giovedì 30 dicembre 2010

WAZA e RIAI

Pubblichiamo l'articolo inviatoci per il nostro Blog dall'amico del Tora Kan Dojo e di Sensei Spongia, Sensei Enrico Salvi, insegnante di Spada Giapponese presso l'Associazione Tai-A no Kai.

Ispirazione, creatività e logica
 nell’Arte della Nihontô (Spada giapponese)
Tengu (Dèmone della montagna)
 «L’arte della spada dovrebbe essere ispirazione nel cuore e nel corpo, senza tecnica formale nel suo operare e senza lasciare traccia della sua venuta. Quando vi è tecnica formale, quando vi è tecnica manifesta, non vi è ispirazione. Passando nel pensiero anche un poco, il KI assume una particolare forma, ed il nemico ha una particolare forma a cui portare il colpo. Quando il cuore non ha nulla in sé, il KI è armonioso e uniforme. Quando il KI è armonioso ed uniforme, in quel flusso vivente non vi è nessuna tecnica fissata. Senza cercare la forza, vi è una naturale forza, ed il cuore e come il “lucente specchio di acqua placida”».  

Tengu-gei-jutsu-ron (Discorso sull’arte dei dèmoni della montagna) Libro I.

     Il KATAGEIKO, ossia l’esercizio del KATA (forma), prevede la messa in atto del WAZA, termine che con una certa disinvoltura viene tradotto con “tecnica”, ma che in realtà è assai di più poiché in esso è nascosto il RI, il Principio spirituale, che, appunto attraverso il WAZA, i Maestri di Spada non cessano di tramandare. Eseguire un WAZA, pertanto, non equivale sic et sempliciter ad “usare una tecnica”, bensì ad adottare un movimento adeguato alla circostanza; cosa che, a rigore, soltanto RI, il Principio spirituale, essendo in Sé senza forma, incondizionato e quindi libero, può fare, ispirando lo spadaccino circa la tecnica opportuna e dando alla stessa un senso, ciò che viene reso con: RIAI, armonia “in alto” con i Principio, e, nel contempo, armonia “in basso” con la logica della circostanza.

Ogni KATA, e quindi ogni WAZA, risponde ad una ben precisa circostanza che può verificarsi in qualsivoglia momento (e comunque sempre e soltanto qui ed ora) talché l’interazione (inter-azione, si badi, e non re-azione) con tale circostanza ha da essere logicamente adeguata: RIAI. È un punto essenziale quello della logica del WAZA, che fa dell’Arte della Spada una scienza esatta nella quale l’ispirazione del RI non lascia nulla al caso e, appunto con logica esattezza, crea qui ed ora l’adeguamento alla circostanza. Di qui, lo diciamo di passaggio, l’importanza della non-distrazione, e quindi della presenza mentale-corporale, ZANSHIN. Al riguardo, vale la pena di ricordare come il Credo del Samurai reciti fra l’altro:
« Non ho capacità:
 il TOI SOKUMYO (la prontezza di spirito)
è la mia capacità».
Salendo dal basso verso l’alto, e quindi esercitandosi nei vari WAZA, che per quanto osservato si configurano come veri e propri esercizi spirituali, si può quindi risalire al RI, il Principio spirituale che li suggerisce e che attraverso di essi logicamente Si esprime, nel contempo trascendendo e guidando lo spadaccino, sempre che egli abbia realizzato lo stato di MUGA, cioè lo stato di non-ego, libero da ogni coagulo individualista, ossia dal desiderio della vittoria e dalla preoccupazione per la sconfitta (chissà quante volte, durante la giornata, senza che ce ne accorgiamo, veniamo letteralmente condotti al guinzaglio dal desiderio di “vincere” o dalla preoccupazione di “perdere”!). Il WAZA è pertanto una traccia (un particolare) del RI (l’Universale) da percorrere in quanto “ritorno”; un sentiero di montagna che scendendo dalla cima alla cima riconduce, ciò esigendo, è bene ribadirlo, l’abbandono a valle della zavorra dell’ego, entità posticcia, dissoluta nell’accalappiare il “piacevole” o rattrappita per evitare lo ”spiacevole”. Di più, il percorso verso la cima esige un’assimilazione tale del WAZA, cioè della tecnica, che permetta allo spadaccino di dimenticarla, e al RI, nascosto in essa, di servirsene all’occasione.
 
      
    Il RIAI, cioè la logica del WAZA, comprende anche MAAI, la distanza che separa ma anche unisce rispetto al TEKI, l’avversario. Ecco perciò che MA, l’intervallo spazio-temporale rispetto al TEKI, risulta fondamentale: MATSUMORI, misura della distanza, e, insieme, attuazione di KANKYU, il ritmo (non c’è creazione senza ritmo) nell’esecuzione del WAZA.
     RIAI dice dunque: precisione integrale nell’adeguamento alla circostanza: precisione ispirata, creativa e logica.
     Il WAZA, cioè la tecnica ispirata, può essere indicata anche con il termine JI, che ovviamente, in quanto “figlia”, è da rapportare al RI che ne è il “Padre”: è quindi attraverso la “figlia” che si può risalire al “Padre”, dato che, come recita ancora il Tengu-gei-jutsu-ron,

     «RI [il “Padre”] dà ascesa alla tecnica [la “figlia”]; il senza forma [il “Padre”] è maestro del formato [della “figlia”]».

     Di qui la formula JI-RI-ICHI, ossia: Tecnica e Spirito insieme, come le due ruote di un carro. Ed è appena il caso di precisare come l’esercitazione (SHUGYO), fin nei suoi minimi particolari, abbia da condursi con piena sincerità (MAKOTO) e quindi con cuore limpido (MEIKYO), posto che soltanto a tale condizione il RI, il Principio spirituale, fonte dell’Armonia e della Bellezza, può, in quanto KI ben raffinato, “irrorare” di  Sé il respiro, il sangue, la mente, il cuore, il corpo, insomma tutto l’essere dello spadaccino.

Enrico Salvi (Tai-A no Kai)



venerdì 24 dicembre 2010

Intervista a Sensei Spongia


Pubblichiamo l'intervista rilasciata qualche mese fa da Sensei Spongia per Newbushido.it a beneficio dei lettori del nostro Blog.



Newbushido.it: A chi consiglierebbe la pratica del Karate?

Sensei Spongia:
A tutti indifferentemente.
Sembra una domanda dalla risposta scontata e propagandistica invece la ritengo una domanda fondamentale.
Metterei però in guardia sul fatto che  il Karate-Do è per tutti e per nessuno.
Ovvero la pratica del Karate-Do, naturalmente nella sua accezione più completa, offre un’infinita gamma di strumenti ed esperienze formative che, sapientemente somministrate da un Insegnante preparato, possono permettere a chiunque, a qualsiasi età, di raggiungere la propria pienezza sia sotto il profilo psicofisico che morale.
Però, come ogni arte che si rispetti, richiede, specie dopo un certo livello di approfondimento, una sincera dedizione.
Il che significa fare del Karate-do il fondamento della propria vita e trasporne efficacemente i principi nella vita quotidiana.
Con dedizione non intendo un impegno full time e una mania monotematica, assolutamente il contrario, chi mi conosce sa bene che il mio ‘modello’ di Insegnante di Karate-Do non è solo uno specialista di calci e pugni ma un uomo completo in ogni ambito capace di comprendere ed applicare in ogni momento della vita quotidiana i principi dell’arte.
Ma si deve andare a fondo nello studio della Disciplina, offrendogli il tempo, la passione e l’impegno necessari altrimenti i risultati non potranno che essere limitati, come in qualsivoglia arte.
A tutti piace dire di praticare ‘l’arte del Karate’ ma qualsiasi arte che si rispetti richiede passione, dedizione e disciplina nonché creatività e intuizione (che paradossalmente sono proprio frutto dalla disciplina) altrimenti diventa, nella migliore delle ipotesi, un hobby tra i tanti con un efficacia di gran lunga minore anzi, a volte con effetti deleteri, perché l’atteggiamento hobbystico e disimpegnato, caratteristico dei nostri tempi è all’origine di molte malattie della nostra Società.
Per concludere la risposta: il mare è immenso, ma se andrai  con un cucchiaio raccoglierai solo un cucchiaio d’acqua …
Mi permetta di aggiungere un annotazione riguardo alla pratica dei bambini che considero un  capitolo a sé.
La pratica rivolta ai bambini deve avere un’impostazione propedeutica.
Ovvero lavorare su ogni qualità motoria e psicologica del bambino offrendogli gli strumenti per crescere in modo completo sfruttando però al massimo gli strumenti  educativi, mitici e simbolici, che ci offre a piene mani la nostra disciplina e che parlano profondamente alla psiche del bambino.
Sono contrario ad un certo approccio ‘sportivo’ che ha epurato il Karate-Do proposto ai bambini di questi preziosi elementi rendendolo un insipido giochino sportivo che ha perso tutto il suo potere mitico e simbolico.

Newbushido.it: Lei quando e perché ha iniziato a praticarlo?

Sensei Spongia:
Ho iniziato all’età di 13 anni.
Giocavo a tennis dall’età di sette anni e scoprii il Karate, come spesso accade, perché un amico, che già praticava, mi portò ad assistere ad una lezione… fu una folgorazione, ricordo ancora l’odore del Dojo, mi sembrò di essere tornato a casa.
Per un paio d’anni frequentai il Dojo pur continuando a giocare a tennis a livello agonistico poi verso i 15 anni dovetti decidere in che direzione riversare le mie energie e non ebbi dubbi nello scegliere il Karate-Do; sentivo che mi poteva offrire, come è stato, gli strumenti per diventare un uomo, ben oltre il fare un punto gettando una pallina al di là della rete.
Scelsi il Karate-Do perché capii che lo potevo portare con me nella vita di tutti i giorni e non farne un’esperienza limitata al campo di gioco.



Newbushido.it: Il Goju-Ryu è forse il più tradizionale tra gli stili di Karate, affonda pesantemente le sue radici nell'isola di Okinawa, quali sono le differenze principali con gli altri stili di Karate.

Sensei Spongia:
Sinceramente non mi sento di fare paragoni qualitativi.
Credo di conoscere abbastanza bene il mio stile, non abbastanza gli altri per poterne parlare.
E’ indubbio che il Karate-Do che è stato importato e si è diffuso in Giappone abbia subito delle trasformazioni notevoli, rispetto al Karate originario di Okinawa, sia dal punto di vista tecnico/stilistico che da quello degli obiettivi.
La sportivizzazione poi ha fatto il resto.
In ambito sportivo penso che non abbia più senso parlare di stili.
Lo stesso Goju-Ryu ha subito una profonda trasformazione nella sua importazione da Okinawa al Giappone tanto che alcune metodiche di allenamento sono state completamente abbandonate e gli stessi kata hanno subito importanti modificazioni.
Io penso che uno stile, praticato con la giusta dedizione e sotto una guida competente, debba offrire un programma completo e collaudato da una lunga esperienza che viene da una successione di Maestri.
Uno stile deve essere ‘efficace’ e con questo termine non intendo solo l’efficacia nel combattimento, aspetto senz’altro fondamentale, ma anche efficacia nel lavoro sull’energia e su tutti gli aspetti psicofisici che permettono al praticante di ottenere benessere dal suo esercizio.
Insomma si devono raccogliere i frutti, si devono vedere concretamente i risultati del proprio esercizio, sia in termini marziali che di benessere.
Altrimenti si hanno tutte quelle aberrazioni in cui si ricerca il benessere attraverso un esercizio molle e accomodante alla richiesta del pubblico, che a mio parere, al di là di un sollievo momentaneo, è totalmente inefficace ad una formazione profonda e duratura, oppure, in cui si ricerca la fatidica ‘efficacia’ in combattimento, raggiungendo, in qualche raro caso, una certa efficacia a breve termine ma che inesorabilmente crolla con l’avanzare dell’età lasciandoci in eredità un corpo martoriato.
Troppo spesso si vedono spacciare dei prodotti improbabili, commistioni di tecniche ed esercizi senza alcuna connessione tra di loro.
Prima di incontrare il Goju-Ryu del Maestro Higaonna pur praticando come adesso con grande impegno, ero tormentato da numerosi dubbi perché non riuscivo a raccogliere i frutti promessi, non vedevo risultati concreti, adeguati al mio sforzo e allora ho continuato a cercare, a cercare, fino all’incontro con il mio Maestro che ha fugato ogni dubbio.
Tornando a parlare del Goju-Ryu che pratico, ritengo che sia uno stile completo nel senso più pieno del termine. Tutte le forme di esercizio da noi utilizzate dal Junbi Undo all’Hojo Undo, dal Kakie all’Irikumi, dal Kata al Bunkai… collimano nel risultato finale, constatabile concretamente: la formazione globale del praticante sia dal punto di vista marziale che della formazione psicofisica e del benessere.
Se si trascura anche solo un aspetto della pratica il risultato finale sarà di gran lunga diverso.

Newbushido.it: Sensei Higaonna è una leggenda vivente del Karate, ci può descrivere che tipo di  Maestro è?

Sensei Spongia:
Higaonna Sensei è l’esempio vivente della dedizione alla pratica.
E’ un uomo di grande disponibilità e dolcezza ma che sul tatami fa paura.
E’ un Maestro severo ed esigente che, a quelli che considera i suoi allievi diretti, non fa sconti, come è giusto che sia.
Quando sono ad Okinawa, insieme ad Higaonna Sensei ci rechiamo all’alba a Kozenji, il tempio Zen a Shuri dove insegna e vive Sakiyama Sogen Roshi, novantenne, grande Maestro Zen Rinzai, in gioventù allievo di Chojun Miyagi Sensei; pratichiamo Zazen sotto la sua guida, poi si torna al dojo a praticare il Goju-Ryu, a volte alle 23 di notte Higaonna Sensei è ancora lì ad incitarci all’ennesima ripetizione con ‘Mo ichi do’ (ancora una volta).
Quando Higaonna Sensei fu mio ospite per la prima volta a Roma, ricordo che dovetti ricorrere ad un trabocchetto per riuscire a portarlo, una sera, a vedere almeno il Foro Romano, di fronte al quale, affascinato ed ispirato, cominciò a parlarmi della tradizione.
Nei giorni precedenti non eravamo mai usciti dal mio Dojo e ad ogni mio tentativo di proporgli una breve visita alla Città Eterna rispondeva con un secco: ‘ima keiko, ora allenamento’…
Era lì per me, per permettermi di sfruttare al massimo l’occasione della sua presenza e si offriva totalmente senza concedersi pause né distrazioni.
Al termine della sua permanenza, eravamo seduti al tavolo di casa mia  e mi disse: ‘chiedimi quel che vuoi, chiedimi di insegnarti quel che vuoi, il mio corpo è il tuo…’.
Non dimenticherò mai quelle parole che sono state il sigillo di una relazione inestimabile.
Il rapporto personale con un Insegnante depositario di una tradizione è essenziale alla trasmissione di un’Arte.

Newbushido.it: ci racconta qualche altro anedoto su Senesei Higaonna?
Sensei Spongia:
Mi fa piacere raccontarvi altri divertenti ed inediti episodi per darvi idea del carattere e della gentilezza del Maestro.
Eravamo a Firenze per un breve, meritato riposo dopo le fatiche del XIX Gasshuku Europeo da noi organizzato in Italia, e ogni giorno, mentre pranzavamo o cenavamo al ristorante, Higaonna Sensei ad ogni portata non perdeva occasione per fare i complimenti e ringraziare il cameriere per i piatti ‘deliziosi’.
Anche in quella occasione dopo aver visto ed apprezzato il David di Michelangelo (di cui apprezzò l’equilibrio e la postura) decise che era stato sufficiente e che era il caso di tornare in Albergo ad allenarci…
Oppure quando si faceva rincorrere da mio figlio, che allora aveva 4 anni, attorno al tavolo del soggiorno, conservo gelosamente quel filmato.



Newbushido.it: Lei va spesso ad allenarsi ad Okinawa, ci sono differenze tra un allenamento in un dojo italiano e uno in dojo Giapponese ?

Sensei Spongia:
Il Dojo ad Okinawa è considerato come la propria seconda casa non come una palestra dove andare a comprare un prodotto.
Gli allievi se ne prendono cura e arrivano un po’ prima delle lezioni per provvedere alla pulizia e alla manutenzione.
Io penso che questo sia un aspetto fondamentale, difficile da far passare in Occidente.
Fa una grande differenza tra il vivere il Dojo da padroni di casa o da clienti.
Una volta il mio Maestro Zen disse: ‘non è un Dojo un luogo dove qualcuno è pagato per pulire’ e ancora: ‘ gli allievi sono quelli che aprono la porta dall’interno, i clienti sono quelli che se la fanno aprire…’.
Ho fatta mia questa filosofia spontaneamente fin dalla fondazione del Tora Kan Dojo (Honbu Dojo d’Italia IOGKF), 25 anni fa, e ho sempre provveduto personalmente alla sua pulizia, oggi affiancato da qualche allievo che dopo lo Zazen dell’alba rimane a fare del Samu (lavoro manuale espresso nello spirito Zen).
Quando pulisco il Dojo ripulisco il mio spirito e mi predispongo alla pratica ed all’insegnamento.
Il tatami che al mattino ho pulito strofinandolo in ginocchio, la sera mi restituisce tutta l’energia di cui son capace quando lo percorro insegnando.
Tutti gli allievi, al termine di ogni lezione, passano degli stracci sul tatami per lasciarlo pulito per chi viene dopo.
In un Dojo si impara a prendersi cura di tutto, degli oggetti come di sé stessi, di sé come degli altri.
Proprio qualche giorno fa un mio allievo di circa 60 anni, un famoso medico primario, dopo aver strofinato in ginocchio il tatami insieme ai suoi compagni mi esprimeva la sua commozione per il sentimento di comunione che provava nel condividere questo semplice gesto con i suoi compagni di pratica di ogni estrazione sociale ed età.
Sono azioni che hanno una valenza simbolica ed educativa straordinaria che spesso non si ha il coraggio di proporre in Occidente per paura di perdere il consenso… ma l’educazione è un rischio e non si è dei veri maestri se non si è capaci di correre questo rischio.
Pensate che valenza educativa potrebbe avere se nelle nostre scuole, sin dalle elementari, per una mezz’ora si permettesse ai bambini ed ai ragazzi di prendersi cura della pulizia dei locali che li ospitano. Ma chi avrebbe il coraggio oggi di proporre questo?
Il Dojo ad Okinawa ha un’impostazione più familiare rispetto ad un Dojo giapponese, più stile cinese.
Gli allievi aprono il Dojo e come detto se ne prendono cura e cominciano ad allenarsi.
Ci sono oggi classi ufficiali a certi orari ma spesso capita che mentre ci si allena da soli Higaonna Sensei, che abita sopra, scenda, ti veda nel Dojo e cominci ad insegnarti in una estemporanea quanto preziosa lezione.
La pratica nel Dojo, ad Okinawa, è un tornare alla fonte per rinnovare lo spirito e raffinare la tecnica.
E’ come lucidare ed affilare una spada, è una pratica quotidiana, altrimenti la lama diventa opaca e perde il filo.
Praticando da soli, senza una guida, senza un confronto, anche se si hanno delle buone basi, è facile prendere notevoli deviazioni.
‘Nessuno vede le proprie sopracciglia’ ama ripetere Higaonna Sensei per sottolineare quanto sia importante avere questo feedback dal confronto col proprio insegnante e con altri praticanti.
Nel Dojo di Higaonna Sensei ho avuto anche la preziosa occasione di praticare, sotto la guida degli insegnanti del mio Maestro: An’Ichi Miyagi Sensei (morto lo scorso anno) e Shuichi Aragaki Sensei, entrambi discepoli del fondatore del Goju-Ryu.
Inoltre, altro aspetto fondamentale, nel Dojo è possibile vedere il proprio Maestro mentre si allena.
Vedere all’opera Higaonna Sensei e questi Maestri, ormai ultrasettantenni, è la prova evidente dell’efficacia di una pratica corretta e quotidiana del Goju-Ryu Karate-Do tradizionale ed è per me motivo di continua ispirazione.

Newbushido.it: Lei pratica anche Zen, quale rapporto c'è tra l'Arte Marziale e la spiritualità?

Sensei Spongia:
Lei mi fa delle domande interessanti che meriterebbero ognuna una conferenza come risposta e mi piace essere generoso nella mia risposta.Spero ci sia sufficiente spazio nel vostro Portale.
Se parliamo davvero di arte marziale allora l’aspetto spirituale emerge potentissimo.
Deshimaru Roshi (Patriarca dello Zen Europeo) Maestro del mio Maestro diceva:
‘…Evidentemente nei tornei non si lotta per la propria vita o la morte, ma per un punteggio: la forza del corpo quindi, e della tecnica sono allora sufficienti. Ma nei tempi antichi era completamente differente visto che era la vita a trovarsi in gioco: era l’intuizione allora a decidere tutto, come ultima risorsa. Oggi si dovrebbe ritrovare questo: comportarsi nel Dojo in ogni azione, come se la vita vi fosse coinvolta. Le arti marziali, allora, ritroverebbero il loro vero posto: la pratica della Via. Altrimenti non sarebbe che un gioco…
Forza del corpo, della tecnica e dello spirito, sono in effetti più o meno uguali, ma è sempre Shin lo spirito che decide l’esito del combattimento.’
La pratica dell’arte marziale, come dello Zen, deve portare a confrontarsi con la questione fondamentale del nascere-morire.
Potrei citare ancora, Dogen Zenji, Patriarca dello Zen Soto, vissuto in Giappone nel 1200 che disse:
‘Praticare è conoscere sé stessi, conoscere sé stessi è abbandonare sé stessi, abbandonare sé stessi è riconoscersi in ogni esistenza’.
L’esperienza religiosa è un’esperienza estetica (coinvolge tutti i sensi) attivata dal rito.
La pratica dell’arte marziale tradizionale è impregnata di rito e di esperienza estetica e, raggiunta una certa profondità, avvicina all’esperienza religiosa.
Nel mio caso, l’Insegnamento Zen, e, in particolare quella che è definita ‘educazione Zen’ mi ha aiutato a cogliere aspetti della pratica del Karate-Do che altrimenti mi sarebbero sfuggiti e ha permesso alla mia pratica di raggiungere una profondità che forse non avrei mai sperimentato.
Nella mia vita l’incontro con lo Zen è stato determinante.
Penso che sia impossibile raggiungere le profondità dell’Arte solo con l’apprendimento tecnico. L’approccio educativo (e si può essere educati ad ogni età), da sempre essenziale nell’insegnamento delle arti marziali e nella trasmissione del loro spirito più autentico è oggi totalmente dimenticato.
Già all’inizio della mia pratica del Karate-Do, a 13 anni, avevo intuito che l’apprendimento tecnico racchiudeva un’essenza che doveva coivolgere ogni ambito della vita umana e mi chiedevo, sin da allora, come trasporre i principi del Karate-Do alla mia vita quotidiana, lo Zen mi ha dato la chiave per risolvere questo dilemma.
Mi tornano alla mente le parole di un altro grande Maestro Zen e Maestro di Budo, Omori Sogen Roshi: 'Lo Zen senza l’esperienza fisica che lo deve accompagnare non è altro che vuote chiacchiere. Tutte le vie marziali senza una veritiera realizzazione della Mente Universale [cioè del Vero Corpo dell’Uomo] in altro non consistono se non in comportamenti bestiali. '
Proprio domani inizieremo un raduno che ho denominato da più di 13 anni Ken Zen Ichinyo Gasshuku (il Gasshuku del Karate e Zen come una cosa sola) in un Dojo di Roma dove la pratica della meditazione ed educazione Zen e del Goju-Ryu Karate-Do si alterneranno armoniosamente allo studio e alla comunione di vita in un ritito di 3 giorni.
Ho condotto questo genere di raduni per 12 anni nel monastero Zen Fudenji sia per 4 volte in Olanda ed ora alla sua diciassettesima edizione, nella mia città.
Sono convinto che questo genere di esperienza permetta di assaporare una profondità dell’esercizio che potrà permettere di orientare correttamente la propria pratica e la propria vita.

Newbushido.it
: Il suo Dojo non è una semplice 'palestra' ma è arredato appunto come un autentico dojo, quanto è importante il giusto ambiente e la giusta atmosfera per la pratica?

Sensei Spongia:
L’ambiente è molto importante.
Parla direttamente al nostro inconscio e ci costringe ad un certa qualità di comportamento e presenza.
Allo stesso tempo però non si tratta solo di disporre della mobilia in un ambiente.
Il Dojo è costruito dallo spirito della pratica che vi si svolge che, a poco a poco, da forma anche allo spazio e viceversa.
Il mio piccolo Dojo si è trasformato in questi 25 anni riflettendo costantemente la pratica che lo ha abitato.
La pratica nel Dojo deve portare ad affinare la sensibilità per riconoscere il Dojo in ogni luogo.

Newbushido.it: Ci descrive un suo allenamento tipo?

Sensei Spongia:
Inizierei col dire che l’allenamento nel Dojo è solo un aspetto della pratica che cerco di approfondire in ogni momento della mia vita quotidiana.
Non saprei dunque troppo distinguere un momento privilegiato per il mio esercizio.
Se Lei intende la specifica pratica tecnica del Goju-Ryu allora posso risponderle che pratico tutti i giorni.
La sera insegnando nel mio Dojo mi alleno insieme ai miei allievi ma questo non è sufficiente e la mattina o in appositi spazi nel pomeriggio dedico delle ore per il mio personale studio ed approfondimento.
Durante le lezioni, con i miei allievi, alleno in particolare il Junbi Undo ed Hojo Undo (esercizi preparatori e supplementari di condizionamento e potenziamento), il Kakie, l’iri Kumi (combattimento) ed il bunkai.
Da solo alleno molto il Kata, mi alleno al sacco pesante e al makiwara.
Ritengo inoltre che nella mia esperienza di pratica sia stato fondamentale e continui ad esserlo la
pratica nell’ambito del Gasshuku.
La pratica nel Dojo e la partecipazione ai Gasshuku sono complementari nella mia pratica.
Da molti anni oltre a recarmi ad Okinawa, ‘inseguo’ per il mondo il mio Maestro per riceverne l’Insegnamento durante i Gasshuku da Lui condotti.
L’esperienza del Gasshuku permette di vivere, oltre all’insegnamento del Maestro e dei suoi allievi più avanzati, un fruttuoso confronto con altri insegnanti di tutto il mondo.
Permette di non cadere nel pericoloso vizio, così diffuso nel mondo delle arti marziali, di isolarsi, di non accettare il confronto, non inteso come competizione, bensì come intensa pratica comunitaria.
Chi inizia ad insegnare spesso si isola, si crea una piccola isola felice nel proprio dojo e sfugge ogni occasione di confronto e verifica nascondendosi dietro un’immagine troppo spesso costruita sul nulla, sulla propaganda.
Partecipare al Gasshuku permette di coltivare quell’attitudine essenziale al continuo apprendimento che i giapponesi definiscono Shoshin, la mente del principiante.
Altro aspetto di particolare valore educativo consiste nel fatto che durante un Gasshuku gli allievi hanno l’occasione di vedere il proprio insegnante nella veste di allievo.
Non c’è modo migliore per un allievo per imparare a rapportarsi ad un maestro, cosa niente affatto semplice per la nostra formazione culturale ed educativa, che vedere il proprio insegnante nella relazione col suo maestro. Questo è un punto nodale ed è drammaticamente assente, tranne rarissime eccezioni, nel mondo del Karate italiano.




Newbushido.it: Come molti stili Giapponesi anche la storia del Goju-Ryu inizia in Cina, che rapporto c'è tra l'esercizio del Kakie e altri metodi di allenamento simili come ad esempio il Tui shou del taijiquan? Ci spiega come funziona e a cosa serve questo metodo di allenamento?

Sensei Spongia:
E’ interessante che proprio di recente nelle Scuole del Fuzhou, nel sud della Cina, dove ha avuto origine il Goju-Ryu, sia stato intodotto l’insegnamento del Goju-Ryu della scuola del Maestro Higaonna.
Credo che sia la prima volta che in Cina accada qualcosa di simile con uno stile di Karate ‘giapponese’.
In una delle sue numerose visite in Cina alla ricerca delle origini del Goju-Ryu, sulle orme di Kanryo Higaonna Sensei, il Maestro Morio Higaonna ed i suoi allievi hanno mostrato i nostri kata e i Maestri cinesi si sono commossi affermando che le antiche forme che si erano perse in Cina si sono preservate ad Okinawa…
Il Kakie è un’esercizio fondamentale del Goju-Ryu di Okinawa.
Credo che abbia numerose affinità con l’esercizio del Tui shou del Taijiquan e con il Chisao del Wing chun.
L’influenza dello stile della Gru bianca è evidente in questo esercizio.
Nel Kakie ci si esercita alla sensibilità al contatto con le braccia ed il corpo dell’avversario per intuire la sua intenzione ed applicare leve, proiezioni e colpi alla corta distanza.
Naturalmente si tratta, come detto poc’anzi, di un esercizio che per quanto fondamentale, deve integrarsi e completarsi con altri esercizi del sistema Goju-Ryu.



Newbushido.it: Quale è la sua opinione sulla pratica sportiva del karate?

Sensei Spongia:
Io penso che ci sia spazio per tutto.
Ma si deve essere onesti.
Lo sport è una cosa l’arte marziale è tutt’altro.
A parte chi fa l’esperienza della gara, peraltro molto limitata nei suoi contenuti tecnici, e comunque un numero limitato di atleti, agli altri, e agli stessi agonisti al termine della loro carriera, alla fine, cosa rimane oltre alle medaglie che comunque arrugginiscono ?
L’esperienza della competizione può essere senz’altro importante per un giovane, io stesso ho calcato i quadrati di gara per molti anni (anche perché allora non c’era molta altra scelta) e so dunque di cosa parlo, ma va proposta con molta attenzione, onestà e coerenza in modo che il giovane praticante non debba snaturare la propria pratica per ottenere il successo in gara.
I valori etici, morali e tecnici espressi nella pratica del dojo dovrebbero riflettersi nella prestazione competitiva. Si tratta dello Shiai, inteso come verifica di alcune capacità tecniche e psicologiche acquisite attraverso la pratica, grazie al confronto con l’avversario che, specie se di valore, permette un’efficace verifica.
Si è invece andati, mi sembra, molto lontano da questa impostazione, in tutt’altra direzione, con un totale abbandono non solo della valenza ed efficacia tecnica dell’Arte Marziale ma anche e soprattutto dei suoi aspetti educativi ed etici.
La nostra scuola, la IOGKF, non ha finalità agonistiche.
Quando abbiamo azzardato a proporre un’ esperienza competitiva ai nostri ragazzi siamo stati molto, molto attenti alla formula da adottare.
L’abbiamo studiata e perfezionata in modo che potesse permettere una sana ed efficace occasione di verifica delle qualità psicofisiche e tecniche con delle prove che richiedessero al praticante una preparazione completa e non specialistica e che fosse fedelissima al programma didattico e all’impostazione educativa del Dojo.
I nostri allievi, ragazzi ed adulti, si allenano duramente e con grande entusiasmo senza aver bisogno di motivare la propria pratica con l’obiettivo della medaglia.
Per non parlare poi del trattamento riservato dal mondo del karate sportivo ai cosiddetti ‘amatori’ o ‘non agonisti’, che sembrano essere considerati solo ‘carne da affiliazioni’ e che invece nella scuola tradizionale costituiscono i pilastri dei dojo e della Scuola.
Paradossalmente i grandi Maestri del Budo, compreso Higaonna Sensei, che non sono stati dei campioni sportivi, sarebbero considerati dei praticanti ‘amatoriali’.
E a questi praticanti amatoriali, considerati praticanti di serie b, si dà il contentino del grado dan, che va a sostituire la medaglia.
Altrimenti che senso hanno quelle patetiche sessioni d’esame a cintura nera di vario dan, alle quali ho purtroppo assistito nelle federazioni sportive, se non a dare un contentino a chi ama appendere un diplomino al muro invece che praticare per davvero?
Anche nel mondo puramente sportivo, se vuoi giocare a tennis con qualcuno devi saper gettare la palla al di là della rete, così se ti presenti all’esame per acquisire un brevetto di nuoto e, a metà vasca, vai a fondo miseramente, nessun istruttore si sognerà mai di riconoscerti un brevetto.
Invece questo è accaduto nel mondo del Karate sportivo con degli effetti devastanti sulla reputazione del Karate non solo come arte marziale ma anche come semplice sport.
Oggi sembra ci sia un’inversione di tendenza, visto il fallimento dell’approccio sportivo, e cominciano a ‘riaffiorare’ un po’ ovunque fantomatici Insegnanti di Karate-Do tradizionale…
Ma, quando si parla di Karate-Do tradizionale non si intende mica, come è comunemente e comodamente interpretato, usare una terminologia giapponese e scimmiottare pedissequamente dei gesti considerati ‘antichi’ senza comprenderne l’essenza.
La tradizione è solo nella trasmissione dello spirito e delle profondità di un’arte, I shin den Shin, da cuore a cuore, si dice nello Zen, in un lignaggio ininterotto di uomini che hanno saputo dedicare la propria vita allo studio e alla ricerca. E in questo passaggio l’arte si arricchisce di nuove intuizioni grazie all’unicità, all’alchimia inedita, di ogni relazione maestro/allievo che se è autentica, ha come risultato la maturazione dell’allievo, che non sarà un clone del maestro, ma saprà a sua volta dare una fresca interpretazione che arricchirà l’arte.
Hanno invece illuso, e continua a lasciarsi illudere chi vuole avere le cose a buon mercato, che si possa ottenere una conoscenza del Budo solo attraverso la frequentazione di corsi ed esami federali.
Il risultato è che in Italia sono tutti maestri dai dan altisonanti, spesso senza aver mai avuto davvero un maestro, senza aver mai veramente iniziato un autentico percorso formativo attraverso l’impegnativa relazione umana con un Insegnante depositario di una tradizione.
Mentre la trasmissione della conoscenza, nella Via del Budo così come nello Zen, passa proprio esclusivamente da questa relazione personale che coinvolge ogni aspetto della propria vita.
Non è solo questione di tecnica è lo spirito che deve essere trasmesso.
Senza di esso, quando va bene, si tratta solo di uno sport.



Newbushido.it: la Iogkf ha in programma delle manifestazioni in Italia nel prossimo futuro?

Sensei Spongia:
La nostra Scuola ha un calendario di attività di pratica nutritissimo.
Ormai da più di 15 anni, ogni anno il nostro calendario vede in programma 3 seminari, una dimostrazione annuale che riunisce tutte le scuole, due Gasshuku di formazione ed aggiornamento degli Insegnanti IOGKF Italia, un Ken Zen Ichinyo Gasshuku e uno stage nazionale condotto da un grande Maestro straniero della IOGKF (abbiamo avuto negli anni in Italia oltre allo stesso Higaonna Sensei, Nakamura Sensei, Bakkies, Kuramoto, Sudo, Molineux, Nunes, Leijenhorst…) per la prossima stagione stiamo decidendo chi invitare e il livello della scuola italiana è ormai tale da richiedere la presenza dei più grandi Senior Instructors della IOGKF.
Stiamo poi già guardando al 2013 che ci vedrà ospitare in Italia il prestigioso Gasshuku Europeo IOGKF che riunirà praticanti da tutto il mondo per una settimana di intensa pratica sotto la guida di Higaonna Sensei e dei suoi più anziani allievi.

Concludendo la ringrazio per avermi invitato ad esprimere queste mie considerazioni a ‘ruota libera’ per il vostro nuovo Portale delle Arti Marziali al quale auguro ogni fortuna. Newbushido.it


lunedì 20 dicembre 2010

Il Karate-do e il concetto di On



Parlai del concetto di On in una lezione che tenni sullo Shushōgi al Dōjō dal titolo: Gyōji Hōon , Esercizio Costante e Gratitudine.
Hōon

 La ‘retribuzione’inerente all’esercizio (Sambhogakāya). 
La gratitudine come ragione del cuore che regola la nostra vita.
Non un frutto del calcolo e della ragione ma che scaturisce dal cuore.

Analizzai i caratteri radicali che compongono il Kanji On:


On: la gratitudine

La Ragione

Cuore
Alcuni estratti  
"I caratteri che compongono il titolo del V capitolo dello Shūshōgi esprimono chiaramente come la pratica quotidiana debba essere espressione della nostra gratitudine e come, di conseguenza la nostra gratitudine renda viva e preziosa la pratica quotidiana."

Tutto quello che facciamo con impegno e condivisione è ciò che nutre Hōnjin, il corpo di gloria e retribuzione. Più prestiamo attenzione e abbiamo cura, più siamo curati e attesi. Per questo rivolgiamo pensieri, sforzi, parole grate ai padri e ai padri dei padri, perché i loro amorevoli sacrifici non vadano perduti invano. se riflettiamo con un po’ di umiltà, ci accorgiamo che nelle nostre mani abbiamo tanto del passato e più facciamo attenzione, più ci discipliniamo, più avvertiamo questo, tanto più ci sentiamo assistiti 
(la versione integrale della lezione è disponibile qui) 


Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi l'interessante articolo che segue che è stato pubblicato sul Blog: Ispido Cafè che ringraziamo.

Il Karate-do e il concetto di On
Se il Karate fosse quell'arte marziale in cui si usano pugni e calci per atterrare un avversario, non mi darei tanta pena nel ricercare ulteriori significati in qualcosa che ha significato univoco e inequivocabile.
Il Karate è Karate-do.
Più volte in questo blog sono ritornato sulle stesse considerazioni. E' segno che una ricerca è in atto. E' segno che c'è un bisogno che spinge a sapere, a comprendere.
Mi sono imbattuto recentemente nella trascrizione ( e traduzione) di alcuni interventi recenti del monaco buddista Mitsutaka Koso, intervenuto in alcune manifestazioni di Karate per relazionare sul Budo e sul Karate-do.
Leggo che "Il maestro Mitsutaka Koso è un monaco Buddista ed è stato invitato espressamente dal Maestro Shirai a tenere delle lezioni su materie spirituali e rituali.Partecipa agli stage Fikta e, attraverso la nostra pratica egli ci aiuta a sintetizzare tutta quella parte etico/morale/religiosa che la pratica del Karate-Dō ci fa perseguire.Nelle sue lezioni vengono a esposte diverse interpretazioni sul Dō, e sulla giusta via che, attraverso la pratica e la conoscenza del Sè si sperimentano e si ritrovano. Egli si colloca, in questo modo, come strumento di analisi conoscitiva in linea con il nostro persorso tecnico." e ne resto entusiasmato.
"Finalmente - mi dico - si inzia a valutare la dimensione del DO". Senza la quale anche il più appassionato dei karateka non è altro che uno che sferra pugni e calci più o meno consapevolmente.
Ho iniziato quindi ad analizzare alcuni interventi del monaco buddista rammaricandomi di non essere stato presente e di non aver potuto quindi cogliere le sfumature di un discorso che la relazione scritta ( e, ancora una volta, tradotta!!!) non riesce a rendere benissimo a mio avviso. Tuttavia, intendo procedere ugualmente nell'analisi: esiste talmente poco autorevole materiale sul  Karate e il Do che certamente non mi lascio  sfuggire l'occasione per saperne di più. Egli parla di:

La pratica del saluto

Che assurda cosa rammaricante, questa questione del saluto! Il M° Funakoshi aveva posto un assoluto nel Karate: "Il Karate inizia e termina con il saluto". Mi spiace profondamente dover constatare, nelle gare, nelle manifestazioni, nei dojo... come sia difficile tra i praticanti rispettare questo semplice precetto di cortesia. LO voglio ricordare a tutti coloro che a vario titolo (maestri, allievi...) praticano il Karate: il saluto non è un gesto formale, non finisce nel dojo. Il Karate si vive sempre: dentro e fuori del dojo. Il saluto si pratica ugualmente sempre.  Ho visto "amici", "conoscenti", "praticanti"  e "campioni" di Karate comportarsi come dilettanti quando hanno dimenticato la gentilezza, la cortesia...l'importanza intrinseca del saluto. Occorre correggersi immediatamente: non facciamo che sia un predicar bene per razzolare male! " Normalmente incontrando una persona per la prima volta curo particolarmente come mi presento esteticamente e la forma del mio linguaggio. Questo è un buono spirito e un buon atteggiamento". In India, e sappiamo bene quanto le arti marziali debbano alla cultura indiana, c'è un atto nobilissimo che sta nel congiungere le mani e pronunciare la parola "Namaste". Namasu significa "Ti prego, mi arrendo" ; te significa "tu, a te". Il saluto quindi significa che "io mi arrendo a te come forma di rispetto, perchè trovo in te qualcosa che potrebbe essere la manifestazione del Buddha."
Occorre riflettere per capire che negare il saluto è negare l'essenza del Karate!

Lo spirito del Budo

il M° Mitsutaka Koso dice che  "lo spirito del Budo è alla base dell'insegnamento del Buddha ed è stato sviluppato e tramandato in stretto rapporto al buddismo stesso".

Il M° Kase

"Io mi sento all'interno del giardino seminato dal M° Kase, che sta fiorendo"

Il concetto di ON

"ON si traduce nel sentimento di riconoscenza e ringraziamento verso colui che ha dato la strada per la crescita di un uomo e per il rispetto universale". Per noi occidentali è davvero difficile comprendere questo concetto che è invece fondamentale nella cultura nipponica. ON potrebbe tradursi con "obbligo, riconoscenza". Qualcosa che per noi occidentali implica un doveroso ricambiare. Per la cultura giapponese, invece, ON è un obbligo inestinguibile: una sentimento di riconoscenza insanabile. Contrarre un ON non è dissimile dall'incorrere in un debito di riconoscenza perenne. Accettare o avvantaggiarsi di un ON signbifica anche accettare che la persona alla quale noi dobbiamo riconoscenza divenga il nostro ON Jin: nei suoi riguardi saremo perennemente debitori. Naturalmente sono possibili molti On Jin e quindi avremo Ko On (siamo in debito verso l'imperatore per averci concesso di vivere in società),Oya On (siamo in debito verso i genitori che ci hanno messo al mondo), Mushi No On (siamo in debito verso chi ci offre lavoro, il capo, il superiore), Shi No On (siamo in debito verso il nostro maestro, l'istruttore, colui che ci insegna una disciplina). Naturalmente nn c'è altra soluzione, per ricambiare, che adottare un giusto comportamento. E anche qui, le nozioni si sprecano. Un giusto comportamento vero l'imperatore  (che ci ha favoriti con un Ko On) è il Chu, che esprime fedeltà assoluta all'imperatore. All'Oya On corrisponde il KO, fedeltà verso la famiglia; al Mushi No On corrispond eil Nummu, fedeltà ai propri compiti....
"Oggi sono qui grazie a tantissimi fattori;i mie genitori, gli amici, coloro che mi hanno invitato, coloro che mi hanno aiutato a crescere e così via. Vivere con il ringraziamento e riconoscenza verso tutti questi soggetti è il vero significato di ON(...). Se piove, se cadono le foglie, se fioriscono gli alberi ci sono due fattori: uno diretto e uno indiretto."
Una estensione notevole del concetto di On risiede in questa storiella raccontata dallo stesso M° Mitsutaka (adattata da me):
C'era una volta in Himalaya una tra i tanti alberi di fico in cui dimoravano solitamente molti pappagali. Avevano, questi animali, un re fiero e nobile con un becco rosso e gli occhi sfavillanti come pietre preziose.Era, soprattutto, un re nobile d'animo e generoso di cuore. Un brutto giorno il suo regale albero si seccò e mentre tutti i suoi sudditi svolazzavano a cercare frutti freschi, lui rimase  e dimorò ancora presso il suo amico albero, adattandosi a nutrirsi di poca roba:corteccia, muschio e acqua di fiume, senza mai perdere la contentezza.
Il dio Sacca venne a conoscenza di questo modo disinteressato di vivere e volle mettere ulteriormente alla prova il re pappagallo: seccò del tutto l'albero riducendolo ad uno scheletro e osservò il pappagallo. Addolorato, restava ancora a dimorare presso il suo amico albero e, trovando una strana forza in sé, continuava a cibarsi di quel che restava: corteccia e acqua di fiume. Il dio decise allora di trasformarsi in oca e di canzonre il povero re deridendolo della sua triste condizione. Ma anche questo tentativo fallì miseramente dal momento che il pappagallo non abbandonava la sua residenza e perseverava nel vivere vita felice. Allora il dio Sacca chiese direttamente  al pappagallo come mai persistesse in questa sua determinazione invece di cercare altrove una migliore condizione e cibo certamente più conveniente alla sua condizione di regnante. Il re-pappagallo rispose semplicemente che il senso di amiciza non muta con il mutare degli eventi e che aveva solo una speranza: che il suo amico albero ritrovasse il suo antico vigore. Il dio Sacca fu molto impressionato da questo profondo senso di rispetto (On) e lasciò che il fico mettesse nuovi e più rigogliosi frutti.

Toshodaiji

C'era una volta un monaco di nome Ganjin Osho (688-763), fondatore della città di Toshodaiji.
Ancora una volta occorre far caso ai nomi, ai suoni, alle parole. Toshodaiji è un monastero che si trova a Nara, vecchia capitale del Giappone, vicino Kyoto. La parola si compone di TO, antico nome della Cina, e SHODAI, ovvero "quattro direzioni, persona che proviene dai quattro angoli del mondo, cosmopolita, amicizia universale, e JI, tempio, dojo.
Ganjin Osho (Osho è un titolo onorifico), monaco cinese,  venne invitato dai monaci giapponesi affinchè insegnasse loro il buddismo. Il monaco Ganjin vide il questa richiesta la missione della sua vita, la maniera, forse, per onorare il suo On. C'erano pericoli enormi da superare, molte centinaia di chilometri di viaggio per mare..., ma accettò l'incarico. Fallì diverse volte non riuscendo per ben cinque volte a raggiungere la sua destinazione. I suoi compagni di viaggio e i discepoli che l'accompagnavano morirono nel corso dei vari viaggi. Lui giunse a destinazione dopo 10 anni: aveva ormai 65 anni anni ed era divenuto completamente cieco.

Budo

" Budo viene da Bujutsu che strettamente significa tecnica militare o di lotta o anche strategia di battaglia"

Bujutsu

" Bujutsu è dedicato alla pura tecnica per uccidere una persona. Questa pratica è povera e limitata e rischia di inaridire il proprio cuore portando sofferenza . (...) Si è sentito quindi il bisogno di una riflessione per migliorare lo spirito e la vita quotidiana. L'introduzione di come praticare la tecnica unita alla filosofia ha portato al raggiungimento del Budo. (...) La tecnica diventa filosofia."

Buddha spiega la vita attraverso la morte

"Sembra difficile e spiacevole parlare di morte ma la verità è che la comprensione delle arti marziali passa comunque dalla comprensione del suo significato"

Evitare lo scontro

"Anticamente il samurai prima dello scontro si presentava con un saluto che includeva il nome e il cognome, la provenienza e aggiungendo che purtroppo si doveva consumare il combattimento ma che si sarebbe sostenuto in maniera leale. Addirittura incontrando un giovane samurai si proponeva di evitare lo scontro, dicendo di non essersi mai incontrati"

Il vero vincitore

"Il praticante di arti marziali non si deve ostinare nel pensiero di vincere o perdere. Il suo obiettivo deve essere quello di andare oltre".
Non mi stancherò mai di indicare a Davide un "oltre" che nel Karate, come in ogni altra cosa, esiste ed è fondamentale. Difficile vedere, non significa che non esista o che non meriti attenzione e ricerca. Vedere oltre. sentire oltre. Percepire oltre quel che i nostri sensi, già mendaci, ci dicono. Ecco perchè una sconfitta non è solo una sconfitta; e una vittoria non è tutto.
Circa il Buddha... egli evita lo scontro quando può perché: "Rispondendo con calma e moderazione si vince due volte, perchè mantenendo la calma si vince se stessi e l'altro. (...) Quindi rispondendo all'uomo di Baramon disse che evitando di rispondere ai suoi insulti questi sono rimasti suoi." Buddha ricordava che il vero vincitore non è "chi vince un milione di soldati, ma chi vince se stesso ". Leonardo da Vinci avrebbe detto "non v'è maggior o minor signoria che quella su sé medesimo".

Za Zen

"Normalmente durante la vita non poniamo particolare attenzione al respiro. Za Zen è una delle sei forme di pratica del buddismo. Il suo obiettivo è calmare, tranquillizzare il cuore ritrovando la forma primordiale. Za Zen è respirazione e concentrazione dello spirito. La respirazione la pratichiamo sin dalla nascita, ma Za Zen concentra la respirazione sulla parte addominale ponendo maggiore attenzione alla fase espiratoria"







Buon Inizio di Settimana




mercoledì 15 dicembre 2010

Schegge di Preziosa Memoria



Qualche settimana fa ho postato la cartolina funebre che scrissero i miei nonni per annunciare la morte, nella Battaglia di Montecassino, di mio Zio Alfredo.

Potete leggere qui l'articolo:  

Lo scorso 8 Dicembre (il giorno successivo alla ricorrenza della morte di Alfredo) mia madre mi ha fatto dono di un altro prezioso e toccante documento che desidero e ritengo doveroso condividere con tutti voi perché la memoria della lealtà, coraggio e nobiltà di questi uomini non vada persa.

Qui potete visionare e leggere il documento originale:

In un momento come quello che sta vivendo il nostro Paese ormai povero di esempi di lealtà, coraggio e onore, la memoria di questi uomini, delle loro gesta, emozioni, ideali, può essere la scintilla che risvegli ad una nuova consapevolezza gli spiriti anestetizzati. 

Si tratta di una lettera recapitata ai miei nonni, scritta dal Sergente Riccardi, nella quale descriveva gli ultimi momenti di Alfredo.
La lettera giunse quando già i genitori di Alfredo avevano raccolto le sue spoglie.
Ma quel che è più toccante di questa lettera è che il Sergente Riccardi non ebbe la possibilità di spedirla e morì pochi giorni dopo sul campo di battaglia (come scrive a matita in calce il sergente che l’ha inoltrata).

Il Sergente Riccardi scrisse, il giorno prima di morire, una struggente lettera alla madre in cui le dà il suo addio usando parole di grande coraggio e nobiltà.
La lettera del Serg. Ricccardi alla madre è pubblicata sul sito www.dalvolturnoacassino.it (che ringraziamo per il loro prezioso lavoro) e potete leggerla qui:

Questo il testo che vi ho trascritto della lettera inviata ai miei nonni:

Caro signore, il compito da lei richiesto non è certamente uno dei meno gravosi ma è con orgoglio di soldato e per i vincoli di affetto che ad Alfredo mi legavano che mi accingo a farlo sicuro di adempiere così uno dei più sacrosanti doveri derivanti dall'amicizia confermata sui campi di battaglia. 
So che in certi frangenti a nulla contano le parole voglio però pregarla di essere forte e fiero che suo figlio abbia compiuto sino all'ultimo il suo dovere di soldato.
Il nostro battaglione entrò in linea il giorno 6 dicembre 1943 e la notte del 7 il piombo nemico volle consacrare in Alfredo il primo caduto dell'esercito di questa Nuova Italia.
Una scheggia di mortaio lo colpiva all'altezza del cuore;
subito venne soccorso da noi tutti che ci trovavamo vicini ed immediatamente trasportato all'infermeria.
Nulla fu lasciato intentato ma il destino purtroppo doveva avere il sopravvento.
Causa la mortale ferita ed il centro vitale colpito brevissima è stata la sua sofferenza, infatti durante lo stesso trasporto al pronto soccorso soccombeva lasciando un vuoto incolmabile nella famiglia della nostra 3a moto dove era da tutti stimato e benvoluto.
I pochi oggetti personali furono consegnati ad un suo carissimo amico che devi averli presso di sé ed il cui indirizzo è il seguente: …………
Altro materiale, cioè oggetti di corredo personali borghesi, si trova tutto ora alla nostra base di Airola (?) e sarà cura mia farglielo pervenire non appena detta base si raggiungerà.
Le trascrivo inoltre l'indirizzo del nostro caro Capitano Castelli che potrà confermarle quanto sopra e che fu particolarmente colpito dalla scomparsa di uno dei suoi migliori capi-squadra ed allievi.
Capitano castelli Enea 51º battaglione bersaglieri.
Il corpo di Alfredo è stato sepolto nel cimitero di guerra di (…?...) Valle di Lauro presso Mignano (davanti Cassino) croce n. 3 o 4.
Gli eventi bellici ( dal 6 febbraio con un altro battaglione ) non mi hanno permesso di recarmi personalmente da Lei ma pur sembrando forse gelide le parole vorrei rassicurarla che sono sempre felice di poter dare un minimo di consolazione al suo cuore di padre.
Il ricordo del nostro Alfredo ci accompagnerà ovunque e sarà per noi sempre di incitamento a meglio fare seguendo le sue orme d’avanguardia sulla via del dovere e dell’onore.

Vostro Sergente Riccardi Giuseppe

in calce a matita:

Egregio Sig. Aguzzi,
siccome il sergente Riccardi non ha potuto inviarvi prima la lettera perchè come ben sapete le lettere non sono ammesse, con piacere oggi, per mezzo di un amico, vi faccio recapitare questa lettera e con vero dolore vi comunico che il sergente Riccardi è caduto in combattimento qualche giorno dopo aver scritto la presente.
Questo è il nostro destino.

Tante cordialità e le mie più sincere condoglianze.

Sergente Menichini (?) Paolo

Sofia, la madre di Alfredo, è accolta dai Bersaglieri quando giunge sul luogo della sepoltura. Gli sguardi sono straordinari, esprimono compiutamente lo sgomento e il dolore di quei momenti


Sofia, madre di Alfredo, giunta sulla tomba del figlio.



mercoledì 1 dicembre 2010

SE.....


Incontrai per la prima volta la poesia ‘If’ di Rudyard Kipling quando ero un ragazzo.
Rimasi folgorato dalle parole che Kipling rivolge al figlio e da allora mi ha accompagnato come un ‘breviario’ al quale sono tornato costantemente per orientare la mia vita.
Di anno in anno, di esperienza in esperienza, ho vissuto nel mio cammino un po’ tutte le situazioni descritte da Kipling :
Credere in sé stessi quanto tutti dubitano…
Aspettare senza stancarsi nell'attesa…
Pensare senza fare del pensiero il proprio fine….
Incontrare successo e sconfitta…
Essere calunniato…
Resistere quando non c’è più nulla tranne la volontà…
Riempire il minuto che non perdona...
E mai come in questo momento: 
‘Se saprai fare un mucchio di tutte le tue vittorie e rischiarlo in un solo giro di testa o croce e perdere e ricominciare daccapo…’

Spero che possa essere d’ispirazione anche per tutti voi.



SE

Se saprai conservare la testa quando tutti intorno a te
perderanno la loro e te ne incolperanno;
Se crederai in te stesso quando tutti dubiteranno,
ma saprai comprendere il loro dubbio;
Se saprai aspettare senza stancarti dell’attesa,
o essere calunniato, senza calunniare,
o essere odiato, senza dar spazio all’odio,
e tuttavia non apparir troppo buono, né parlar troppo saggio.
Se saprai sognare e non rendere i tuoi sogni padroni;
Se saprai pensare e non fare del pensiero il tuo fine;
Se saprai incontrare il Trionfo ed il Disastro
e trattare allo stesso modo questi due impostori;
Se saprai sopportare di sentire ciò che hai detto di giusto,
distorto da imbroglioni, per farne trappole ai creduli;
O vedere le cose per cui hai dato la vita distrutte
e curvarti  a ricostruirle con utensili ormai logorati.
Se saprai fare un mucchio di tutte le tue vittorie
e rischiarlo in un solo giro di testa o croce
e perdere e ricominciare da capo,
senza fiatar verbo sulla tua sconfitta;
Se saprai forzare il tuo cuore ed i tuoi nervi e i tuoi tendini
a servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
e così resistere quando in te non resta altro
tranne la Volontà che dice loro “Reggete!”.
Se riuscirai a parlare con le folle senza perdere la tua virtù,
o passeggiare con i Re senza perdere la tua semplicità,
Se né nemici né prediletti avranno il potere di ferirti,
Se per te tutti gli uomini conteranno, ma nessuno troppo;
Se riesci a riempire il minuto inesorabile
dando valore ad ogni istante che passa
(coprendo una distanza che valga i sessanta secondi),
tua è la terra e tutto quel che contiene,
e - quel che più conta - sarai un Uomo, figlio mio!
           
Rudyard Kipling

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