martedì 13 dicembre 2016

Demolizione edificante


Il Maestro di Spada Enrico Salvi prosegue le interessanti riflessioni intorno all'Uomo, all'Essere e al Respiro avviate su questo blog il 30 settembre.

In “Kokyu ni rei” del 30 settembre avemmo occasione di considerare la subordinazione del pensare e dell’agire all’Essere quale Legge trascendente l’umano e immanente-fluente nell’Organismo corporeo attraverso il Respiro, il Sangue e gli altri Sistemi organici. Aggiungiamo ora che quando parliamo lo facciamo, senza potercene esimere, espirando, e che di tanto in tanto dobbiamo interrompere il nostro parlare per prendere fiato, cioè per inspirare. Ora, se tramite l’inspirazione riceviamo il dono dell’Essere (non ce lo prendiamo con la nostra volontà), quando lo restituiamo espirando le nostre parole dovrebbero farsi non altro che veicolo dell’Essere, cioè  parole di Vita, pena lo scadere del parlare a scialba comunicazione, o, peggio ancora, a discussione facilmente generante incomprensione e conflittualità. Difficile, purtroppo, negare i frutti insipidi che lo scempio della parola perpetrato nel mondo contemporaneo sta producendo. Si assiste ormai ad un dilagante parlare fra sordi litigiosi che, soprattutto nelle questioni pubbliche, approda regolarmente ai cosiddetti ‘accordi’, cioè a protocollari e provvisorie forme di tregua armata stemperate da sorrisi e strette di mano da circostanza. Perciò non sarà un caso che da qualche parte stia scritto che si dovrà rendere conto di ogni parola oziosa, avvertimento per lo meno inquietante per chi non sia stato ancora avviluppato dalle spire del ‘libero pensiero’.
Ma c’è un’altra notazione impellente, e cioè che il pensare e l’agire necessitano dell’Oggettivo, ciò che li fa scendere al piano terra nella scala delle preminenze. Invero, l’Oggettivo consiste anch’esso grazie all’Essere, ed anzi ne è una manifestazione che non esaurisce l’Essere stesso permanente nella sua trascendenza. Come per l’Organismo corporeo, l’Essere è immanente all’Oggettivo che a sua volta permette al pensiero di formarsi e all’azione di svolgersi.
Prendendo ad esempio la poesia, possiamo chiederci cosa ne sarebbe di essa se i poeti non avessero dapprima contemplato la Natura che oggettivamente hanno trovato di fronte al loro sguardo. Senza un colle ed una siepe Leopardi non avrebbe potuto darci l’Infinito, come senza una rana e uno stagno non avremmo il famoso haiku di Basho, anche se entrambi hanno fatto dell’Oggettivo una sorta di ‘spioncino’ verso l’Oltre. Lo stesso vale per la scienza: nelle profondità del cielo, della terra, del mare e dell’uomo lo scienziato può indagare – in àgere – perché si trova ognora davanti l’Oggettivo, cioè l’Essere che si manifesta in miriadi di forme e consistenze, fino alle più sottili e impalpabili. Anche i grandi ideali di libertà, pace e giustizia appartengono all’Oggettivo: la concezione astratta che si ha di essi ne è la prima oggettivazione, confermata dal nominarli come anche dal perseguirli, seppure in modo fallimentare grazie ad un pensare ed agire avulsi dall’Essere e quindi “liberi”. 
A questo punto abbiamo condotto a termine la demolizione teorica dell’essere umano chiuso nella gabbia del pensare e dell’agire, funzioni subordinate all’Essere, all’Organismo corporeo e all’Oggettivo. La demolizione pratica e la contestuale riedificazione (si edifica il nuovo nel medesimo tempo che si demolisce il vecchio), può attuarsi a mezzo della Contemplazione Seduta, ovvero della decantazione del pensare e dell’astensione dall’agire, opera che richiede grandissimo impegno data l’inveterata abitudine al pensare ed all’agire con cui l’uomo confonde il proprio essere. Con un procedimento di ritorno – un aspirarsi – il praticante inizia la demolizione-riedificazione con l’abbandonare il  piano terra, che è quello del pensare e dell’agire, salendo così al primo piano che è quello dell’Oggettivo, abbandonando il quale sale al secondo piano che è quello dell’Organismo corporeo, e da qui, sempre con un abbandono, si eleva, o, meglio, è elevato all’attico o sommo piano dell’Essere.
Pertanto, per attuare la salita di ritorno il praticante si ferma e tace, siede immobile e in silenzio, non pensa e non agisce, abbandona ogni possesso e ogni non possesso, ogni conoscenza e ogni ignoranza, ogni ricchezza e ogni povertà. Per attuare ciò egli si fa completamente attento e con totale fiducia nell’Essere (che come abbiamo visto già lo pervade). Nel Budo la parola che riassume l’atteggiamento ideale del praticante è Zanshin: l’esser presenti e pronti. Zanshin è il residuo perenne di neve sul picco montuoso, è la brace inestinguibile che cova sotto la cenere, nell’Arte della Spada, è l’Attimo in cui, al culmine del taglio (kiru) tutto si ferma e si rinnova; è l’atto che è nostro in quanto possiamo esercitarlo ma non è nostro poiché al suo compimento concorre l’Essere che ci trascende in quanto Atto puro.
All’apice dell’ascesa il praticante né pensa né agisce, perciò non pratica alcunché. Semplicemente e totalmente È. Più vivo che mai. Unificato, giacché l’Essere è Uno, è libero dal ‘di più’ e dal ‘di meno’ non avendo di che afferrare e di che respingere. Installato nel Presente è inattaccabile dal ‘passato’ e dal ‘futuro’. Il praticante È, ricomprendendo in questo essere l’Organismo corporeo e l’Oggettivo demoliti mediante abbandono. L’Essere è la sua roccaforte ben fondata sulla terra e con le torri svettanti verso il cielo. Irradiando da questo Lucus (Luogo fatto di Luce) i suoi pensieri, le sue parole e le sue azioni sono, nel tempo e nello spazio, espressioni dell’Essere e perciò di Vita. E, in fondo, di Luce. «Da dentro o da dietro una Luce brilla attraverso noi sulle cose e ci rende consapevoli che non siamo niente, che la Luce è invece tutto » (Ralph Waldo Emerson).



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venerdì 25 novembre 2016

Commento al Tai Taikō Gogejari Ho di Dōgen Zenji


Il testo che segue è la prima parte della trascrizione di alcune lezioni tenute nel Dōjō Zen da Sensei Paolo Taigō Spongia a commento del Tai Taikō di Dōgen Zenji.
Le lezioni, che prendono le mosse dalla pratica dello Zazen, hanno un carattere colloquiale di cui tener conto durante la lettura.
Pubblicheremo a breve anche la seconda parte.
 
Il Tai Taikō è un capitolo dell’Eihei Shingi, la regola di Eiheiji, il Tempio fondato da Dōgen Zenji tra le montagne del Fukui.
Fui folgorato da questo testo all’inizio della mia pratica. Mi fu suggerito dal mio Maestro e immediatamente raccolsi il suo invito ed il testo fu tra le mie mani.
Il Tai Taikō è una raccolta di indicazioni-esortazioni rivolte ai monaci riguardo l’etichetta da osservare in ogni loro comportamento in relazione agli anziani del Tempio, di quelli che potrebbero essere considerati degli Insegnanti (Taikō sta per anziano o insegnante). Ma in senso lato si tratta di un’educazione profonda da mettere in pratica in ogni situazione e insegna a relazionarsi agli ambienti, alle situazioni, un’educazione alla sensibilità, alla capacità di comprendere il ritmo, il tempo e lo spazio di ogni situazione e l’armonizzarsi con essa: l’essenza della consapevolezza in azione.
Il testo mi è stato di grande ispirazione. in esso ho ritrovato quegli elementi dell’educazione Zen che con ogni probabilità a suo tempo attrassero i Samurai, i quali colsero in essi l’occasione per affinare il proprio Zanshin (presenza totale). Si tratta di un testo che ogni artista marziale dovrebbe studiare.
L’articolo 4 dice: “ Davanti ad un Taikō, sedetevi ben eretti (in seiza), senza pendere all’indietro, e non guardatelo negli occhi con insistenza.”
Come usare gli occhi, come usare i sensi? Questo diventa la base di tutta l’educazione Zen ed è roba che non si studia sui libri ma concentrandosi sulle maniere mentre ci si relaziona agli altri, allo spazio, agli oggetti durante la pratica nel Dōjō. Questo deve poi trasparire in ogni comportamento.
Lo sguardo deve essere franco, sincero, deve sapersi abbassare al momento opportuno per non essere aggressivo senza però per questo perdere la visione. Bisogna imparare a vedere con tutto il corpo e usare lo sguardo con misura e decisione.
Ogni artista marziale dovrebbe sottoporsi ad una ri-educazione di questo genere.
Sawaki Roshi, rivolgendosi ai praticanti di Arti Marziali, affermava: “La vera tecnica del corpo deve essere la sostanza dello spirito… non bisogna guardare il corpo dell’avversario, ma dirigere il nostro spirito. In realtà non esiste nessun nemico…”.
Possono sembrare norme di comportamento banali, come non sbadigliare in faccia alla gente, che però a ben vedere stanno a segnalare la ricerca di una sensibilità nel capire il contesto, il tempo, il ritmo di ogni situazione. Ogni gesto, a seconda del contesto, a seconda del luogo, del momento, può essere un gesto costruttivo così come distruttivo; può essere un gesto amichevole come aggressivo. A seconda del tempo e del luogo lo stesso gesto può avere effetti diametralmente opposti.
Se volete attaccare, se siete aggressivi, lo testimoniate con un gesto, col vostro modo di muovervi.
In altri tempi, quando il pericolo era all’ordine del giorno, un certo modo di utilizzare i sensi divenne molto naturale ed importante. E questo vale per l’artista marziale come per il monaco: saper pazientare, saper vedere oltre l’apparenza senza essere condizionati dai suoni, dal tatto, dalla vista, dallo stesso pensiero.
Nell’Hannya Shingyō questo è descritto chiaramente:
Mu Gen Ni Bi Ze Shin I.
Mu Shiki Shō kō Mi Soku Hō.
Mu Gen Kai Nai Shi Mu I Shiki Kai…
In Zazen non ci sono occhi, orecchie, naso, lingua, corpo, coscienza, né i loro oggetti e rispettive coscienze.
Tradizionalmente l’altare del dōjō Zen, dello Zendō, è più o meno al centro del dōjō.
Una struttura, su cui in genere è posata la statua di Manjusri Bosatsu a cavallo di un leone. Rappresenta lo Zazen: seduti sulle nostre illusioni, sulle nostre manie, agitazioni mentre il leone (la mente) è irrequieto, il monaco è seduto calmo in Zazen (la postura che unifica corpo-mente) e cavalca il leone.

Quando ci si muove nel Dōjō non si deve mai tagliare la linea che congiunge l’altare con il posto dell’insegnante, si deve percepire sulla pelle questa linea, come un raggio laser, che non va oltrepassato.
E muovendosi nel Dōjō tutti i sensi devono essere attivati, si deve vedere con la pelle, pensare con i piedi, con le mani. Il Jikidō deve muoversi come una tigre nella foresta, rilassato ma estremamente vigile.
Sono molti i percorsi simbolici che nel Dōjō educano potentemente a questa vigilanza e sensibilità.
Uno straordinario addestramento per i cosiddetti ‘artisti marziali’ contemporanei che praticano ormai in un ambiente addomesticato che poco permette di affinare queste qualità.
Oggi il Budō ha bisogno dello Zen tanto quanto lo Zen ha bisogno del Budō, affermava il mio Maestro.
Mentre ai monachelli Zen delle nostre parti farebbe assai bene una rigorosa pratica del Budō.
Qualche giorno fa sono stato invitato a condurre un Gasshuku e ho fatto visita ad un Dōjō della nostra Scuola. Recentemente il Dōjō era stato ripulito e ampliato ma ho notato qualcosa, che già avevo segnalato al mio allievo che conduce il Dōjō, come inadeguata: sul lato d’onore, dove sono esposte le immagini dei Patriarchi della nostra Tradizione (Kannryo Higaonna Sensei, Chojun Miyagi Sensei e An’Ichi Miyagi Sensei) erano montate due mensole di laminato, bruttissime, e sopra di esse una candela tutta storta e una piantina di plastica.
Allora, visto che non tollero l’approssimazione da parte dei miei allievi, ho spiegato che c’è un significato profondo dietro questi linguaggi simbolici e che non devono essere trattati con superficialità, c’è una cultura che va studiata e assimilata profondamente per poter padroneggiare questi linguaggi, altrimenti si rischia di mettere in atto delle imitazioni caricaturali, ridicole quanto irritanti. Non ce lo possiamo permettere. Non ci possiamo permettere di essere approssimativi quando ci facciamo interpreti di una tradizione, assolutamente!
Volete capire che anche la mensola che scegliete, la cura con cui la installate, gli oggetti che scegliete di disporre su di essa, tutto fa parte della vostra offerta? Non solo quel fiore che offrite, quando ve lo ricordate!

La cura con cui scegliete la mensola, la montate… parlerà direttamente al cuore di chi si troverà ad inchinarsi di fronte ad essa. 
Se fate caso a queste mensole [il Maestro indica le belle mensole in legno che arredano l’altare del Tora Kan Dōjō] non è che sono proprio delle mensoline così a tirar via. Ogni mensola di queste è costata molto in termini di sforzo, anche economico, perché io le ho volute lavorate in questo modo, martellate, laccate in un certo modo… e non è che ci avanzassero i soldi, però sapevo che dovevo farle così, non poteva essere altrimenti. Dev’essere una cosa bella, preziosa, perché è un’offerta.
Chiunque entra in questo Dōjō o in un Tempio Zen, non può non rimanere in qualche modo toccato profondamente, seppur inconsciamente, da come è disposto l’altare, dalla cura che trasuda ogni parete, ogni dettaglio di questi spazi. Perché tutto è disposto in un modo che trasmette potenza e armonia, è una tradizione millenaria che trasmette questo. Non si può improvvisare, mettere su due mensoline storte con sopra una piantina di plastica… non è così che funziona.
Devi fare lo sforzo di capire qual è il senso a monte di tutto questo. E il senso è quello dell’offerta: innanzitutto offro me stesso con la pratica, lo studio, la cura e faccio offerta per mantenere viva la memoria e la gratitudine nei confronti di chi è venuto prima di me e mi ha offerto la preziosa possibilità di accedere a questa tradizione.
Io, che ho maturato negli anni una certa avversione verso le chiese e le istituzioni religiose, riconosco però che le chiese, così come erano costruite, pensate, erano delle offerte, erano una celebrazione alla grandezza di Dio,  non si poteva fare una cosa approssimativa.
Anche una chiesina umile come la Porziuncola di Francesco d’Assisi è stata costruita da Francesco e dai suoi primi frati pietra su pietra, elemosinando a piedi nudi le pietre nei dintorni di Assisi. Non si deve trattare necessariamente di una basilica ma è una cosa ben diversa dal mettere lì due mensoline di Ikea. E’ qui che innanzitutto si esprime lo spirito religioso, il senso profondo della pratica. In che modo tu stai offrendo qualcosa, stai offrendo te stesso? Le tue capacità, le tue risorse? Se non hai gli elementi culturali, economici… ti attivi, studi, lavori, elemosini… perché tutto questo diventa la tua offerta.
Altrimenti quando poi inviti il tuo Maestro nel Dōjō le tue mensole posticce saranno un insulto alla sua Tradizione e denunceranno la tua scarsa cura. Questo influenzerà chiunque entrerà nel tuo Dōjō ben più di tutti i diplomi che potrai attaccare al muro, parlerà chiaramente dello spessore della tua pratica e della tua sincerità.
I fiori devono essere sempre freschi, senza cercare scorciatoie mettendoci una piantina in vaso o peggio di plastica, ti devi scomodare e far sì che quell’offerta diventi nutrimento quotidiano e non una noiosa incombenza da mettere in atto di tanto in tanto.
Questi gesti quotidiani nutrono il nostro spirito, la pratica è Gyōji, impegno quotidiano, continuo: Shū Shō Ichinyō, Pratica e Realizzazione/Risveglio coincidono.
In questo luogo (Tora Kan Dojo) sono più di venticinque anni che ci sono sempre fiori freschi sull’altare, disposti con grande cura, che il dōjō sia aperto o chiuso. E’ una cosa bella, importante, è un segno del cuore che anima questo posto. Non è che lo facciamo solo per noi, è chiaro che nutre anche noi vedere la bellezza dei fiori, la cura con cui son disposti, sicuramente, ma lo facciamo a prescindere dal fatto che qualcuno li veda, è la nostra offerta.

Il gesto stesso di scegliere la mensola, di montarla ben dritta utilizzando la livella, il mettere con cura l’acqua ai fiori, tutto questo ti offre il senso compiuto di ogni altra tua azione nel Dōjō,
Sull’altare sono rappresentati gli elementi del cosmo, c’è il fuoco, che è nutrito dall’aria, c’è l’acqua, c’è il verde, la natura… c’è tutto… c’è l’immagine di un uomo alla ricerca, un Buddha.
Quando offri un incenso di fronte a questo altare in quel momento celebri la totalità della vita.



Fine prima parte

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venerdì 18 novembre 2016

IOGKF una famiglia nel Budo





Questo è, innanzitutto lo spirito del Budo e della IOGKF.
Niente a che vedere con il competere con altri, ma crescere insieme attraverso una pratica rigorosa, dura e sincera.


Una famiglia, la mia famiglia.








lunedì 7 novembre 2016

Anniversario VII Dan

Novembre 2015 - Okinawa. Alla fine del Gasshuku dei Capo Istruttori, dopo aver sostenuto e superato l'esame per il VII Dan, Sensei Paolo Taigō Spongia ha rivolto queste parole di ringraziamento. A distanza di un anno ci piace ricordarle.

Questa sera, durante il Sayonara Party che ha chiuso il nostro Chief Instructor's Gasshuku, Higaonna Sensei mi ha riconosciuto il Nanadan (7° dan) a seguito dell'esame sostenuto mercoledì scorso. Ringrazio il mio Maestro e la commissione internazionale composta da Sensei Tetsuji Nakamura, da Sensei Bakkies al quale faccio le mie congratulazioni per il suo 9° dan (Bakkies Laubscher Sensei è l'allievo più anziano di Higaonna Sensei), Sensei Henrik Larsen (congratulazioni per il suo 8° dan) e Sensei Ernie Molyneux. Li ringrazio per avermi, ancora una volta, concesso la loro fiducia e attribuito un grado così alto che faccio fatica a pensare di meritare appieno e che mi sprona ad impegnarmi ancora di più nel mio perfezionamento per esserne all'altezza.
Ringrazio tutti i miei allievi di ogni livello e in particolare coloro che mi accompagnano in questo affascinante viaggio da molti anni. Vi ringrazio perché non sarei mai arrivato a questo, che non è un punto d'arrivo ma di passaggio, senza di voi. Voi siete diventati degli ottimi praticanti ed insegnanti e la vostra crescita è stata la mia crescita. Non potrebbe essere altrimenti. E' solo insegnando con passione a degli allievi appassionati che si può continuare a crescere. E' solo ricercando insieme l'eccellenza che ci si può avvicinare ad essa. Il nostro non è un Cammino che si può percorrere da soli, è più simile ad una cordata di montagna, chi è avanti e traccia il sentiero è legato e sostenuto da tutti gli altri e nessuno rimane indietro, un passo di uno è un passo di tutti e, in fondo, non c'è nessuna vetta da raggiungere perché il traguardo è già tutto nel comune sforzo appassionato e nella condivisione di un paesaggio unico e meraviglioso.
Ho confidato al mio Maestro questa sera, mentre stringevo la sua mano tra le mie, che solo dalle sue mani avrei potuto ricevere questo dono e quando mi ha comunicato il suo invito a sostenere la prova, pur sapendo di essere ben lungi dal meritare pienamente un tale riconoscimento, non ho potuto fare a meno di accettare. E che il dono più grande è stato vederlo di nuovo con noi nel Dōjō con la sua inarrivabile forza e praticare ancora sotto il suo sguardo severo e amorevole. Infine ringrazio la mia famiglia, Olga, Josien, Daniel, Elise e la piccola Sasha che già mi ha voluto accompagnare in questo viaggio e mi ha fatto sentire la sua presenza. Il loro sostegno e la loro forza nel tempo e nelle difficoltà mi hanno permesso di percorrere serenamente il Cammino al quale sono stato chiamato e al quale ho dedicato la mia vita. Grazie a tutti dal più profondo del cuore.



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domenica 6 novembre 2016

La Vera Trasmissione di una Tradizione


La Vera Trasmissione di una Tradizione


A fine Gennaio su invito del Capo Istruttore Mondiale IOGKF, Tetsuji Nakamura Sensei, si riuniranno per una settimana di pratica all'Honbu Dojo di Okinawa gli allievi di Higaonna Sensei dal 7° dan in su, ovvero i Capo Istruttori che rappresentano la IOGKF nelle varie nazioni e i Senior Instructors.
Questo raduno è stato istituito due anni fa quando Nakamura Sensei fu nominato da Higaonna Sensei Capo Istruttore mondiale.
Nakamura Sensei, Sensei Henrik Larsen e Sensei Ernie Molineux, nominati a loro volta Vice Capo Istruttori mondiali, si riunirono una prima volta all'Honbu Dojo per confrontarsi in dettaglio sulla loro personale esperienza di insegnanti e come allievi di Higaonna Sensei in modo da rendere perfettamente uniforme il loro insegnamento (e parliamo di Maestri che da una vita già si allenano insieme sotto la guida di Higaonna Sensei).

Fu un'esperienza illuminante e fruttuosissima che decisero di condividere ogni anno con tutti gli allievi 'anziani' di Higaonna Sensei, creando un 'laboratorio' di eccellenze che si confrontano e perfezionano.

Nelle parole di Nakamura Sensei con particolare riguardo al Kata (tratte dalla lettera d'invito pervenutami):
"Kata is the essence of our style. I believe that it is very important now that we share the same detailed information of the kata among all senior instructors so that we can carry this culture for the future generation without changing kata, the essence of the art. "
trad.: " Il Kata è l'essenza del nostro stile. Io credo che sia molto importante in questo momento che ognuno di noi condivida le stesse, dettagliate informazioni riguardo ogni kata con gli altri Senior Instructors così da favorire la corretta trasmissione di questa cultura alle future generazioni senza che i kata, l'essenza dell'Arte, subiscano modifiche."

C'è da sottolineare che la IOGKF, in confronto ad altre scuole di Goju-Ryu e con ogni probabilità anche di altri stili, già presenta un livello tecnico altissimo e un'uniformità e coerenza di programma e di esecuzione tecnica, in particolar modo riguardo al Kata, essenza dell'arte come sottolineato da Nakamura Sensei.
Qualità e uniformità che sono state coltivate in decenni di intensi Gasshuku che riuniscono centinaia di praticanti sotto la guida di Higaonna Sensei e dei suoi migliori Insegnanti.
Nonostante questo la serietà della Scuola e la grande onestà dei suoi rappresentanti più eccellenti non si accontenta e pretende che questa trasmissione sia ineccepibile.
La posta in gioco, la corretta trasmissione dell'Arte, è troppo preziosa per accontentarsi di un risultato mediocre.

Per la mia conoscenza quest'impostazione responsabile e rigorosa della IOGKF è davvero rara se non unica nel panorama mondiale del Karate tradizionale.

In genere, anche nelle scuole più conosciute guidate da famosi maestri gli insegnanti più seri, nella migliore delle ipotesi, si allenano personalmente con il caposcuola con poche occasioni di confronto con altri insegnanti allievi dello stesso Maestro e per lo più i raduni tecnici tra i membri della scuola nascono sulla scia dell'organizzazione di gare (niente di più lontano dalla trasmissione di un'arte marziale). Così quando i vari rappresentanti del Maestro in questione si incontrano tra di loro per praticare scoprono che ognuno fa una cosa diversa.
Come si può trasmettere un'Arte in tal modo?
Come si può parlare di Scuola ?

Per non parlare poi di quelli che dopo aver seguito un maestro, quando va bene, per qualche anno, pensano di aver capito tutto e liquidato il maestro (che è sempre scomodo da seguire perchè ci corregge e continua ad insegnarci...) e gli altri insegnanti con cui confrontarsi (meglio cantarsela e suonarsela da soli), continuano ad insegnare una roba distorta e personalizzata ad allievi che non hanno voglia di implicarsi in uno studio serio in una scuola seria.

O quelli che si autodefiniscono 'ricercatori' che, senza mai studiare seriamente sotto la guida di un maestro, si sono affacciati qua e là in qualche dojo (anche ad Okinawa) e si proclamano detentori della tradizione.

Queste, insieme alla degenerazione agonistica del Karate, sono le cause primarie della drammatica perdita del prezioso patrimonio culturale del Karate antico, a cui è legata indissolubilmente anche la sua efficacia formativa, terapeutica e marziale.

Sono dunque estremamente orgoglioso ed onorato di far parte di questa nobile congrega di sinceri ed autentici artisti marziali e sono certo che quel che potrà preservare e trasmettere il prezioso tesoro che ci è stato tramandato sarà solo la nostra rigorosa e sincera pratica e insegnamento nei Dojo che ha formato e formerà altrettanto sinceri e preparati insegnanti.

Non ci sono altre vie.


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