lunedì 14 settembre 2015

Il punto e il cerchio

Riceviamo e pubblichiamo il terzo contributo sull'argomento Forma e Sostanza del Maestro di Spada Giapponese Enrico Salvi.

A breve completamento della “trilogia”, torniamo sull’argomento “la Forma è Sostanza” (già trattato il 19 febbraio e il 4 maggio) notando subito la facilità con cui possiamo considerare il Punto come Sostanza ed il Cerchio come Forma. E difatti, come non possiamo né concepire né tracciare il Cerchio senza riferimento al Punto, così non possiamo ammettere la Forma senza riferimento alla Sostanza. Ora, mentre nella figura disegnata il Punto e il Cerchio risultano statici, riguardo alla Persona essi sono dinamici: muovendosi in lungo e in largo, salendo e scendendo, la Persona muove la propria Forma sostenuta passo per passo dalla Sostanza, che nel contempo gli è propria ma non soltanto propria essendo la medesima per tutte le Persone (tutte le Forme), ciò che la figura qui sotto illustra con chiarezza: il solo, medesimo Punto, la medesima Sostanza, in tre Cerchi, in tre diverse Forme o Persone, tenendo presente che il Punto, la Sostanza, cioè l’Essere, possiede un’identità invariabile in ogni tempo e spazio: la Sostanza È, e con la sua invariabilità partecipa di Sé ogni Persona come il Punto partecipa di Sé ogni Cerchio e come la Sostanza partecipa di Sé ogni Forma. Il tutto, notando anche come il medesimo Punto sia presente anche al centro del disegno, ove i tre Cerchi, intersecandosi, si trovano in contatto unitivo. Ovvero: il Punto, la Sostanza, l’Essere, partecipa di Sé ogni Persona, ogni Forma, come anche la relazione fra le Persone, fra le Forme,
ciò riconducendoci a quanto osservato in precedenza a proposito dell’Asse Zenit/Nadir, unico Asse del Mondo, unica Sostanza, unico Essere di cui ogni Persona fruisce ovunque si trovi sulla faccia della terra. Il Punto nel Cerchio, infatti, visto perpendicolarmente dall’“alto” o dal “basso” corrisponde all’Asse del Mondo, “forza attrattiva” onnipresente attorno a cui ruotano le Forme, le Persone.
È da notare che il Punto, seppur minimamente, occupa uno spazio soltanto per un’esigenza di visualizzazione, ma in realtà Esso, cioè la Sostanza, l’Essere, il Puro Spirito, l’Invisibile, trascendendo lo spazio esige la più adeguata (non) rappresentazione attraverso la visibilità della sola Forma: Il Punto c’è ma non si vede! Ma è proprio la sua invisibilità che permette e giustifica il visibile.
Trascendendo lo spazio, il Punto, cioè la Sostanza, trascende anche il tempo, e proprio per questo è anche immanente al tempo: i tre Cerchi sopra (ma potrebbero essere indefinitamente di più) indicano un ciclo temporale la cui caratteristica è il riproporsi: al giorno segue il giorno, al mese segue il mese, all’anno segue l’anno e così via. Qualunque sia la durata del ciclo, essa non può prescindere dal Punto a-temporale e onni-temporale, dalla Sostanza inesauribile e perciò sostenente tutte le Forme, dall’Essere che pervade ogni esistere in ogni tempo e in ogni spazio, dall’Invisibile che permette e giustifica ogni visibile, ciò risultando d’importanza basilare nella relazione a due, cioè di uno con uno, che a rigore è l’unica davvero possibile, dato che di volta in volta si può davvero comunicare soltanto da uno a uno, ciò potendosi verificare, notiamo di passaggio, anche quando uno si rivolge a molti, o, meglio, a uno dei molti, dato che “molti” è un’entità astratta priva di occhi, orecchie e cervello propri, ciò costituendo la caratteristica della massa, che così risulta fisiologicamente impossibilitata alla comunicazione.
Quindi, relazione di uno con uno (A con B, A con C, B con C) nella quale il senso risiede nell’unico e medesimo Punto, cioè nell’unica e medesima Sostanza, cioè nell’Essere, tale senso esprimendosi nella mandorla, che, come mostra la figura che segue, “racchiude” e “conserva” la relazione proprio in quanto essa fruisce dell’unico Punto trascendente ed immanente e che per la sua onni-presenza appare “sdoppiato” nei due Cerchi, cioè nelle due Persone: relazione di uno con uno mediante Uno, cioè mediante il Punto; relazione di Forma con Forma mediante la  Sostanza.
Detto altrimenti, un’autentica, armonica relazione tra Forme si nutre dell’unica Sostanza e, vale la pena di notare, è quasi certamente l’inconsapevolezza di ciò a rendere il mondo delle Forme, delle Persone, preda della disintegrazione, del caos e della violenza, che prendono avvio e si propagano da ogni relazione di uno con uno inconsapevole dell’Uno, dell’unica Sostanza, dell’unico Essere – insomma dell’unico Dio – che la regge e le da senso proprio in quanto la trascende. C’è da chiederselo: sarà mai sarà possibile un’integrazione, un cosmos, una pace che non prenda avvio dalla relazione di uno con uno mediante l’Uno, cioè consapevole della Sostanza Trascendente che, appunto, la integra e la armonizza nella pace?

Questa tsuba (elsa) di spada giapponese evidenzia chiaramente la relazione di uno con uno ruotante intorno al foro centrale, cioè intorno al Punto attraverso cui passa il codolo della lama, cioè la “forza attrattiva” o Asse del mondo o Sostanza. Il motivo del sukashi (figura traforata) è il tomoe, che somiglia a una virgola ma anche al Magatama (Gioiello imperiale nipponico) a forma di embrione. Lampante risulta la complementarietà dei due tomoe-embrioni che danzano armonicamente (possiamo dire cercandosi!), attorno al foro centrale, cioè al Punto, all’Uno, alla Sostanza, all’Essere: relazione di uno con uno mediante l’Uno (l’Embrione Originario Sempiterno) nell’Armonica interazione (Musubi). Ovvero, pitagoricamente, secondo la qualità del numero, uno (il padre) + due (la madre) = tre (il figlio che è uno).
Ma ora è bene chiudere il Cerchio dimenticando tutte queste chiacchiere ed assumendo la teandrica postura seduta. Verticali, immobili, urano-geometrici, piramidali, solvendo e coagulando, con accanto la Spada del Grande Silenzio, ove finalmente tutte le teologie, le filosofie, le metafisiche, le gnosi, le alchimie e le ideologie tolgono il disturbo, lasciamo che in noi l’Embrione Originario Sempiterno della Sostanza cresca ed assuma la nostra Forma: homoiosis theo, assimilazione al Divino, alla Sostanza, all’Essere, al Logos «per quem omnia facta sunt».

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martedì 8 settembre 2015

Appunti di un viaggio

Pubblichiamo un breve passaggio tratto dal libro curato da Alessandro Romagnoli (cintura nera secondo dan IOGKF) "Priscae Matri – Appunti di un viaggio". Si tratta di un libro di memorie che segue la vita di Ezio, il papà di Alessandro, dall’infanzia povera e felice immersa nella provincia italiana del dopoguerra, al trasloco a Roma negli anni della ricostruzione e del boom economico. Qui riportiamo un momento di passaggio, il trasferimento dal paese alla città vissuto con gli occhi spaesati di un tredicenne. Ogni trasloco, ogni cambiamento che affrontiamo ci riguarda e ci interroga in prima persona, così negli occhi sperduti di Ezio ritroviamo la nostra stessa malinconia, e la paura mista alla speranza e alla voglia di vivere. Per ben due volte nel brano il piccolo si addormenta, lasciandosi andare agli eventi. Nelle pagine che seguono altre avventure inaspettate attenderanno Ezio, che nella grande metropoli metterà radici e famiglia.

Seduto sulla soglia di casa, aspettavo. Mia sorella raccoglieva i nostri panni nell’unica valigia che avremmo portato con noi. Poggiai la schiena contro l’anta chiusa della porta e rivolsi lo sguardo verso il cielo limpido del mattino. Il sole di luglio scivolò lentamente sulla mia faccia. Chiusi gli occhi e lasciai che il calore occupasse tutto il resto del corpo e con lentezza il torpore si fece quasi sonno. Ripensai a quegli ultimi giorni trascorsi da soli, mia sorella ed io. La partenza di mamma e papà aveva lasciato un sapore amaro, intriso di solitudine. La sera, per cena, mangiavamo malinconia nell’attesa del ricongiungimento.
L’anno scolastico era terminato già da qualche settimana e nessuno ancora mi aveva detto dove avrei frequentato l’ultimo anno del corso. Tutto stava cambiando rapidamente, con decisioni prese in fretta e poco altro da dire. Un capitolo del nostro libro lo stavamo lasciando lì, in un cantuccio della piana di Santa Scolastica ed io avevo come la sensazione che stessimo dimenticando qualche cosa d’importante.
D’improvviso, poi, il fragore di un camioncino irruppe tra i vicoli, nel gruppo di case poco più sotto, spezzettando i miei pensieri. Il rumore si fece incombente, si accompagnò con dei colpi di clacson. Dischiusi gli occhi, mi alzai e scrollai di dosso il sonno e le fantasie che lo accompagnavano. Un istante dopo, quel camioncino mi si parò davanti con una frenata secca.
- Allora giovino’, pronto per il trasloco? -, gridò mio fratello Roberto, sporgendosi dal finestrino con un largo sorriso.
“Non mi pare un trasloco, ma una fuga”, pensai, ma non dissi nulla e mi precipitai a salutarlo. Roberto mi abbracciò. Poi, trattenendomi, si voltò verso il conducente del camioncino e disse: - Angelo, ‘sto regazzetto è mi’ fratello Ezio. Che te ne pare?
Tornò di nuovo con lo sguardo verso di me: - Ammazza’, te sei fatto ‘n’omo! – sentenziò.
Fece una breve pausa di riflessione, poi continuò: - Aspetta un po’… stamo nel 1955, tu sei del 1942, dunque…aho! C’hai tredici anni.
Non aggiunsi altro, guardavo Angelo lasciare il posto di guida, chiudere lo sportello con uno schiaffo e venirmi incontro. Mi strinse la mano, presentandosi: era un amico di mio fratello venuto per dare un aiuto, mi disse. Il camioncino con cassone telato, un po’ malridotto a dire il vero, era suo. Nel frattempo, Giuliana si era affacciata sulla porta di casa e chiamava Roberto, lui si voltò e gli fece un cenno di saluto. Entrammo in casa, che in tutto erano due stanze, bagno e cucinetta. Angelo e Roberto si diedero una rinfrescata e bevvero dell’acqua. Il primo mostrava d’aver fretta di iniziare, disse che intendeva ripartire nel pomeriggio per essere presto a Roma.
Facemmo un breve sopralluogo nelle stanze, elencando a voce le cose da portare via. Ai due, precisai i mobili che la mamma, prima di partire per Roma, si era raccomandata di portar via assolutamente. Tutti d’accordo, iniziammo a caricare la masserizia sul camioncino: mia sorella ed io raccoglievamo le cose più leggere, mentre Roberto e Angelo si occupavano della mobilia. L’amico di mio fratello, però, dimostrò subito di non essere un mostro di forza. O forse aveva troppa fretta di lasciare quel luogo. Sta di fatto che quando provava a sollevare qualcosa di un po’ pesante, si fermava e diceva:
- Robbe’ ma questo che lo portate a fa’? A Roma co’ du’ sòrdi, ve ne comprate uno nòvo! -
Questa scenetta si replicò più volte, finché, lui e Roberto caricarono in pratica solo le cose più leggere e meno ingombranti, seppure, alle tre del pomeriggio, il cassone del camioncino fosse riempito. Facemmo una pausa per darci una rinfrescata, quindi, salimmo a bordo: Angelo alla guida, Roberto e Giuliana in cabina. Sul cassone, tra la mobilia accatastata e la sponda, si trovò pure un posticino per me. Poi Angelo avviò il motore e partimmo.
In questo modo sbrigativo lasciavo, dunque, i miei monti e il mio paese, mentre mi chiedevo quando, e se, sarei tornato. Non riuscii a portare neanche un saluto ai miei amici d’infanzia, né un abbraccio ai pochi parenti rimasti. Accovacciato contro la sponda del camioncino, stretto nel mio posto, vedevo strade e case allontanarsi, farsi sempre più piccole. Ogni singola cosa scivolava via dal mio sguardo, lasciando un esile velo sugli occhi. Mi sforzavo di non perdere nulla alla vista. Neanche la più piccola tessera del mosaico che dietro di noi andava rompendosi. Soffocai un ultimo addio nel mio petto, intanto che la strada si scioglieva in curve che mi sbattevano qua e là. Stremato, lasciai cadere la testa all’indietro e mi addormentai.








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mercoledì 2 settembre 2015

Il vero spirito del karate - True karate spirit (ITA / ENG)


Pubblichiamo uno scritto tratto da un seminario tenuto nel novembre del 1981 a Barnwell (USA) che ben riassume la filosofia di Sensei Oyata sul vero spirito del karate. (Da “The true spirit of karate” liberamente tradotto da Marcello Ros. Si ringrazia il sig. Lee Osbourne).
Sensei Oyata è stato il fondatore dello stile Ryu-te, stile che rifacendosi all'eredità del karate tradizionale di Okinawa enfatizzava l'uso di efficaci tecniche di autodifesa (attraverso leve articolari e colpi ai punti vitali dell'avversario) e si proponeva come via per il miglioramento fisico e morale dei praticanti. Sensei Oyata è morto nel 2012.

"Non raggiungerai mai il successo finché non avrai un atteggiamento corretto nello studio del Karate: Quando alleni una tecnica, allenala con tutto il tuo "KI"(1), quando porti un pugno, mettici tutto te stesso in quel pugno. Metti tutto te stesso in ogni tecnica, devi diventare un tutt'uno con te stesso.
Quando entri in un dojo o in un luogo di allenamento, svuota la mente, non pensare a quello che ti è successo durante la giornata, o a quello che farai una volta uscito di lì, quando entri in un dojo è per un solo motivo, per perfezionare la tua tecnica; se entri con l'atteggiamento sbagliato, allora il tuo allenamento sarà inutile.
Usa i kata per migliorare la tua tecnica: prima di fare un buon kata, devi sapere come fare tsuki e keri (2). Lo stesso vale per un kata con le armi, impara a conoscere l'arma che stai usando. Alcuni kata diventano molto difficili, se non vengono eseguiti correttamente, e la tua tecnica sarà sbagliata. Se non saprai usare le tue mani, piedi e prese efficientemente, ti farai male.
Non eseguire il kata una volta, due volte, o anche cento, eseguilo mille volte. Ogni volta che ripeti un kata, esso lascia un segno nella tua mente. Devi continuare ad eseguire kata su kata, fin quando non li sai fare anche dormendo, e sarà come un sogno. Esegui i kata al pieno delle sue potenzialità: ogni singolo elemento o movimento del kata
avrà un significato diverso ogni volta che lo esegui. Il tuo corpo deve diventare vigile di ciò che fai. Devi essere cosciente di cosa farà il tuo pugno o piede prima che esso si muova. Rendi "autonome" le tue mani e i tuoi piedi, come se avessero un cervello proprio, fai diventare i tuoi movimenti dei riflessi condizionati, non pensare a cosa vuoi fare, dovresti essere in grado di chiudere gli occhi e percepire il tuo tsuki o keri semplicemente "sentendo" le tue mani o i tuoi piedi. Tutto ciò si raggiunge solo attraverso una pratica assidua.
Quando esegui un kata, è molto importante farlo nello stesso modo in cui è stato creato (e insegnato dal tuo sensei): se il kata indica di fare chudan tsuki e tu lo fai gedan, stai distruggendo il significato del kata, Eseguendolo in questo modo, la tua tecnica non sarà mai perfetta, i kata sono stati trasmessi per generazioni e coloro che lo eseguono correttamente sono tecnicamente validi.
La pratica di un kata rende veloci le reazioni, percepisci il movimento prima che si manifesti, durante la pratica del kata i tuoi riflessi e le tue reazioni diventeranno come una lama affilata. Se ripeti un kata per 1000 volte e le prime 500 lentamente, i movimenti verranno impressi nel tuo cervello, e ti avvicinerai molto alla perfezione. Quando dovrai usare la tecnica di un kata, essa sarà già nella tua mente e nei tuoi pugni, la eseguirai automaticamente. Tutto il karate si basa sulla perfezione della tecnica.
Dovresti studiare e praticare un kata per 10 anni, tutti i giorni (3), per perfezionarlo e comprenderlo totalmente, non c'è nessuno al giorno d'oggi che abbia voglia di farlo. Se per ogni kata che studi ci vogliono 10 anni per perfezionarlo, per 12 kata ci vorranno 120 anni. Scegli un kata importante e rendilo il tuo "kata speciale", anche se pratichi maggiormente di più quello, non trascurare gli altri, studia e impara anche quello stanno facendo gli altri.
Ovunque, persino a Okinawa e in Cina ci sono persone che non comprendono i kata. Ci sono tre tipi di persone nel mondo del karate:
1. Quelli che strillano e praticano poco i kata
2. Quelli che sanno fare i kata ma non li comprendono.
3. Quelli che fanno i kata, li comprendono e sanno anche usarli.
Quando capita qualcosa di improvviso, il primo senso che ti permette di valutare la situazione è la vista: se i tuoi occhi sono abituati a reagire ad un attacco, allora anche la tua mente lo sarà altrettanto, allena i tuoi occhi e la tua mente ancora prima del corpo. Libera la mente prima di ogni pratica.
Chi pratica spada, sa bene che c'è un momento per usarla ed un momento per non usarla. Il karate in Okinawa e in Cina veniva usato per sopravvivere, era reale, oggi con lo sport è differente, se conosci una tecnica reale e non sportiva devi stare attento, usala solo in situazioni di reale pericolo per la tua vita. Il karate non è qualcosa che devi mostrare a chiunque incontri per strada, se possiedi una spada da un milione di dollari in grado di tagliare qualsiasi cosa, e la mostri a tutti, tutti sapranno che possiedi quella spada, essa a quel punto non rappresenterà più un vantaggio.
Le tecniche che conosci o impari sono le tecniche di base, devi renderle tue: le situazioni in cui ti imbatterai non saranno mai le stesse che capiteranno ad altri, migliora le tecniche che ti vengono mostrate e rendile tue. Nessuno dimentica le proprie tecniche.
Se il tuo volto mostra emozioni e il tuo cuore è agitato, non stai usando la testa: quando qualcuno ti attacca verbalmente devi usare la testa, non mostrare le tue emozioni; rispondi con calma "Ah, interessante." Conserva il tuo spirito nelle tue braccia e nei tuoi pugni, quando si muoverà, allora sarai pronto, la tua espressione facciale non dirà nulla, saranno la tua mente e il tuo spirito a fare tutto il lavoro per te.
In Okinawa e in Cina quando chiedi a qualcuno se conosce il Karate, e costui ti risponde "un pochino", prestagli molta attenzione e rispetto, c'è sempre da imparare, sii sempre umile; sono sempre le persone che dicono "Io so tutto" a soccombere quando incontrano quelle che dicono "Io ne so poco"
Non c'è bisogno di favella per essere un karateka. Non devi vantarti del fatto che tu sai fare cose che gli altri non sanno fare, non vantarti apertamente del fatto che il tuo stile è il migliore di tutti. Anche se ci sono tanti stili diversi, facciamo tutti karate.
Pensa prima di usare il karate: il karate è difesa, non attacco. Stai coltivando il tuo spirito da solo: non andare in giro vantandoti di fare karate, se fai karate devi solo essere saggio e riconoscente per l'educazione che ti hanno impartito i tuoi maestri.
Per comprendere gli altri devi prima comprendere te stesso: per continuare il tuo studio del karate, devi studiare te stesso e il corpo umano. Scopri dove sono i tuoi punti deboli e forti, il karate si basa sulla forza e sulla debolezza del corpo umano, studia le tecniche e studia i punti del corpo che causano dolore. Conosci te stesso prima di tentare di conoscere gli altri.
Quando avrai la conoscenza del karate, non accontentarti e non camminare a testa alta, perché avrai ancora molto da imparare. Lascia che sia sempre la conoscenza a guidarti e avrai sempre un atteggiamento umile e rispettoso verso gli altri. Ci sarà sempre qualcuno più forte di te."

(1)- E' stata intenzionalmente omessa la traduzione di Ki in quanto si considera un concetto intraducibile.
(2) - In alcuni punti si è preferito tradurre il termine inglese “fist” e ”kick” come “tsuki” e keri” dato che soprattutto il termine “pugno” non sembrava attinente alla tecnica citata
(3) - è stato aggiunto “ogni giorno” in quanto a Okinawa si da per scontato che la pratica del karate sia quotidiana mentre lo è raramente nella pratica occidentale.


ENGLISH VERSION

True Karate Spirit
Seminar Barnwell, SC, November 1981  by Taika Seiyu Oyata



“If you do not have the correct attitude to study karate, you will never achieve success. When you do a technique, do it to the fullest of your “KI” (your spiritual self). When you punch, put your entire self into your fists. Put yourself into each technique. You must become one with yourself.

When entering the dojo or any training area, clear your mind. Do not think of what happened during the day or what you are going to do when you leave. You are coming to the dojo for one purpose, to perfect your technique. If you enter with the wrong attitude, then your training will be useless.

Use kata to improve your technique. Before you can do a good kata, you must know how to punch and kick. The same applies to weapons kata, know the weapon that you are using. Some kata are very difficult and if not done correctly, your technique will be wrong. If you can’t use your hands, feet and grabs proficiently, you will get hurt.
Do not practice kata once, twice or even one hundred times, do it one thousand times. Each time you repeat a kata, it makes an imprint on your mind. You should continue ti practice kata over and over, until you can do it in your sleep and it is like a dream. Practice kata to its fullest potential.
Every component or every move in the kata will have a different meaning to you each time you do it. Your body must become aware of what you are doing. Know what your fist or foot is going to do before it does. Personify your feet and hands, almost as if they have a brain. Make your moves an automatic reflex. Do not think about what you are going to do. You should be able to close your eyes and see the punch or kick coming by the feel of your hands or feet. This comes only with extensive practice.
When you practice a kata, it is very important to do it exactly as it is written (how it has been handed down). If the kata calls for a punch to the midsection and you throw it several inches off, you are defeating the meaning of the kata. Practicing this way, your techniques will not be perfect. Kata have been handed down for thousands of years and the ones who do them correctly are the true technicians.
The practice of kata enables one to react quickly, to detect a movement before it happens. In practicing the kata, your reflexes and your reactions will become razor sharp. If you do a kata one thousand times and do the first 500 slow, the movement is imprinted on your brain and the closer you’ll come to doing it perfectly. When you have to use a technique from the kata, it will already be in your mind and in your fists. You will do it automatically. Perfection of technique is what karate is all about.
You should study and practice a kata for 10 years to perfect and totally understand it. There isn’t anyone around today who is willing to do this. For every kata that you study, it will take 10 years to perfect. If you study 12 kata, then it will take 120 years to perfect them all. Keep one main kata as your “special kata”. Although you practice one kata constantly, do the others also. Study and know what everyone else is doing.
Some people say that kata has no meaning, this is not true. There are many hidden meanings in kata. Most people do not understand kata or their hidden meanings. Kata made for show has no true meaning. Not everyone can do kata and understand the true meaning. Watching a made up kata is like watching someone eat. This was done thousands of years ago and there are not many ways of changing or doing it differently. What you are doing now has already been done.
Everywhere, even in Okinawa and China, there are people who do not understand kata. There are three types of people in karate:
1- Those who can talk loud and do little kata.
2- Those that can do kata but do not understand it.
3- Those who can do kata, understand what they do and can use it.
When a situation occurs, the first thing you use to recognize the situation is your eyes. If your eyes are used to reacting to an attack, then your mind can react. Train your eyes and mind before you train your body. Clear your mind before you engage in practice.
Like using a sword, there is a time to use it and a time not to use it. Karate in Okinawa and China was used to protect one’s life, it was for real. Today with sport karate there is a difference. If you have a technique that is real and not sport, be careful. Use it only when it is a matter of life and death. Karate is not something that you go around showing everyone. If you have a million dollar sword that will cut anything and you go around showing off, then everyone will know about your sword. The sword is then no longer an advantage.
The techniques you know or learning are basic techniques. You must make these your own. The situations that you come up against will not be the same situations that everyone else comes against. Perfect the techniques that you are shown and make these your own. No one forgets his own techniques.
If you display emotions on your face and your heart is on fire, then you are not using your mind. When someone attacks you with verbal harassment, use your mind and don’t display your emotions on your face. Calmly say, “Oh, is that so.” Keep your spirit in your arms and fists. When he makes his move, then you are ready. It is not your facial expression that is saying anything, it is your mind and spirit working for you.
In Okinawa and China, if you ask if they know karate and they answer, “I only know a little”, be careful of this person. You are always learning and should remain humble. It is people who say, “I know everything”, that get hurt when they confront the person who says, “I know a little”.
You do not need a mouth to be a karate-ka. You do not have to brag about what you can do and what someone else can not do. Do not brag that your style is better than everyone else’s. Even though there are many different styles, we are all still karate-ka.
Think before you use karate. Karate is defensive, not offensive. You are developing your spirit for yourself. Do not go around bragging that you know karate. If you know karate, then you should be enlightened and grateful for the education given to you by your teachers.
To understand others, you must first understand yourself. To continue your study of karate, you must study yourself and the human body. Find out where your weakness are and where your strong points are. Karate is based on strength and weakness of the human body. Study the techniques and study the points of the body that can hurt. Know yourself before you try to know others.
When you obtain the knowledge of karate, do not let it go to the back of your head and force your nose up, there is always more for you to learn. Let the knowledge that you learn come to the front of your head so that you will always keep your head low with humility and respect. You nevere know who is better than you.”
 



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