martedì 22 novembre 2011

Un Quesito non da Poco


Riceviamo da Sensei Enrico Salvi, insegnante di Spada Giapponese presso l’Associazione Tai-A no Kai, il seguente articolo che volentieri pubblichiamo.


La domanda proposta è la seguente: l’uomo nasce perfetto o imperfetto? Se la risposta è: nasce perfetto, il discorso finisce qui, posto che anche il mondo che egli organizza è perfetto. Che altro si vorrebbe? Ma se, come i fatti mostrano, la risposta è: l’uomo nasce imperfetto, allora il discorso può proseguire. Di fatto, nascendo imperfetto, l’uomo organizza un mondo imperfetto, qui sorgendo la seconda domanda: può l’uomo perfezionarsi e di conseguenza organizzare un mondo perfetto? Anche qui, se la risposta è negativa il discorso si conclude, ma se, come la speranza (ma anche la prudenza) suggerisce, la risposta è affermativa, si può proseguire.

A tanto, occorre fissare bene il significato del termine “perfetto”, in latino PERFECTUS da PERFICERE finire, compire. Perfetto è quindi il finito, il compiuto, ciò che non ha alcun mancamento, intero, eccellente, alla pari dell’essere supremo che non ha difetti (www.etimo.it). Per valerci di un’immagine della Perfezione, cioè della compiutezza, dell’interezza,  possiamo pensare alla sfera.

Ora, se ammettiamo che l’uomo nasce imperfetto, quindi non compiuto, non ‘sferico’, non esente da mancamenti, e che è legittima la sua aspirazione a perfezionarsi, a realizzare la ‘sfericità’ – aspirazione sollecitata dall’ispirazione irradiante incontenibilmente dal Perfetto? - dobbiamo chiederci come ciò possa avvenire.
     La ragione e i fatti mostrano che l’imperfezione non può perfezionarsi da se medesima; se lo potesse, vorrebbe dire che possiede in sé il germe della Perfezione, e perciò  verrebbe da chiedere: come può dal germe della Perfezione essersi sviluppata l’imperfezione, che adesso, oltretutto vuol fare… marcia indietro? Ciò è davvero impossibile, perché altrimenti vorrebbe dire che il Perfetto, il compiuto, l’eccellente, l’intero, lo ‘sferico’, l’esente da difetti avrebbe in sé un difetto, ossia il germe dell’imperfezione, dell’incompiutezza, della mancanza, cosa altrettanto impossibile.

Siamo perciò costretti ad ammettere (ecco il passaggio che onestamente non possiamo eludere) che la Perfezione e l’imperfezione sono radicalmente diverse l’una dall’altra e perciò non hanno niente in comune, posto che tanto l’auto-imperfezionarsi del Perfetto quanto l’auto-perfezionarsi dell’imperfetto costituiscono un’impossibilità irriducibile. Il che non impedisce che, proprio grazie alla loro radicale diversità, tra Perfezione ed imperfezione possa stabilirsi un contatto, che vede l’imperfezione fungere da materia grezza su cui si esercita l’azione formativa-redimente della Perfezione. Essendo esclusa ovviamente, per i motivi già visti, l’eventualità inversa, cioè di un’azione efficace dell’imperfetto sul Perfetto.  

Ora, riferendoci all’imperfezione dell’uomo, ci si chiede come egli possa perfezionarsi, e, più precisamente, cos’è che può perfezionarlo, cos’è che può renderlo  ‘sferico’, intero, senza mancamenti. In altri termini, se ad esempio consideriamo l’imperfezione umana come una malattia che non può evidentemente auto-guarirsi, ci si chiede qual è il farmaco che guarisce, la cui natura, per quanto osservato poco più sopra, deve essere assolutamente altro rispetto alla malattia, cioè all’imperfezione della natura umana, ossia qualcosa che, essendo il Perfetto, può conferire la Perfezione a ciò che non la possiede: diciamo “conferire” nel senso che il Perfezionante, per i motivi sopra esposti, rimane in se stesso assolutamente altro dal perfezionato, il quale, da parte sua, non può diventare tale se non in virtù della partecipazione alla Perfezione. Un blocco di marmo non diventa una statua auto-scolpendosi bensì grazie all’azione dello scultore che gli conferisce – gli dona -  una forma, senza che per questo la statua e lo scultore vengano meno alla loro rispettiva identità, e senza che la statua cessi di essere una particolarità con la sua propria forma rispetto all’universalità dello scultore che può donare altre e diverse forme ad altri e diversi blocchi di marmo. Quindi, la statua è tale perché partecipa della forma donatale dallo scultore, che la redime dall’informità (e infermità?) del marmo, diciamo così “al naturale”. 


Possiamo anche concepire l’imperfezione come il buio e la Perfezione come la luce: anche in tal caso dobbiamo ammettere che il buio non può auto-illuminarsi (ossia auto-sparire) e che, si perdoni la tautologia, soltanto la luce può illuminare, agendo sul buio e dissipandolo.
    Oppure possiamo rappresentare l’imperfezione con l’ignoranza e la Perfezione con l’istruzione: ancora una volta, non è che l’ignoranza possa auto-istruirsi, bensì è necessaria l’istruzione che con la sua azione dissipi l’ignoranza.
    Tutti questi esempi ci mostrano che in ordine al suo perfezionarsi, l’uomo non può affidarsi esclusivamente all’auto-gestione, al “fai da te”, ad una sorta di bricolage col quale non potrebbe in nessun modo auto-procurarsi ciò che gli manca: il pugno chiuso che stringe il nulla deve aprirsi e diventare una mano aperta per ricevere qualcosa che è altro dalla mano.

Insomma, sembra proprio che alla faccenda debba riferirsi l’aforisma allopatico di ippocratesca memoria: “contraria contrariis curantur”, ossia il curare le malattie con i rimedi contrari. Di più, non escludendo dalla faccenda l’elemento della gradualità, per la quale la Perfezione, la guarigione, l’illuminazione, l’istruzione, l’apertura della mano, non si realizzano ipso facto bensì secondo un processo a cui, breve o lungo che sia, occorre il tempo che occorre: “gutta cavat lapidem”, la goccia scava la pietra, anche qui valendo quanto già osservato, e cioè: non è la pietra che si auto-scava, bensì è la goccia che agisce sulla pietra scavandola. Il tutto, s’intende, con la collaborazione dell’uomo, il quale, se vuole perfezionarsi deve accettare il Perfetto, se vuole guarire deve accettare la medicina, se vuol vedere dove mette i piedi deve accettare la luce, se vuole istruirsi deve accettare l’istruzione, se vuole ricevere deve aprire la mano, se vuole essere scavato deve accettare la goccia. Accettare. Quindi ricevere. Ricevere ciò che non si ha. Quindi ricevere un dono. Pertanto è da precisare che gli insegnamenti e le tecniche di cui l’uomo può fruire per perfezionarsi (ciò includendo le Arti marzial-minervali) sono i mezzi, cioè gli intermediari tra la Perfezione e l’imperfezione, necessari per realizzare le condizioni atte alla ricezione del dono. Quindi la Perfezione trascende infinitamente i mezzi per invocarla (chiamarla in sé), o, se si vuole, per lasciare che essa eserciti la sua azione formativa-redimente, dacché nell’imperfetto ha da trovarsi la disponibilità al perfezionamento, ossia la capacità, la capienza necessaria a ricevere il dono della Perfezione. 

Vale la pena di osservare che il Perfetto, cioè il compiuto, l’intero, lo ‘sferico’, il senza mancamenti, è perciò stesso definitivo, cioè risolutivo, non modificabile, laddove l’imperfetto è invece indefinito, non risolto, modificabile, ciò che rende la sua esistenza fittizia, perdurante – e quindi ‘reale’ -  sin tanto che l’azione del Perfetto non la dissipi con la sua presenza. Per questo possiamo affermare che la malattia non esiste di per sé bensì è una mancanza ‘reale’ di salute, e cosi via: il buio è mancanza ‘reale’ di luce, l’ignoranza è mancanza ‘reale’ di istruzione; l’informe è mancanza ‘reale’ di forma. Proprio così: fintantoché sussiste, il fittizio, l’imperfetto, è ‘reale’.

Possiamo arricchire la sequela degli esempi anche considerando la Perfezione come più  e l’imperfezione come meno, ove risulta chiaro che il meno non può impiùirsi da se medesimo colmando la propria indigenza, bensì necessita dell’intervento del più che gli doni della propria abbondanza. Come dire che come dal meno non può trarsi il più, cioè come dall’insufficienza non può trarsi la sufficienza, così, di nuovo, dall’imperfezione non può trarsi la Perfezione.

Riepilogando: è ragionevole affermare che: 1) la Perfezione e l’imperfezione sono due dimensioni radicalmente diverse; 2) l’imperfezione non può auto-perfezionarsi, allo stesso modo che la malattia non può-autoguarirsi, il buio auto-illuminarsi, l’ignoranza auto-istruirsi, la mano aperta auto-colmarsi, la pietra auto-scavarsi, la statua auto-scolpirsi, il meno auto-impiùirsi, l’insufficienza auto-sufficientizzarsi; 3) proprio in quanto totalmente altro dall’imperfezione, la Perfezione può agire sull’imperfezione e redimerla donandole del suo, senza che questo donare comporti un confondersi del donatore col donatario, ossia: il Perfezionante dona la perfezione all’imperfetto redimendolo dall’imperfezione senza che il perfezionato, partecipante della Perfezione, si identifichi col Perfezionante. Ovvero: il paziente guarito non si identifica con il farmaco, il buio non si identifica con la luce, l’istruito non si identifica con l’istruttore, la pietra non si identifica con la goccia, la mano aperta non si identifica con ciò che riceve, la statua non si identifica con lo scultore, il meno non si identifica col più, l’insufficienza non si identifica con la sufficienza.

Ritengo ora di dover concludere lasciando la risposta a chi vorrà cimentarsi  con l’interrogativo: se l’uomo nasce imperfetto, e se questa sua imperfezione egli non può redimerla da se stesso, cos’è e donde viene ciò che può renderlo perfetto?


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