martedì 23 novembre 2010

La Via che ci ricollega all'Universo


Un testo di Dario Doshin Girolami sulla pratica dello Zazen.

La statua di Kodo Sawaki Roshi sull'altare del Tora Kan Dojo

 La luce di una candela rischiara appena una stanza disadorna. Di fronte al muro siedono, perfettamente allineati, immobili, personaggi vestiti con abiti neri, ampi, panneggianti. Il sobrio e vigoroso silenzio viene interrotto soltanto da una profonda voce che, ogni tanto, con severa compassione richiama alla bellezza del momento presente.
Cosa stanno facendo queste persone? Niente - potrebbe essere la risposta - sono semplicemente sedute. Esse in verità stanno meditando, stanno praticando zazen.
Ora, il termine Zen, che sta a indicare una delle forme che il buddhismo ha preso in Giappone, vuol dire meditazione. Esso deriva dal termine cinese chan, che a sua volta deriva dalla parola sanscrita dhyana, usata in India per indicare appunto la pratica della meditazione.
A questo punto è bene ricordare una cosa: in Occidente con meditazione, o meditatio, di solito si intende lo scegliere un passo del Vangelo sul quale riflettere, pensare, per poter giungere a una maggiore e più profonda comprensione del messaggio del Cristo. All'alba dell'incontro con le dottrine orientali, gli studiosi occidentali hanno definito "meditazione" tutta quella serie di pratiche ascetico-concentrative caratteristiche delle filosofie orientali. Ma, in ambito buddhista, il termine sanscrito che indica tali pratiche in generale è bhavana: esso deriva dalla radice verbale bhu, che vuol dire "essere". Pertanto bhavana può essere tradotto come esserci, esserci di più, ora.
Dunque la pratica contemplativa buddhista non deve rimandare a una cogitazione continua, bensì a un essere totalmente calati nel momento presente. Si tratta in altre parole di essere completamente consapevoli di se stessi, del proprio corpo, dei propri pensieri, e di ciò che ci circonda.
Buddha, l'illuminato, è colui il quale è completamente sveglio, assolutamente calato nella irripetibile bellezza del momento presente, ed è proprio alla luce di tale fatto che nella tradizione Zen si arriva ad affermare che zazen è satori, e cioè che la pratica della meditazione è essa stessa l'illuminazione: in altre parole se essere illuminati vuol dire essere completamente calati nel momento presente, e se meditare vuol dire esserci totalmente, allora i due termini coincidono.
La tradizione Zen si chiama in tal modo proprio perché avendo compreso l'importanza della pratica seduta, su essa pone un forte accento. Ma come si fa a praticare zazen, o meglio la meditazione (zen) seduta (za)?
Innanzitutto occorre scegliere un posto dove sedersi che sia tranquillo, non troppo caldo nè troppo freddo, e poi indossare un abito ampio, comodo e possibilmente scuro. Scelto un cuscino consistente, occorre sedersi su di esso a gambe incrociate, per quaranta minuti circa, anche se all'inizio è possibile sedersi per un periodo minore.
La posizione da assumere è quella del loto completo: il piede destro che poggia sulla coscia sinistra e il piede sinistro che poggia sulla coscia destra. Tale posizione ha una valenza sia simbolica che pratica. Da un lato infatti simbolizza il loto, il fiore che, pur affondando le sue radici nella melma, si leva alto verso il cielo con i suoi petali arancioni, colore del sole nascente e della rinascita spirituale. Dall'altro invece la posizione del loto è estremamente pratica perché salda, stabile. Bisogna aver cura di sedersi in bordo al cuscino e di far toccare bene a terra le ginocchia. In tal modo si viene a formare un tripode che dona stabilità e vigore a tutta la postura e permette alla schiena di stare naturalmente dritta, senza grossi sforzi. E' possibile sedersi anche nella posizione del mezzo loto, con il piede destro sulla coscia sinistra o viceversa, cercando comunque di ricreare la stabilita di detto tripode.
La schiena deve essere mantenuta bene dritta, le mani toccano con il taglio interno l'addome e la sinistra poggia sulla destra. La misura della corretta sovrapposizione delle mani viene data dal dito medio sinistro, la cui falange centrale deve coincidere con la falange centrale del medio della mano destra. La punta dei pollici si sfiora a formare un perfetto ovale, che va mantenuto per tutta la durata della seduta. Questa posizione delle mani viene chiamata in giapponese hokkaijoin, o sigillo dell'Oceano del Dharma, ed è simbolo e indice della concentrazione: infatti se ci si assopisce i pollici si allentano e formano la cosiddetta "valle", se invece ci si accanisce in un turbinio di pensieri i pollici premono forte l'uno contro l'altro andando a formare un "monte". Inoltre è anche molto importante il movimento che si compie per assumere tale posizione. Le due mani partono da lati opposti e convergono verso il centro. Allo stesso modo la mente che di solito è dissipata, distratta in pensieri che la trascinano avanti e indietro, dovrebbe, all'inizio della seduta, ricentrarsi, focalizzarsi.
Le spalle devono essere rilassate e i gomiti distanziati dal corpo. Gli occhi, a differenza di altre scuole meditative, vengono tenuti aperti, e questo per il semplice motivo che il mantenere gli occhi chiusi, anche se all'inizio della seduta può risultare molto calmante, difatto poi induce sonnolenza. Di solito si chiudono gli occhi quando si vuole dormire, mentre quando si è svegli gli occhi sono aperti. Ora, se questa deve esser la pratica del Risveglio, è bene che il corpo assuma l'atteggiamento di una persona sveglia.
Il mento deve essere rientrato e la nuca tesa: l'immagine che la tradizione Zen offre per aiutare il praticante ad assumere una corretta postura è quella di una colonna che a un'estremità spinge la terra in basso, e all'altra spinge in alto il cielo. In tal modo chi pratica diventa una sorta di asse cosmico che unisce le sfere celesti alla terra: il palo attraverso il quale è possibile raggiungere il cielo, o meglio l'Assoluto.
Ma cosa fare durante zazen? Si tratta fondamentalmente di focalizzare la propria consapevolezza su due cose: la postura e il respiro, le due ali su cui vola la meditazione.
Innanzitutto bisogna tornare costantemente alla posizione. Occorre sentire il proprio corpo mentre mantiene una corretta postura: non bisogna quindi piegare la schiena, afflosciarsi, allentare la posizione delle mani, perdere il contatto delle ginocchia, reclinare il capo o chiudere gli occhi.
Una corretta postura deve poi essere vivificata da una corretta attenzione al respiro. Si tratta in altre parole di osservare il proprio respiro senza per questo controllarlo o modificarlo in alcun modo. Se è superficiale lo si registra come tale, e quando è o affannoso, o calmo o profondo si fa lo stesso. Con il tempo e la pratica, il respiro diventerà quieto e impercettibile: l'espirazione si farà sottile e prolungata e l'inspirazione breve e decisa.
La tradizione paragona la mente discorsiva a un cane affamato: come il cane ha bisogno di rosicchiare continuamente qualcosa, così la mente discorsiva ha bisogno di "ruminare" costantemente pensieri. Si tratta allora di dare alla mente affamata un osso da rosicchiare, un qualcosa che calmi il suo desiderio di essere sempre impegnata in un processo cogitativo ma che allo stesso tempo la mantenga legata al momento presente.L'attenzione alla postura e alla respirazione è la risposta, è l'osso da gettare alla mente discorsiva, è l'oggetto che tiene la mente occupata e che altresì non la distoglie dal presente. Infatti sia la postura che il respiro sono elementi presenti ora, da percepire nell'immediatezza del presente.
Normalmente la mente discorsiva è persa in continui confronti, progetti futuri o ricordi passati: una rapida occhiata al momento presente e subito parte il "film" interiore, una carrellata di pensieri che distolgono dalla realtà. E parlare di realtà non è esagerato poiché, a pensarci bene, il passato è passato, il futuro deve ancora essere: solo la dimensione del presente effettivamente è, esiste, è reale. Ora, la mente discorsiva persa nei suoi pensieri fa vivere l'essere umano come un fantasma, alienato dal momento presente nel quale la vita si attua.
La pratica Zen, con il suo vigoroso richiamo alla presenza educa alla capacità di esserci, di esserci completamente, e permette al praticante di scoprire una dimensione sconosciuta anche se già presente di fronte agli occhi: la realtà vibrante del momento presente, nel quale è possibile scorgere il proprio Sé originale, natura misteriosamente sottile della vita che ci unisce in maniera inscindibile a tutti gli altri esseri.
Il semplice fatto di sedersi con tutto se stessi (o shikantaza in giapponese) vuol dire accettare e dunque comprendere la propria reale natura. La reale natura, o natura originale del Sé è comune a tutti gli esseri. Accettare e comprendere tale natura con la sola mente è impossibile, occorre accettarla, sentirla, assimilarla anche con il corpo: ecco perché si dà tanta importanza alla pratica dello zazen dove tutto il corpo e tutta la mente sono concentrati sulla postura.
Quando si è seduti, semplicemente seduti, gustando il silenzio e l'immobilità dello zazen, è possibile osservarsi, conoscersi, accettarsi e riconoscersi connessi e interconnessi con il resto del Cosmo.
E' per questo che si dice che lo zazen è la porta che dà accesso alla reale pace e armonia in cui tutte le esistenze del Cosmo vivono da sempre: il Nirvana.

fonte: http://www.romazen.it/pratica/meditazione.htm

lunedì 22 novembre 2010

Buon Inizio di Settimana
Vi auguro un buon inizio di settimana e spero che l'immagine ed il testo vi siano di ispirazione.
Così saprete anche (per chi ancora non l'abbia chiesto) cosa significano i caratteri affissi sul lato d'onore del nostro Dojo.
 

mercoledì 17 novembre 2010

La Saggezza come ospite

Shugyo : La Pratica


"Non si può cercare la saggezza, darle la caccia come fosse un oggetto. Si può soltanto prepararle una dimora." *1

Questo è quel che facciamo praticando, facciamo del nostro corpo e della nostra mente dimora per la saggezza che arriverà inattesa sorprendendoci nella laboriosa opera di costruzione della sua dimora.

Mi sembra che anche Gesù abbia esortato a questa laboriosa vigilanza:

"Restate in tenuta di lavoro e con le vostre lucerne accese come uomini che attendono il loro signore al suo ritorno dalle nozze, per essere pronti ad aprirgli appena arriva e bussa alla porta. Beati quei servi che il Signore al suo arrivo troverà vigilanti. Vi assicuro che egli si metterà in tenuta di lavoro e passerà a servirli. E se arriva a notte fonda o prima dell'alba e li troverà così, beati loro! Voi lo sapete: se il padrone di casa conoscesse a che ora il ladro viene, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi dunque state preparati, perché non sapete a quale ora il Figlio dell'uomo verrà."
Vangelo di Luca, Capitolo 12,35-48

"Chuan-Tzu dice che si trova la perla magica solamente quando non la si cerca intenzionalmente.
Se si cercasse la bellezza le si recherebbe danno e se ne offuscherebbe lo splendore, come quando si toccano le ali di una farfalla.
Ci si deve lasciar sorprendere dalla bellezza, addirittura farsi trasformare...." 
"Il regno della grazia si trova al di fuori di ogni volere. La saggezza è pura grazia" *1


Ancora una volta gratuità dell'azione.
Si fa quel che si è chiamati a fare ma per poter ascoltare questa chiamata si deve fare silenzio, essere silenzio, e vigorosamente pronti a rispondere.

Venerdì scorso in occasione della nostra pratica Zen avevo suggerito, agli amici con cui ho condiviso lo Zazen, di far operare nelle nostre azioni quotidiane tre qualità:
Vigore, Dignità e Quiete.
Questa mattina M. mi ha scritto condividendo delle riflessioni sulla mia esortazione:
..sto mettendo in pratica il koan del vigore, dignità ed equilibrio...nel frattempo che cerco di gestire tutte queste cose... ma ci vuole molta pazienza...
Ho risposto a M.:
In realtà io ho parlato di vigore, dignità e quiete che può ben essere interpretata come 'equilibrio' ma attenzione che l'equilibrio che cerchi non sia una ricerca di 'controllo' come spesso è erroneamente interpretato.
L'equilibrio che intendo io è fatto di nervi e muscoli che si adattano spontaneamente e istantaneamente alla situazione e non di un pensiero che cerca di 'mettere in equilibrio' attraverso il calcolo e la razionalità ...
In tal caso il pensiero sarà sempre in ritardo e la caduta inevitabile.

"Dal cuore viene riconosciuta la verità (saggezza); 
perchè davvero la verità (saggezza) ha nel cuore la sua dimora (fondamento)"  *1






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1: Raimon Panikkar: La Dimora della Saggezza

    sabato 13 novembre 2010

    La Mano Vuota

    pubblichiamo questo articolo del Maestro Bruno Ballardini, grande amico della nostra Scuola e di Sensei Taigo, che dipinge un quadro realistico e attualissimo della nostra meravigliosa pratica.
    Questo un breve profilo biografico di Bruno Ballardini:
    Bruno Ballardini, professore universitario, docente di tecniche della comunicazione, autore di libri pubblicati in 11 lingue, già praticante ed insegnante storico di Karate Shotokan, esperto di arti cinesi, già direttore della rivista ’Quaderni d’Oriente’ e autore di numerosi articoli per Samurai negli anni 70. Traduttore di libri per le edizioni mediterranee, tra cui ‘Il Karate di Okinawa’ di M.Bishop.
    Scrive editoriali per prestigiose riviste.
    Autorevole testimone della storia delle arti marziali in Italia.




    Mi piacerebbe veder uscire dal loro ghetto le arti marziali, mi piacerebbe che avessero la possibilità di dimostrare il loro valore educativo. Parlo soprattutto dell'Arte della Mano Vuota (giapponese, okinawense, cinese) che è la più nobile perché è antitetica all'uso delle armi, e proprio per questo ha un altissimo significato simbolico.

    Invece, per la massa siamo ancora quelli che fanno cose strane con i costumini. Quelli che sono stati plagiati dai filmetti e dai fumetti. Eppure ci sono innumerevoli dojo seri dove si insegnano valori che nelle famiglie e nella scuola ormai sono lettera morta.

    Assistiamo tutti i giorni allo sfacelo della nostra civiltà (e del nostro Paese in particolare), ma nessuno è più capace di far rispettare e di insegnare i valori che dovrebbero appartenerci. In compenso molti sono pronti a criticare chi "ha bisogno di fare il giapponese o il cinese per scoprire dei valori che ha già". Già... Ma il fatto è che in altre culture questi valori sono ancora ben saldi e rispettati, mentre ormai per noi sono soltanto parole.

    "Avere dei valori" è soltanto una frase, non significa necessariamente averli sul serio. La nostra società è diventata ipocrita, irresponsabile, infantile. Chi parla di valori, spesso è il primo a non averne.

    Anche il karate sportivo ha fatto danni. Perché ha mantenuto del karate soltanto l'apparenza. Poi per il resto è stato fagocitato e digerito dall'ottica sportiva, diventando sport a tutti gli effetti.

    E allora, cosa fare per rompere il velo di Maya delle apparenze, dell'ipocrisia, delle parole? La medicina migliore è imparare con il corpo. E' questa la vera saggezza dell'Oriente. L'Occidente, forse anche grazie al disprezzo cattolico per il corpo (e non rompete i coglioni su questo, leggetevi Galimberti) ha dato troppa importanza alla testa. La testa staccata dal corpo. Anche quando dicevamo "mens sana in corpore sano" non facevamo altro che dividere la testa dal corpo. Con la conseguenza che la testa ha cominciato a pontificare anche per il corpo ed ha preteso di sostituire l'esperienza pratica con la teoria. Con le parole.

    Non c'è rimedio a questo. L'unica medicina è quella che ci tramanda l'Oriente. Per questo abbiamo bisogno dell'Oriente, perché ci riporta con i piedi per terra. E non c'è razzismo che tenga, sono parte dell'umanità anche loro e tutto ciò che è umano MI APPARTIENE. E' questo quello che dovete rispondere a chi vi domanda che bisogno avete di "fare i cinesi o i giapponesi".

    Imparare attraverso il corpo è la cosa più importante eppure il nostro sistema educativo ci impedisce di farlo quasi subito. Non prendiamo abbastanza botte da un punto di vista gnoseologico, siamo mammoni anche in questo.

    Invece che meraviglia salire su un tatami. Il tatami è una metafora del mondo. Tutto ciò che accade sul tatami è esattamente quello che ti può capitare nella vita. Non sto parlando di aggressioni: chi intende le arti marziali ancora in questo modo non ha capito nulla e continuerà a ragionare come un pugile suonato (per quanto, sono convinto che i colleghi della boxe, in età avanzata, sviluppino autonomamente anche loro una profonda saggezza).

    Sul tatami sei da solo con te stesso. Non inventarti scuse. L'avversario è solo un pretesto per toccare con mano i tuoi limiti, la tua pochezza, il tuo egoismo (nel senso di attaccamento all'Io). Se sbagli prendi un pugno o un calcio e non puoi dare la colpa a nessun altro come sei abituato a fare nella vita. Se pensi troppo a te stesso prendi un pugno o un calcio. Se pensi troppo all'avversario prendi un pugno o un calcio. Se ti lasci distrarre anche per un attimo dalle ansie per quello che devi fare il giorno dopo prendi un pugno o un calcio. Se sei troppo depresso prendi un pugno o un calcio. Se sei troppo euforico prendi un pugno o un calcio. Se credi di essere arrivato da qualche parte prendi un pugno o un calcio. E non puoi dare la colpa a nessuno.

    Ti devi assumere le tue responsabilità. E lo devi fare in tempo reale, adirittura in pochi attimi. E sei da solo. Per questo le discipline da combattimento sono superiori agli sport di squadra dove puoi sempre "fare il pesce in barile", come dicono a Roma, oppure scaricare su qualcun altro un po' dei tuoi doveri o un po' delle tue responsabilità. E fra queste discipline, quelle della Mano Vuota sono le più nobili.

    Devo molto alla Mano Vuota. In questi trent'anni e passa stavo per smettere tante volte. Ma devo riconoscere che grazie a lei ho imparato e sto imparando ancora a vivere. E mi ha salvato la vita in almeno un'occasione e in un'altra mi ha insegnato a "morire" dignitosamente.

    Ecco un altro punto in cui l'educazione Occidentale viene meno: imparare a morire. Abbiamo tutti paura della morte e la nostra cultura cattolica (scusate se insisto) opera una censura ed una rimozione quasi totale dell'argomento. Eppure in Tibet si usa meditare sulla morte ed è un metodo potentissimo per levare subito di mezzo le cazzate della vita.

    Un sano rapporto con la morte un tempo ce l'avevamo anche noi, con la nostra civiltà contadina. E prima ancora quando eravamo animisti. Portavamo sempre con noi i nostri morti, li rispettavamo. E loro "ci proteggevano" moralmente con la loro presenza. Oggi pensiamo a loro sì e no una volta all'anno quando c'è da portare i fiori al cimitero. Nell'ipocrisia delle "feste comandate". Eppure, rapportare ogni nostra azione alla loro presenza, come se fossero ancora vivi e ci potessero giudicare, era un'usanza sana. La morte faceva ancora parte della vita e anzi la favoriva.

    Oggi la morte è diventata un oggetto da censurare. Una cosa orribile di cui è fastidioso perfino parlare. Dopo una vita brillante, dopo aver cazzeggiato e dissipato il poco tempo di cui disponevamo, ci si rinsecchisce, si arrugginisce, si diventa rottami e si finisce nell'immondizia come dei rifiuti dell'umanità. Non sto scherzando: oggi i servizi funebri sono gestiti dalle stessa Aziende municipalizzate che si occupano dello smaltimento dei rifiuti: nella civiltà dello spreco si butta via anche un concetto utile come la morte.

    Educarsi alla morte, nelle arti marziali, significa imparare a perdere quando c'è da perdere, o imparare ad abbandonare il vecchio Io ed essere capaci di rimettersi in discussione completamente. Almeno una volta mi è capitato di "morire". E se non avessi avuto la Mano Vuota forse sarei morto veramente. E oggi non ho più paura di morire, perché sono già morto almeno una volta.

    Credetemi, non sono quattro pugni a fare la differenza. Ciò non toglie che vadano tirati per diversi anni e forse un po' sempre, altrimenti si pratica una Via fatta solo di parole.

    Ma quante parole. Mi accorgo che anche quelle che ho scritto sono parole. Spero solo che, nonostante il mezzo faciliti proprio le parole, quelle che ci scambieremo in questo luogo, siano sempre legate all'esperienza e all'impegno di ognuno. D'altra parte soltanto chi le scrive può sapere se sono sincere o no. 

    Ma chi pratica la Mano Vuota non può non essere sincero.

    Bruno Ballardini

    martedì 2 novembre 2010

    Non Dimenticare

    Oggi è il 2 Novembre.
    Voglio approfittare di questo giorno per condividere con voi una memoria intima e preziosa che continua ad orientare la mia vita.
    Il 7 Dicembre del 1943 a Montelungo, nella Battaglia di Montecassino, moriva mio zio Alfredo, fratello di mia madre.
    Bersagliere del 51° Battaglione, a 21 anni, fu il primo a cadere in quei terribili scontri, colpito da una scheggia di mortaio.
    Il fratello di mio padre, zio Gianni, moriva invece a 18 anni, partito volontario nella X mas.
    Quel che li ha accomunati è stato lo slancio e  la sincerità con cui hanno vissuto la loro breve vita.
    Non li ho mai conosciuti ma non passa giorno in cui non mi inchini alla loro memoria e mi interroghi se la mia vita e la mia azione siano degni del loro sacrificio.
    Non passa giorno in cui non riservi un momento di raccoglimento alla memoria di tutti coloro che  hanno fatto sì con la loro vita che la mia vita nascesse e non c'è esistenza verso cui non mi senta debitore.
    Così voglio farvi dono, sperando che sia per tutti occasione di riflessione ed esortazione, di un documento che custodisco gelosamente e che mi è stato donato da mia madre.
    Si tratta del bigliettino che fecero stampare e distribuire i miei nonni, i genitori di Alfredo, dopo essere tornati dal terribile pellegrinaggio per raccogliere le spoglie di Alfredo nei giorni successivi alla sua morte.
    Le loro parole (cliccate sull'immagine per leggerle ingrandite) piene di dignità e fiducia offrono il sacrificio del loro figlio e fratello sull'altare della 'nuova Italia'. Che grande responsabilità e monito ci vengono dalle loro parole.
    Non dimentichiamo...



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    Quella che segue è la splendida e drammatica cronaca, scritta dal reduce Leone Orioli, di quei terribili momenti. Racconta anche la morte di Alfredo e di tanti, tanti altri...
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    I BERSAGLIERI A MONTELUNGO

    La terza compagnia del cinquantunesimo bersaglieri AUC si attestò a Mignano, sul fronte di Cassino, il giorno 7 dicembre 1943.
    Il trasferimento al fronte della  ‘terza moto’  era stato difficilissimo e, in alcuni casi, traumatico, con le motociclette spesso bloccate dallo strato di fango, altissimo, che copriva le strade.  Le cadute  avevano causato alcuni feriti, che non erano quindi più presenti nell’organico della nostra ‘terza’.
    Il capitano Enea Castelli, bolognese, comandava la compagnia.

    Il cinquantunesimo, nella piana di Mignano, ai piedi di Montelungo, schierava la seconda e la prima compagnia nella vallata del ‘Peccia’, sul fianco ovest del monte: la terza compagnia era appostata a est di Montelungo, su Monte Rotondo, a lato della Casilina.

    Nel corso della giornata del 7 dicembre i tedeschi presero certamente buona nota delle nostre posizioni:  la notte dal sette all’otto la terza fu presa di mira dai mortai tedeschi,  che martellarono a lungo le pendici boscose di Monte Rotondo.
    Morì Alfredo Aguzzi, simpatico amico romano che, nel corso di passate, sciocche, innocenti battute scherzose, ridendo, ribatteva …. no… no caro…. io non moro in guerra … Povero,  caro Alfredo, fu il primo a cadere a Montelungo.
    Altri furono feriti:   ricordo  Deni  (Pasquale) …. una scheggia di mortaio lo colpì  a un piede,   perforò lo scarpone  e  restò  conficcata  tra  suola  e  carne:  non  riuscivamo  a togliere lo scarpone …. Riccardi   gli estrasse  la  scheggia  con  le pinze, tra  le urla  di dolore di  Deni  e  i commenti  dell’italiano stentato  di  Riccardi  -  il sergente  Giuseppe Riccardi,  figlio di italiani all’estero,  che cadde da valoroso a Iesi,  nel 1944,  medaglia d’oro al valor militare.
    Così passò la notte.
    Il mattino,  otto dicembre 1943,   la seconda compagnia   attaccò  nella  vallata  del Peccia,  e  i  fanti  del  ‘sessantasettesimo’  sul monte,   partendo dalla  quota  253,   la  prima  delle  vette  di  Montelungo.
    Da Monte Rotondo,  con  la  terza  compagnia   non  ancora  impegnata  in combattimento,  cercai di intuire l’andamento dell’attacco,  ascoltando il crepitio delle armi:  distinguevo nettamente il lento  tatata delle nostre mitragliatrici,  e  il  rabbioso,  sconcertante,  rapidissimo  crrrcrrrcrrr  del mitragliatore tedesco:
    L’avevo già quasi intuito dalla prepotenza del fuoco tedesco, ma  arrivò  puntuale l’ordine alla  ‘terza’  di spostarsi velocemente a soccorso della seconda compagnia,  a confermare che l’attacco era fallito.
    Eravamo ancora ragazzi,   e la  tragedia  si  abbattè  fulminea  su di noi.
    Nella fase di avvicinamento,  ancora inconsapevole e inesperto,  passai in piedi tra alcuni artiglieri americani  che vidi stesi  a terra  con il fucile puntato:   guardavano me  sbalorditi,  gli americani  -  diranno poi che i bersaglieri avanzavano incuranti del pericolo …  in realtà  non  mi  ero  accorto  che  avevo  già  raggiunto  la  linea  di fuoco,  perché  mitraglieri  tedeschi,  in contrattacco,  erano entrati  nel  nostro schieramento.
    Fortunatamente,  con alcuni colpi del cannoncino anticarro da ‘47’,  i bravi artiglieri di quel reparto  avevano sventato l’incursione.
    La terza  giunse  a  ridosso  del  campo  di  battaglia : … tornavano  i  pochi  superstiti  della  seconda  compagnia  …sorreggendosi a vicenda … feriti … storditi … vacillanti… lo sguardo allucinato …
    Alle nostre angosciose domande … frasi spezzate … e i nomi dei morti …
    Gino  (Tambalo)    generoso, allegro veronese,  che mi chiamava  ‘testa da caposquadra  …Carlo  (Focaccia)   romagnolo come me,  compagno di scuola alle Magistrali di Forlimpopoli   … Mario  (Cardone)   atleta velocissimo,  imbattibile avversario  nelle gare  tra compagnie … e poi  BiancofioreBuonaccorsi … Corvino … e  i   ‘bocia diciottenni’   BornaghiLuraschi … Morelli … Santi … Sibilia  cinque  dei nove ragazzi della Accademia Navale di Brindisi  che si erano  arruolati  volontari  nel  ‘cinquantunesimo’  …. e   gli altri ….  tanti altri ….

    L’inflessibile logica militare ordina il contrattacco:  ho imparato allora  che cose ritenute impossibili ….  si fanno …. si fanno ….  sia pure  in  una  atmosfera  irreale,  allucinante.
    Ci avviamo in un canalone fangoso:  i tedeschi cercano di fermare la  terza’,  scatenando  un intenso fuoco di sbarramento.
    Le bombe di mortaio  cadono  a  centinaia  sulle due sponde del canalone :  se una lo centra siamo spacciati:  sento  che il compagno che è davanti a me  è scosso da  un tremito violento    gli faccio coraggio,   per farlo a me stesso.
    Vincere il terrore …. stringere i denti …. non  impazzire   quando  a  ogni  sibilo …. e  sono  centinaia …. dici  a  te  stesso …. questa  è  la  mia … questa  è  la  mia ….  e  i  ‘minuti’   sono    ‘ore’ ….   mezz’ora   sotto  il   bombardamento  …. è  un tempo infinito ….è  questo  il  vero,   sublime   valore   del  combattente.

    Più avanti c’è uno spazio aperto,  appena sotto le prime rocce di Montelungo: 
    è coperto da un alto strato di fango e le granate a volte vi sprofondano senza esplodere:    ma  ci  sono  anche  tronchi  d’albero,  tagliati  alla  base  dai  tedeschi  …. gli alberi mozzi  ….  e  quando la  granata  esplode  su  questi  spezzoni  che spuntano  dal  fango,  l’effetto  è  micidiale.
    Così ci sono diversi feriti …. e  muore  Attilio  Faggi   amico  fraterno,  generosissimo nel soccorrere  i compagni  feriti.:   in  barella  mi  passa  vicino  Giorgio Barletta   ferito a un piede  -  in  quel  momento  lo  invidio,   lui  va  in ospedale,  al sicuro,  lontano da questo inferno …. povero  Giorgio,   soffrì  poi  tutta la vita  per quella ferita maledetta.

    La compagnia si porta ora sotto il costone centrale di Montelungo.
    Miracolo:  per un momento siamo al sicuro  -  Dio  mio … quelle  buche  tra  fango  e  roccia,  inattaccabili  dai  mortai:   il fango sembra ora  un piacevole,  morbido letto,  in  quel  buco  angusto,  invulnerabile !

    Ma l’ordine è inesorabile ….  avanti  ancora …. ecco il Peccia …. ci inerpichiamo  faticosamente  sulla  roccia,   nel  fianco  ovest  del  monte.
    Non  ho  più  la  percezione  del  tempo:   è  buio  ormai  e  i  mortai  tedeschi  non sparano  più.
    Mario Cappella  si apposta con  il mitragliatore,  io  e   Gianni Recchi,   capoarma ,
    gli  siamo  a  fianco:  una raffica  di  mitra  si  sente,  improvvisa,  un  po’  sulla sinistra,  dietro  a  noi  -  Mario  scatta  in  avanti,  verso  il  fronte  tedesco,  si  gira   e  punta  il  mitragliatore  nella  nostra  direzione.   Accidenti …. si  era  appisolato sul  mitragliatore  e  sappiamo  che  soffre  di  sonnambulismo:   cautamente  io  e  Gianni  riusciamo  a  svegliarlo    incredibile,

    Non è finita:  ci  muoviamo  nel   buio ….  gli  artiglieri  americani  notano  i movimenti  e  cominciano  a  sparare:   fortunatamente  il  tiro  è  un  po’  lungo,  davanti  a  noi  -  ma    c’è   Pio Meletti    e  io  tremo  per  lui. 
    Si salva  però,  caro  Pio,  così  mite  e  buono:  anche  prima  di  andare  al  fronte   ha  sempre  ripetuto  che  il  suo  carattere  non  si  accorda  con  la  guerra.

    Raggiungiamo  l’obiettivo,   sul costone  roccioso  del  monte.
    La tensione si allenta,   esplode la stanchezza:     ma  non  c’è   tregua.

    Nella  notte,  l’urlo  di  un  ferito  è  improvviso  e  terribile 
    ….  aiuto  ….  mamma  ….  ho sete ….  voglio bere prima di morire ….
    Siamo impietriti:  non sappiamo dove sia il ferito,  e sospettiamo anche una trappola dei tedeschi.  Dopo  un  momento di  incertezza   il capitano Castelli,  che è sempre stato in testa alla compagnia,   decide ….  si va a cercare il ferito.
    Mi dice di preparare la squadra:  nel frattempo  riceve  l’ordine  di inviare  una pattuglia  sulla quota 253 di Montelungo,   e  manda  la  mia  squadra  sul  nuovo obiettivo.
    Il capitano  andrà  personalmente,  con  altri  bersaglieri,  a  cercare  il  ferito,   e  lo salverà:  è  Gianni Della Valle,  della  seconda  compagnia,  ferito al torace,  sopravvissuto  in  mezzo  ai  morti.
    Per  questa  azione  furono  decorati  alcuni  bersaglieri  della  pattuglia,   
    non il capitano   -   non ho mai capito il perché.

    La mia squadra dunque si inerpica sul monte, verso la prima vetta, la quota  253.
    Su  quella  vetta,  adesso,  è  eretta  la  statua  della  Immacolata,  la  Madonnina  di Montelungo.

     Nel buio,  tra gli anfratti della roccia,  avanziamo cautamente,  a  breve distanza  l’uno dall’altro  -  Gianni,  che mi segue,  a un certo  punto  perde  il  contatto:  sempre  salendo,  cambia  direzione,  scorge  davanti  a    una  sagoma  china,  pensa  di avermi  ritrovato  e  sussurra  leo  leo la  sagoma  non  risponde …   e  Gianni,  ormai  vicino,  la  scuote ……  è un tedesco morto,  che l’urto rovescia a terra ……e Gianni inciampa  poi  in un secondo morto,  tedesco … …
    E’  ancora  sconvolto,  quando  poco  dopo  ci  ritroviamo.

    I  tedeschi  avevano  abbandonato  la  posizione:   ci  appostammo  sulla  vetta  raggiunta.
    Nella notte  recuperammo un  fante del ‘sessantasettesimo’  che,  in evidente stato confusionale,  vagava nella terra di nessuno,  alla ricerca dei suoi compagni ….
     ….  c’è  la settima  lì ?   ripeteva    dov’è la settima ? …

    E giunse l’alba del 9 dicembre 1943,  con il chiarore del giorno appena percettibile per la presenza di una fitta nebbia.   

    Poi la nebbia scompare
      … là,  in fondo,  ai piedi del monte,  tra il Peccia e la massicciata della ferrovia,  appare il campo di battaglia della  ‘seconda’  ….  e  tutti  i  compagni  caduti ….
    poveri  corpi  abbandonati  come  tanti  cumuli  di  fango …

           …………… destesi  in  abbandono
          a  l’arfio  de  la  Morte  che  veloce
          la  ngiassà  coi  brassi  stenchi  in  croce ….

    Così scriverà Gianni,  in dialetto veronese.

    Poveri compagni miei.  Allora non piansi:  la guerra è crudele anche in questo.
    Adesso,  a ottantuno anni,  non  riesco a  trattenere  le  lacrime.

    Trombettiere,  suona il silenzio fuori ordinanza,  per i miei compagni di Montelungo.   
     

    Leone Orioli
    LI Battaglione Bersaglieri A.U.C. "Montelungo", terza compagnia
    8 dicembre 1943 . fronte di Cassino .