lunedì 21 dicembre 2015

Quarta Settimana di Dicembre 2015

Buon Inizio di Settimana e Buon Natale


English version below

 “Inchinarsi è una pratica molto seria. Dovreste essere sempre pronti a inchinarvi, persino nell’ultimo attimo di vita. Anche se è impossibile sbarazzarci dei nostri desideri egocentrici, dobbiamo farlo.
La nostra vera natura lo esige.
Dopo lo zazen ci inchiniamo fino a terra nove volte. Inchinandoci abbandoniamo noi stessi. Abbandonare se stessi significa abbandonare le proprie idee dualistiche. Perciò non c’è alcuna differenza tra fare zazen e inchinarsi.
Quando dimenticate tutte le idee dualistiche, ogni cosa diventa il vostro maestro, e tutto può essere oggetto di venerazione.
Quando tutto questo esiste all’interno della vostra grande mente, ogni relazione dualistica scompare. Non c’è distinzione tra cielo e terra, uomo e donna, maestro e discepolo. Ora un uomo si inchina ad una donna, ora una donna si inchina ad un uomo. Ora il discepolo si inchina al maestro, ora il maestro si inchina al discepolo. Un maestro che non sa inchinarsi davanti al proprio discepolo, non sa inchinarsi davanti a Buddha. Talvolta maestro e discepolo si inchinano entrambi al Buddha.
Talvolta può darsi che ci inchiniamo davanti a gatti e cani.
Nella vostra grande mente ogni cosa possiede lo stesso valore. Ogni cosa è il Buddha stesso. Vedete o udite qualcosa: ecco, per voi ogni cosa proprio così com’è. Nella vostra pratica dovete accettare ogni cosa così come è, tributando a ciascuna cosa lo stesso rispetto tributato a un Buddha. Ecco, qui c’è la Buddhità. Allora Buddha si inchina a Buddha e voi vi inchinate a voi stessi. Ecco il vero-inchino.
Dovreste essere sempre pronti a inchinarvi, persino nell’ultimo atto di vita; quando non potete fare altro che inchinarvi, dovete farlo. Questo tipo di convincimento è necessario. Inchinatevi con questo spirito e tutti i precetti, tutti gli insegnamenti saranno vostri, e possederete ogni cosa all’interno della vostra grande mente."


Shunryu Suzuki Roshi
estratto da un Insegnamento e inserito nel testo:' Mente Zen Mente di Principiante'
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English Version

"Bowing is a very serious practice.
You should be prepared to bow, even in jour last moment. Even though it is impossible to get rid of our self-centered desires, we have to do it.
Our true nature wants us to.
After zazen we bow to the floor nine times. By bowing we are giving up ourselves. To give up ourselves means to give up our dualistic ideas. So there is no difference between zazen practice and bowing.
When you forget all your dualistic ideas, everything becomes your teacher, and everything can be the object of worship.
When everything exists within your big mind, all dualistic relationships drop away. There is no distinction between heaven and earth, man and woman, teacher and disciple.
Sometimes a man bows to a woman; sometimes a woman bows to a man. Sometimes the disciple bows to the master; sometimes the master bows to the disciple. A master who cannot bow to his disciple cannot bow to Buddha. Sometimes the master and disciple bow together to Buddha. Sometimes we may bow to cats and dogs.
In your big mind, everything has the same value. Everything is Buddha himself. You see something or hear a sound, and there you have everything just as it is. In your practice you should accept everything as it is, giving to each thing the same respect given to a Buddha. Here there is Buddhahood.
Then Buddha bows to Buddha, and you bow to yourself. This is the true bow.
You should be prepared to bow even in your last moment; when you cannot do anything except bow, you should do it. This kind of conviction is necessary.
Bow with this spirit and all the precepts, all the teachings are yours, and you will possess everything within your big mind."

Shunryu Suzuki Roshi
excerpt from a Teaching then inserted in the book: 'Zen mind Beginner Mind'



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Cara Maestra, Gentile Insegnante...

Ispido Café: Cara maestra, gentile insegnante...

mercoledì 18 novembre 2015

La pratica dell'educazione






Adesso tutti indignati per la rissa tra genitori durante la partita di calcio dei bambini… 
Ma queste cose accadono regolarmente da decenni nello sport competitivo. 
Ricordo che già quando partecipavo alle mie prime gare di karate, avevo più o meno 14 anni e non c'era molta scelta allora nel panorama del karate italiano, più volte ho visto accapigliarsi sugli spalti fratelli e genitori dei ragazzi che combattevano. 
Per non parlare dell'imbarbarimento che è seguito di lì a poco nel mondo del karate sportivo,in cui gli stessi 'insegnanti' fanno carte false per far vincere i propri allievi arrivando ad accapigliarsi con gli arbitri che non è stato possibile 'comprare' perché spesso già venduti ad altri… O gli atleti che mancano di ogni minimo rispetto per l'avversario, per l'arbitro, e delle loro scene di patetica eccitazione in caso di vittoria o di sconfitta chiaro segno di instabilità psicologica e di una eccitazione psicologicamente vicina alla patologia o alla tossicodipendenza.

Non c'è bisogno che si arrivi alla rissa per capire quanto lo sport competitivo, specie se gestito da gente immatura o interessata,porti a deformazioni e imbarbarimento. Basta guardare i genitori sugli spalti armati di cronometro a valutare il tempo delle prestazioni dei propri bambini impegnati in un allenamento in piscina oppure i parenti accalorati nelle gare di a ginnastica artistica e potrei andare avanti all'infinito… pura violenza innanzitutto nei confronti dei propri stessi figli. 

In Giappone una proposta educativa in termini competitivi è stata quella dello Shiai. Ovvero il confronto con l'altro per mettere alla prova i propri limiti 'grazie all'altro' e non, in definitiva, contro l'altro. Ci si può confrontare duramente, senza sconti, come spesso accade nel Dōjō, senza per questo essere contro l'altro, senza per questo che l'obiettivo diventi battere l'altro con ogni mezzo quanto invece confrontarsi con sé stessi, superare i propri limiti, le proprie paure, perfezionare le proprie capacità, testare la propria tecnica e strategia. 
Questo era il senso dell'Ippon nello Shiai, cercare l'efficacia totale del gesto, l'indiscutibile eccellenza, non certo l'accumulo, con ogni mezzo e trucco, di piccoli puntarelli per arrivare al risultato finale.
Ma questo approccio richiede una maturità da parte di praticanti, insegnanti e giudici difficilissima da trovare e mettere insieme. 
Se non si riesce a organizzare in modo maturo e consapevole meglio rinunciare alla competizione, avrebbe solo effetti deleteri.

Insomma, per concludere, quel che succede sugli spalti di una partita di calcio tra bambini non è altro che lo specchio della nostra civiltà, dell'imbarbarimento della nostra cultura ed educazione. Cause e soluzioni vanno ricercate e trovate nell'educazione scolastica (riguardo l'educazione nelle famiglie, nelle attuali famiglie, ho poca fiducia), che deve innanzitutto puntare a formare degli esseri umani dotati di senso civico e di capacità di collaborazione e non solo di capacità competitiva. E nei luoghi come i veri
Dōjō, dove si fa un'autentica educazione, unica nel suo genere. Ed è per questo che i responsabili delle varie scuole serie di arti marziali devono essere estremamente selettivi nella formazione degli insegnanti. Perché si tratta di un compito molto delicato che richiede maturità e grande capacità, perché non si tratta, per l'appunto, di formare un allenatore che faccia vincere ragazzi alle gare magari con trucchi e giochi di potere, ma di formare degli educatori. 
Il mio sogno è che il karate antico esca dal novero delle federazioni sportive, dei comitati olimpici, con cui non ha niente a che spartire, ma venga riconosciuto dal ministero dell'educazione, della cultura. E i suoi insegnanti riconosciuti come educatori e formatori, non come istruttori sportivi.




© Tora Kan Dōjō



lunedì 16 novembre 2015

L'Apocalisse dell'Occidente




Quando parlo di Apocalisse nel mio libro sull'ISIS mi riferisco anche all'Apocalisse dell'Occidente. Oggi pensavo al panico collettivo che si è scatenato in queste ore sull'Europa, grazie anche a giornalisti che comunicano il loro stesso panico anziché informare, approfondire. Ma di che cosa abbiamo paura precisamente? Di morire? Certo, ma non sappiamo più nemmeno perché: perché non abbiamo più solidi valori a sostenerci. Il cattolicesimo si è svuotato, è in contraddizione con se stesso e se ancora sopravvive è solo per la fede cieca dei credenti, il capitalismo che ci garantiva la certezza del benessere e della sicurezza, si sta definitivamente sgretolando. Che cosa ci resta di fronte all'Apocalisse? Il tremulo grido della massa ipocrita: "Restiamo uniti!" oppure "Il terrorismo non distruggerà il nostro stile di vita!" Abbiamo creato religioni di massa, mode di massa, valori di massa e adesso improvvisamente scopriamo che questi valori non sono in grado di sostenerci individualmente, non ci difendono dalla furia di chi vuole vederci tutti morti e a sua volta non ha paura di morire. Chi non ha più nulla da perdere e tutto da guadagnare morendo è sempre superiore a chi ha paura di morire. Io non temo questo. Se dovrà accadere morirò in pace battendomi fino all'ultimo. Devo questa serenità alla pratica di un'arte marziale che mi ha insegnato a combattere prima di tutto contro me stesso, oltre a restituirmi quell'educazione guerriera che la nostra civiltà ha perso definitivamente. Un tempo, infatti, le Lettere e le Arti si accompagnavano alla spada. Nessuno si augurava di dover usare la spada ma quella pratica era semplicemente considerata formativa al pari delle Lettere e delle Arti. Oggi le famiglie non sono più in grado di trasmettere alcun genere di valore ai figli e stiamo andando verso un'umanità imbelle, incapace di ragionare come pure di reagire alle crisi, di combattere. Ripeto, io non ho paura della morte, ma mi farebbe incazzare parecchio dover morire a causa delle scelte suicide di quella maggioranza schiacciante che nella nostra società è costituita da morti viventi.

Bruno Ballardini

venerdì 16 ottobre 2015

Il paradiso e l'inferno




Mi è capitato di entrare in una chiesa, di queste moderne, per un funerale. Di fronte a me, alla destra dell’altare, era impossibile non notare un dipinto fuori misura, che occupava un terzo dell’intera paretona in cemento. Ritraeva la vita e le opere del Santo cui la Chiesa è dedicata. Nonostante molti mostrassero apprezzamento per quest’opera, a me quei tratti non dicevano nulla. Inseriti in un contesto architettonico cemento e legno, non riuscivano proprio a regalarmi calore. Per niente aiutati in questo da due finestrone triangolari, dietro l’altare, che si aprivano su un panorama desolato. A completare il quadro d’insieme, per i restanti due terzi della grande parete posta dietro l’altare un enorme muro bianco, che conteneva il tabernacolo.
Questo bianco assoluto ha pian piano catturato la mia attenzione durante la funzione. Era un bianco con un grado di calore, uniforme, ben steso e lavorato. Ai miei occhi la capacità dell’artigiano che aveva saputo stenderlo così perfettamente sembrava nettamente superiore a quella dell’artista del dipinto. La vita del Santo, il mistero della santità perdevano nettamente nel confronto con l’abile lavoro dell’imbianchino.
Non so se vi è mai capitato di modificare qualche foto operando sulla regolazione della luminosità e del contrasto, o sull’intensità dei colori. Quell’enorme parete bianca stava diventando nella mia mente una stampa, o una visualizzazione, di una foto, portata al massimo grado di luminosità. Un nulla ripieno di luce. Uno sfondo, inteso come condizione di possibilità di qualsiasi tratteggio. Il luogo da dove nasce il segno. Facciamo un esperimento mentale. Pensate di giocare con qualche app o programma di ritocco fotografico e di portare piano piano alla luce un’immagine inizialmente bruciata dal bianco. Dallo schermo bianco emergerà gradualmente un segno, un ritratto, una composizione. Unica e differente da qualsiasi altra. Come dal silenzio nasce la musica. Dalla quiete il movimento. Nella musica l’insieme delle note armoniche o dissonanti, il ritmo del loro susseguirsi non è altro che un balletto, un contrappunto del suono con il silenzio. Così come i quadri i disegni, i segni, le fotografie non sono altro che un gioco di luci, colori, riflessi e oscurità. Riportare la raffigurazione di una vita al suo bianco originario è riportarla a casa, dove tutto è possibile.
Anche quando eseguiamo un kata, dall’insieme dei movimenti possibili stiamo scegliendo dei gesti efficaci, marziali, che la storia e la tradizione ci hanno tramandato; un insieme di gesti e movimenti codificati, selezionati e limati con cura che rappresentano l'essenza, l’espressione dello spirito del movimento marziale legato ad uno stile. Delle molte possibilità, l’una che abbiamo scelto, o che ci ha scelto.
Sensei Morio Higaonna
Non dimentichiamo che noi abbiamo la fortuna di attingere alla vita e allo studio di un uomo eccezionale,
il Maestro Morio Higaonna che ha fatto della sua passione una vita, Tesoro Nazionale Vivente (titolo concesso in Giappone volto a preservare come fossero monumenti persone portatrici di valori culturali intangibili). Dall’incontro del Maestro Paolo Taigō Spongia con la tradizione del karatedo di Okinawa così come è stato tramandato da Higaonna Sensei è nata quella scuola unica e bellissima che è la IOGKF Italia nei cui Dojo continuiamo a sudare e a praticare ogni giorno da trent’anni.
Ecco allora che anche l'opera che raffigura la vita e le opere del Santo acquisisce una sua dignità. Magari non artistica. Messa in relazione con lo sfondo bianco anche quella raffigurazione assume un valore suo proprio, che è proprio l'emergere dallo sfondo, il manifestarsi. Una vita come una foto, immortalata e compresa in un unico segno, un unico gesto.
La nostra vita è un progressivo aumentare del livello di contrasto. Vivendo ci definiamo sempre più marcatamente, creando un unico. L’errore sarebbe considerare la nostra specificità, il nostro essere individui e persone, come se fossimo eroi che si ergono contro il mondo dal quale e nel quale sono nati, mantenendosi in lotta con lo sfondo, acquisendo anzi senso solo dal contrapporsi della determinatezza contro le infinite possibilità. Certo ogni determinatezza è tale proprio in quanto si staglia su uno sfondo, in quanto si definisce attraverso l’identità a se stesso e la differenza dal resto. Ma essere consapevoli ed accettare il legame che esiste fra il segno e l’infinita totalità dei segni possibili, fra la manifestazione effettiva e la possibilità, ci permette invece di cogliere in pieno il senso del nostro danzare, suonare, dipingere, vivere.
Allora abbiamo una grande responsabilità. Partendo dal silenzio siamo noi a scegliere che musica o che rumore fare, quale foto scattare,  come impressionare i negativi, se ballare o eseguire dei gesti scomposti e sgraziati, quali rumori quali vite scellerate e sciatte vivere. La nostra vita è nelle nostre mani, scegliamo il bello o ci lasciamo andare allo spreco e alla sciatteria? Siamo sicuri che questa musica, la musica che ascoltiamo riempiendo il nostro tempo sia bella? Che ogni nostra distratta occupazione sia degna di imbottirci l’esistenza, o che non sia meglio piuttosto che ogni nostra seppur minima occupazione profumi del tutto al quale appartiene?
L’inferno o il paradiso sono questioni di gusto personale. Regolando il contrasto appare una vita, quella che viviamo e che ci meritiamo. 


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