sabato 25 settembre 2010

MUTAMENTO DI PROSPETTIVA



“Non due, tre, ma una sola è la vita.
Peccato coltivar un’erronea visione.
Non basta pensar di non far male o di far bene: 
soggetti si è del Karma comunque,
scusa non c’è per chi ‘l giusto non vede.”

Qualche giorno fa sedevo nel mio piccolo giardino e per cercare ombra ho spostato la sedia in un angolo del giardino dove, probabilmente, non mi era mai capitato di sedere.
Da questa nuova prospettiva, il familiare giardino ha cominciato a parlarmi con un linguaggio inedito ed inatteso e ho cominciato a notare dettagli che non avevano mai, finora, catturato la mia attenzione.

La strofa che apre questo post è tratta dal 1° Capitolo dello Shūshōgi (importante testo Zen Sōtō che raccoglie come compendio gli Insegnamenti di Dōgen Zenji), dal titolo Sōjo.
La traduzione di Sōjo può anche essere resa con: ‘mutamento di prospettiva.
Mutare costantemente la prospettiva è alla base di ogni pratica che si rispetti.

Per mutare la prospettiva si deve avere il coraggio di abbandonare la propria posizione, posizione che magari si è guadagnata con i denti e con le unghie.
L’abbandono della propria posizione pone in una condizione di spaesamento superata la quale, lo sguardo sul mondo si ritrova arricchito di nuovi elementi ed intuizioni.

La prassi formativa, nei monasteri Zen, prevede che un monaco debba, a poco a poco, assumere tutte le responsabilità del monastero, dal manutentore al cuoco, dall’amministatore all’insegnante...
Deve imparare ad essere in grado di passare da una mansione all’altra svolgendole con prontezza, intuizione, efficacia e, ultimo ma non ultimo, con serenità.
E’ questa malleabilità ed efficacia che i cosiddetti manager cercano di andare a rubare nei monasteri Zen.
Purtroppo pensando che basti ascoltare una conferenza, leggere qualche libro e ‘guardare altri che fanno’ per capire ed apprendere, mentre l’affinamento di queste qualità può solo avvenire per esperienza diretta, ‘lavorando a bottega’ come apprendisti.

La realtà è talmente multidimensionale che i nostri sensi e, soprattutto, il nostro pensiero ne percepiscono sempre una parte infinitesimale.
Porsi dunque di fronte all’esperienza disponendosi a continui cambiamenti di prospettiva permette di plasmare una visione ampia ed intuitiva della realtà che permette di percepire anche quello che non appare evidente ai sensi, di cogliere il lato oscuro della luna.

“Colui che è capace di una percezione totale può vedere tutti i dharma, dunque, può vedere un solo dharma come per esempio un granello di polvere, e conoscere il mondo intero.”
(Shōbōgenzō cap. 31 Shoakumakusa)

In giappone si dice anche ‘percepire il kūki  空気  di una situazione’.
Avrete riconosciuto nel termine Kūki i caratteri di vuoto, kara  空 e ki  気  energia.

Per percepire il Kūki di una situazione, percezione che permette di cogliere l’opportunità presente in ogni situazione e agire in modo efficace ed armonioso con il contesto, non ci si può basare solo sui sensi né tantomeno sul pensiero razionale (che in oriente è considerato nè più e nè meno come uno dei 6 sensi, fallibile e limitato quanto e forse più degli altri) ma l’unità di corpo-mente deve rispondere come un diapason alla vibrazione del momento.
Questa capacità intuitiva (tanto importante nell’arte marziale e nella cosiddetta difesa personale quanto in ogni ambito della vita umana) si acquisisce ed affina attraverso la pratica ed in particolare proprio attraverso quelle esperienze di ‘mutamento di prospettiva’ che la pratica deve offrire.

Un insegnante dovrà sempre condurre l’allievo ad ‘abbandonare la sua posizione’ a volte con metodi apparentemente brutali.
Un insegnante ben sa quanto integralista possa diventare chi non ha raggiunto le profondità dell’arte.
Ben sa quanto comodo ma pericoloso sia ‘sedersi’ sulle proprie acquisizioni, e, altrettanto bene, sa quanto lontano dalla Via porti l’incapacità di mutare la prospettiva.

Qualche giorno fa durante uno Zazen dell’alba ho chiesto a L. di suonare, per la prima volta, la campana durante il breve rito del mattino.
Lo smarrimento iniziale di L. si è trasformato immediatamente, sulla spinta della necessità di agire, in determinazione.
Disporsi nel ruolo di chi ‘invita al suono’ la campana costringe a vivere il rito da tutt’altra angolazione, costringe i sensi a risvegliarsi a nuovi stimoli, a prestare attenzione a particolari che non possiamo cogliere se non da quella visuale.
Questo vale per il suonare la campana, il moppan, così come per il portare il Kyosaku durante lo Zazen.
Assumere ognuno di questi ruoli costringe ad un mutamento di prospettiva, come ben sa chi dal suo comodo zafu si è ritrovato con un Kyosaku in mano a vegliare dietro alle posture erette di chi siede nel Dōjō o a suonare il legno per invitare allo Zazen.

Altrettanto fondamentale è la necessità di un continuo mutamento di prospettiva nella pratica del Karate-Dō.

Non perdere occasione per vivere inedite e impegnative esperienze di pratica, assumere delle responsabilità nel Dōjō passando dal ruolo di fruitore a quello di chi si dispone al servizio, porsi nella posizione di trasmettere quel che si è appreso con tutte le problematiche che sorgono di conseguenza, sono tutti comportamenti che comportano un radicale cambiamento di prospettiva e prevengono il ristagnare e regredire della pratica.

Con questi cambiamenti di prospettiva l’angolazione da cui guarderemo al Dōjō, al luogo del nostro esercizio, così come al nostro stesso esercizio, si trasformerà radicalmente e, come è capitato a me nel mio giardino, cominceremo a cogliere sfumature e dettagli che ci offriranno nuove prospettive di sviluppo alla nostra pratica e comprensione.

Quanti meravigliosi giardini possono dischiudersi ai nostri occhi solo mutando la prospettiva della nostra visuale ?

P.Taigō

giovedì 16 settembre 2010

LA TECNICA SEGRETA DI SENSEI

Vi proponiamo un altro breve post pubblicato da Krista De Castella (vedete il post precedente: Il Diario del Dojo e la tecnica delle 10.000 ore) sul suo Blog : http://memoirsofagrasshopper.blogspot.com/

La parete all'esterno dell'Higaonna Dojo a Naha, Okinawa


  LA TECNICA SEGRETA DI SENSEI 



Se vi recate all’Honbu Dojo (Higaonna Dojo, Naha, Okinawa) per fare allenamento in orario fuori dalle lezioni potreste trovare la porta chiusa e due grandi ciabatte in legno poste proprio davanti all’ingresso…
Anche se Sensei non impedirebbe a nessuno di entrare, le ciabatte servono come un sottinteso avviso di ‘Non Disturbare’ che suggerisce che sarebbe meglio che tu ritornassi più tardi.
A volte può diventare un affare complicato.
Alcuni giorni mi sono trovata a fare 5 o 6 viaggi e sono arrivata a chiedermi se Sensei non se ne fosse andato a spasso a piedi nudi.

Un amico una volta mi ha raccontato che arrivando un giorno al dojo vide che la finestra era socchiusa così decise di rimanere e guardare Sensei mentre si allenava – nella speranza di poter osservare qualche tecnica segreta….
Due ore dopo Sensei stava ancora praticando una parata media.
Ok, forse vi ho un po’ ingannato con il titolo, ma il gioco è fatto.
Può darsi che non fosse la tecnica segreta che speravate di scoprire, ma talvolta i migliori segreti di Sensei sono i più ovvi. 






sabato 11 settembre 2010

IL DIARIO DEL DŌJŌ E LA REGOLA DELLE 10.000 ORE


Vi propongo la traduzione di alcuni scritti che sono stati pubblicati da Krista De Castella, una ragazza australiana, che si è trasferita ad Okinawa ed ha scritto un diario dei suoi giorni di pratica all’Honbu Dōjō di Higaonna Sensei su di un Blog in internet che potete trovare qui: http://memoirsofagrasshopper.blogspot.com/

Krista così apre il suo Blog:

Alcuni anni fa, un amico mi ha chiesto cosa farei se avessi un milione di dollari. Non dovetti pensare per rispondere – “Mi trasferirei ad Okinawa, in Giappone, per praticare sotto la guida del grande Maestro, Morio Higaonna Sensei”.  Fu solo in seguito che mi resi conto di non aver bisogno di un milione di dollari per realizzare il mio sogno…
Così ora sono qui, vivendo in un piccolo appartamento sopra un affollato ristorante giapponese a meno di due minuti di cammino dall’Honbu Dojo di Sensei. Mi sto allenando con lui quotidianamente da sei mesi e ho deciso di cominciare a prendere nota di alcune delle mie esperienze e momenti speciali.

Ha scritto dal 2008 al Maggio 2010 una serie di brevi riflessioni che mi hanno molto colpito per la loro semplicità e profondità e che esprimono brillantemente l’atmosfera che si vive nel Dojo di Higaonna Sensei e che ho avuto il privilegio di respirare in molte occasioni.

Così, sperando di farvi cosa gradita, ve ne propongo alcuni traducendoli in italiano cominciando da questo:

Il registro delle presenze dell'Higaonna Dojo



IL DIARIO DEL DŌJŌ E LA REGOLA DELLE 10.000 ORE

Bene, si è fatto tutto piuttosto tranquillo qui attorno e uno dei miei recenti ‘commentatori’ mi sottolineò ‘anche lo scrivere è una disciplina’ ed è una disciplina che ‘non deve essere trascurata’. E questo è vero. Ma, quando la vita si fa complicata penso che qualche volta dobbiamo scegliere tra l’allenarci e lo scrivere e per me l’allenamento viene prima.

Il commento mi ha fatto fermare e pensare profondamente circa la ‘perseveranza’ (staying power) e cosa ci permette di rimanere coerenti con le cose che ci siamo proposti di fare.

A Naha (nell’Higaonna Dōjō) avevamo un diario del dōjō – un foglio presenze giornaliero dove gli allievi scrivevano i loro nomi. ‘La Storia del Dōjō’ come ama chiamarlo Sensei. 
Questo piccolo libro aveva un modo divertente di parlarmi. Nelle rare occasioni in cui perdevo un allenamento, la linea bianca che rimaneva priva della mia firma avrebbe avuto un particolare potere nel farmi sentire in colpa.
Ma per lo più, il libro ed io eravamo in buoni rapporti.

Talvolta mi sono soffermata a sfogliare le pagine per osservare le firme e i nomi – talvolta l’inchiostro era stato diluito ed imbrattato da fronti sgocciolanti e mani sudate.
Mi domando di quante ore di allenamento sarà stato testimone quel libro?

Malcom Gladwell nel suo libro: ‘Valori anomali: La Storia del Successo’ parla della regola delle 10.000 ore come uno dei segreti della grandezza. Non è una sorpresa che la maestria richieda un enorme quantità di tempo e di pratica. Ma, secondo Gladwell, questo può essere più determinante ancora del talento naturale.
L’autentica maestria ed il successo possono essere semplici da raggiungere applicandoti a praticare 20 ore a settimana per un periodo di 10 anni.

Mi chiedo: questa enorme quantità di pratica è davvero sufficiente ?

Di certo, coloro che sono in grado di sottoporsi a tale mole di pratica dimostrano di certo altre qualità – e non ultimi, un amore ed una passione per quel che fanno che rende la loro pratica motivata e significativa. Nel contesto delle arti marziali, è molto facile ‘sintonizzarsi’ e affidarsi al movimento. Trovo difficile da credere che 10.000 ore di una ‘pratica povera’ possa essere davvero sufficiente. Dopo tutto, i difetti acquisiti sono i più difficili da correggere.

La regolarità e la quantità dell’allenamento sono chiaramente importanti ma lo deve essere anche la qualità dell’allenamento.

Può essere che, come sottolinea Randy Borum, è ‘la perfetta pratica che rende perfetti’ – 10.000 ore di attenzione determinata, concentrata e sistematica sull’allenamento e la volontà e disponibilità a perseverare anche quando non è divertente. 
E, mi domando se non è proprio questo a cui vuole portarci  Sensei attraverso il Diario del Dōjō.
Una memoria che ognuno di noi avrà delle proprie ore e una sfida a noi stessi per rendere ogni ora della nostra pratica ‘perfetta’.

mercoledì 8 settembre 2010

Benvenuti



















Sono lieto di darvi il benvenuto nel Blog della IOGKF Italia.

L'idea del Blog è nata per creare una piattaforma dove i membri della nostra Scuola possano confrontarsi e scambiarsi opinioni sui temi di volta in volta proposti.

Il titolo che è stato scelto è: Ken Zen Ichinyo, Goju-Ryu e Zen un cammino verso la pienezza di sè, perchè la pratica del Goju-Ryu e dello Zen sono le fondamenta su cui si è costruita in 25 anni la nostra Scuola.

Naturalmente il titolo è puramente evocativo e non vincola nella scelta dei temi da condividere.

La possibilità di commentare i post pubblicati è stata limitata ai membri registrati per evitare interferenze e disturbo da parte di curiosi e perditempo.

Per essere registrati dovete farne specifica richiesta a: kenzenichinyoblog@gmail.com

Se avete qualche argomento o testo particolare che volete condividere dovete inviarlo a: kenzenichinyoblog@gmail.com proponendolo per la pubblicazione sul Blog.

Speriamo che questo nuovo strumento permetta di condividere interessanti argomenti e preziose riflessioni.
Sta a tutti noi farne buon uso e mantenerlo vivo.



THE BUDŌ CHARTER



THE BUDŌ CHARTER
LA CARTA DEL BUDŌ
Documento esposto nel Dōjō del Budōkan di Naha

Budō, le Vie marziali giapponesi, trovano la loro origine nell’antico spirito marziale del Giappone. Attraverso secoli di cambiamenti storici e sociali, queste forme di cultura tradizionale si sono evolute da tecniche di combattimento (jutsu) a Vie di perfezionamento di sé (dō).
Ricercando la perfetta unificazione di tecnica e mente, i budō  sono stati  raffinati e perfezionati in Vie di allenamento fisico e sviluppo spirituale.
Lo studio del Budō incoraggia un comportamento improntato alla cortesia, ricerca l’efficacia tecnica, rinforza il corpo e perfeziona la mente. I moderni giapponesi hanno ereditato i valori tradizionali attraverso il Budō che continua a giocare un ruolo determinante nella formazione della personalità dei giapponesi, offrendosi come fonte inesauribile di illimitata energia e rigenerazione. Per queste sue qualità il Budō ha attratto un grande interesse internazionale ed è studiato in tutto il mondo.
Tuttavia, una recente tendenza ad interessarsi soltanto delle abilità tecniche aggravata da una eccessiva preoccupazione per la vittoria rappresenta una severa minaccia verso l’essenza del Budō.
Per prevenire ogni possible travisamento i praticanti del Budō devono impegnarsi in una costante autoanalisi e sforzarsi di perfezionare e preservare questa cultura tradizionale.
E’ con questa speranza che noi, le organizzazioni facenti parte dell’Associazione Giapponese del Budō, abbiamo formulato questa Carta del Budō al fine di preservare i principi fondamentali del Budō.

ARTICOLO 1: OBIETTIVO DEL BUDŌ
Attraverso l’allenamento fisico e mentale nelle Vie marziali giapponesi, gli esponenti del Budō ricercano il perfezionamento della propria personalità, il miglioramento della loro capacità di giudizio, e divenire individui capaci di disciplina in grado di offrire un prezioso contributo alla società in generale.

ARTICOLO 2: KEIKO (allenamento)
Durante l’allenamento nel Budō, i praticanti devono sempre agire con rispetto e cortesia, aderire ai principi fondamentali dell’arte, e resistere alla tentazione di ricercare solo l’abilità  tecnica pittosto che sforzarsi di raggiungere la perfetta unità di corpo, mente e tecnica.

ARTICOLO 3: SHIAI (la competizione):
Sia nel competere in un combattimento quanto nell’eseguire dei Kata, i praticanti devono esprimere lo spirito che è alla base del Budō.Devono fare del proprio meglio per tutto il tempo, vincere con modestia, accettare elegantemente la sconfitta, e dimostrare un costante auto-controllo.

ARTICOLO 4: IL DŌJŌ (la sala dedicata alla pratica)
Il Dōjō è un luogo privilegiato dove allenare la mente ed il corpo.
Nel Dōjō i praticanti di Budō devono mantenere la disciplina e mostrare costantemente un’atteggiamento cortese e rispettoso. Il Dōjō dovrebbe essere un ambiente quieto, pulito, sicuro e solenne.

ARTICOLO 5: L’INSEGNAMENTO
Gli Insegnanti del Budō devono incoraggiare costantemente gli altri a perfezionare sé stessi mentre continuano ad  allenare diligentemente la propria mente ed il proprio corpo continuando ad approfondire costantemente la propria comprensione dei principi tecnici del Budō.
Gli Insegnanti non devono mai permettere che l’attenzione venga posta sulla vittoria o sconfitta in competizione, o solo sull’abilità tecnica.
Soprattutto, gli insegnanti hanno la responsabilità nel loro ruolo di costituire un esempio ed un modello.

ARTICOLO 6: PROMOZIONE DEL BUDŌ
Le persone impegnate nella promozione del Budō devono conservare una mente aperta ed una prospettiva internazionale nel difendere i valori tradizionali, dovrebbero sforzarsi nel contribuire alla ricerca ed all’insegnamento e fare il proprio massimo per perfezionare il Budō in ogni modo.

Le Organizzazioni membre dell’Associazione del Budō Giapponese:
Zen Nihon Jūdō Renmei (All Japan Jūdō Federation)
Zen Nihon Kyūdō Renmei (All Japan Kyūdō Federation)
Zen Nihon Karatedō Renmei (Japan Karatedō Federation)
Shōrini Kempō Renmei (Shōrini Kempō Federation)
Zen Nihon Jūkendō Renmei (All Japan Jūkendō Federation)
Zen Nippon Kendō Renmei (All Japan kendō Federation)
Nihon Sumō Renmei (Japan Sumō Federation)
Aikikai (Aikikai Foundation)
Zen Nihon Naginata Renmei (All Japan Naginata Federation)
Nippon Budōkan (Nippon Budōkan Foundation)

Approvata il 23 Aprile 1987 dalla Japanese Budō Association (Nippon Budō Kyōgikai)