneamente contrappongono, ossia spirito e materia, religione e scienza, soggettività individuale e oggettività fenomenica, razionale e non razionale. Ho incontrato numerosi occidentali ferventi nella loro ricerca, sinceri e pieni di speranza: questo libro è destinato a loro.
Sappiate infine che lo Zen si è sempre trasmesso in un modo particolare: i shin den shin (secondo il linguaggio antico), oppure kokoro kara kokoro (secondo il linguaggio moderno), ossia «dalla mia anima alla tua anima», da cuore a cuore, da intuizione a intuizione. Così Bodhidharma insegnò lo Zen a Eka, il suo primo, celebre discepolo cinese, che non parlava la sua stessa lingua. Così Buddha, sulla montagna di Radjgir: dopo aver concluso uno dei suoi famosi discorsi, prese un fiore, lo fece delicatamente ruotare tra le dita e con un sorriso guardò i suoi discepoli.
Solo Mahakashyapa gli sorrise: lui solo aveva capito. Lui solo ebbe il fiore.

Luglio 1971
Taisen Deshimaru Rōshi (弟子丸泰仙)
Tratto da: Il Vero Zen
Titolo originale: Vrai Zen
Traduzione di Guido Alberti,
Piccola Enciclopedia, ©1993

© Tora Kan Dōjō
  

sabato 2 giugno 2018

Giocare al Buddha


Pubblichiamo un articolo tratto da una lezione tenuta da Sensei Paolo Taigō Spongia presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.


Continuiamo la lettura ed il commento al Tai Taikō di Dōgen Zenji.
Troviamo scritto:
« Imitando il Buddha si diventa Buddha. Questo è molto importante. Qualche volta accontentiamoci di giocare come bambini ai Buddha. Questo gioco, inconsciamente, passo dopo passo, ci porterà esattamente ad essere come il Buddha. Non immaginate dei Buddha lontani nel tempo e nello spazio. Se non riuscite a vedere il Buddha nel vostro libro dei Sutra e in tutti gli oggetti che vi circondano come nelle azioni più banali, non lo troverete certo nelle immagini che lo raffigurano. Quindi fate uno sforzo: aprite gli occhi. »
Nell'Hagakure che, per chi non lo conoscesse, è un testo scritto da Yamamoto Tsunetomo, un Samurai che alla morte del proprio signore invece di fare seppuku si è ordinato Monaco Zen, troviamo scritto:
"Se mancate di coraggio imitate l'atteggiamento di una persona coraggiosa e a poco a poco finirete con l’avere coraggio".
Cosa significa questo?
Ad una lettura superficiale potrebbe apparire un'istigazione alla finzione, in realtà se si legge questa esortazione con gli occhi di chi ha l'esperienza della Pratica, si comprende chiaramente cosa l'Hagakure intenda insegnare. Si tratta di un Principio che equivale all’esortazione di ‘giocare al Buddha’.
Dōgen Zenji affermava: "Ci sediamo in Zazen nella postura del Buddha perchè il sigillo del Buddha si imprima nel nostro Corpo e Mente". Equivale a: "se mancate di coraggio imitate l'atteggiamento di una persona coraggiosa".
Quand'è che possiamo mancare di coraggio? di fronte alla difficoltà, di fronte a una situazione di incertezza, di rischio... e che cosa facciamo noi quando imitiamo qualcuno che ha coraggio non trovandolo in quel momento in noi stessi? Pur essendo confusi e spaventati, alziamo la testa, raddrizziamo la spina dorsale come in Zazen e guardiamo in faccia quel che accade per evocare il coraggio.

Cos'è questo se non il coraggio che ha trovato la sua espressione?
L'Hagakure ci tende una trappola, ci dice: "giocate a far finta di essere coraggiosi" ma in realtà ci sta portando ad essere realmente coraggiosi, perchè il coraggio non è altro che rimanere di fronte alla difficoltà e affrontarla a testa alta guardando avanti.
Non fuggire la difficoltà, non fuggire l'incertezza, non fuggire la paura.
Fare quel che siamo chiamati a fare a prescindere dal calcolo e dall’apparente convenienza.
Quindi se non ci fermiamo ad una lettura superficiale, ci rendiamo conto che è un'esortazione molto profonda e molto utile, e suggerisce il senso profondo della Pratica.
 Cos'è infatti la Pratica se non l'esercizio quotidiano del Nobile Ottuplice Sentiero che il Buddha ha insegnato ? Retta Azione, Retta Parola, Retto Pensiero, Retti Mezzi di Sostentamento, Retta Visione, Retto Sforzo, Retta Concentrazione, Retta Meditazione. E come la mettiamo in pratica? Attraverso, Gyōji, la Pratica continua, ‘imitando’ i gesti di un Buddha, l’azione nel dōjō e fuori di esso.
Ogni gesto nel dōjō richiama a quel tipo di atteggiamento. E quindi poco a poco plasmiamo il nostro corpo-mente a quel modo di muoverci, di agire, a quella qualità del pensiero. Né più e né meno come insegna l’Hagakure.
Quindi quando sediamo in Zazen, possiamo dire: sediamo imitando, giocando al Buddha.
E non a caso è usato il termine 'giocare', perché il gioco per un bambino è un’attività molto, molto seria. Se vedete un bimbo molto piccolo giocare è concentratissimo, può ripetere gli stessi gesti per ore. Io osservo la mia piccola Sasha. A volte, vuota un secchiello spostando gli oggetti, poi riempie di nuovo il secchiello con gli stessi oggetti, sta lì anche mezz’ora a fare gli stessi gesti, con una grande concentrazione. Non sbaglia un gesto, quello che lei ha deciso è il suo rituale che ha adottato per esplorare la realtà di quel momento e lo ripete fedelmente, con molta attenzione, guardando bene ogni oggetto... lo mette dentro, lo sposta. Mette tutta sé stessa in quel gesto.
Il gioco è una cosa molto seria. E nello stesso tempo c’è entusiasmo, c’è gioia... è il bambino che sceglie cosa fare, che sceglie la dinamica, quindi la vive gioiosamente. Tutto il contrario di come in genere noi viviamo il lavoro, lo studio, l’apprendimento in generale. Quindi questa esortazione significa 'sedete gioiosamente, non sedete come se doveste assolvere un compito per prendere un buon voto, una medaglietta. Sedete gioiosamente, come un bimbo che gioca’. Imitate il Buddha, giocate al Buddha. E se giocate al Buddha con entusiasmo, con gioia, con passione, allora tutta la vostra energia vi condurrà ad uno Zazen corretto, allo Zazen del Buddha e tra voi e il Buddha non ci sarà più alcuna distanza.


© Tora Kan Dōjō