mercoledì 31 agosto 2011

Intermezzo Taoista

 

Pubblichiamo questo capitolo estratto dall’ultimo libro di Bruno Ballardini: ‘Gesù e i saldi di fine stagione’ edizioni Piemme 2011.

Il libro, che consigliamo caldamente, con il ritmo e l’avvincente struttura narrativa di un romanzo, affronta con lucidità e competenza argomenti riguardanti le derive economico/politiche e morali verso cui si muovono le organizzazioni religiose in generale, e non solo la Chiesa Cattolica, nella loro ricerca di consenso e potere.

Siamo lieti di annunciare che presto il Prof. Ballardini sarà nuovamente ospite al Tora Kan Dojo per un nuovo, interessantissimo, incontro.




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Stava rapidamente avvicinandosi la data in cui avrei dovuto presentare i risultati di questo progetto. Lavoravo a tappe forzate, anche di notte, spesso facendo l’alba. Una di quelle mattine, visto che non avevo dormito per niente e non riuscivo più a continuare a scrivere nemmeno una riga, decisi di fare un giro in macchina. Forse mi avrebbe aiutato a staccare un po’. Da Prati arrivai in un attimo al Muro Torto mentre il cielo si accendeva lentamente con le prime luci del giorno. La città era ancora deserta, dai finestrini entrava aria purissima. In pochi minuti arrivai a Piazza Vittorio. Parcheggiai di fianco a un porticato e mi incamminai nei giardini al centro della piazza. Superata la “porta magica”,[1]mi trovai improvvisamente in un’altra dimensione: in quel luogo si erano riunite decine e decine di persone, tutti abitanti della vicina “chinatown”, per praticare TaiJi, l’antichissima boxe delle ombre. In un altro angolo dei giardini c’era chi praticava Qi Gong, l’arte taoista di “nutrire la vita”, la disciplina per la longevità e la salute di cui i cinesi sono gelosi custodi. Uno spettacolo che mi era capitato di vedere poche volte e solo nei miei viaggi in Oriente. Mi sedetti su una panchina e rimasi per un po’ a guardare quei movimenti lenti, maestosi, perfettamente sincronizzati, che accompagnavano precise tecniche di respirazione per armonizzarsi con l’energia dell’universo. In quel momento, pensando allo studio che stavo realizzando per il Cardinale, mi chiesi come mai il taoismo non abbia mai attecchito in Occidente. Mi sarebbe piaciuto trattare anche questa religione nell’analisi di benchmarking ma non rientrava nel novero dei veri e più temibili concorrenti della Chiesa. I motivi mi furono evidenti man mano che lascena a cui assistevo riportava alla mia memoria tutti i viaggi che avevo fatto in passato alla ricerca di veri maestri taoisti.
Se si potesse fare un paragone con due grandi ideologie sociali del ‘900, si potrebbe dire che il taoismo sta al cattolicesimo come l’anarchismo sta al marxismo-leninismo. Il primo è fondato sul libero pensiero, l’elevazione e la forte responsabilizzazione dell’individuo, il secondo invece è dogmatico, autoritario e repressivo. Forse proprio per questa sua eccessiva libertà di pensiero, di cui gran parte della gente ha paura e per questo preferisce piuttosto appoggiarsi su credi politici e religiosi più rigidi, non costituisce un pericolo per la Chiesa. Anche se sono in molti oggi a dichiararsi “taoisti”, lo fanno il più delle volte per una forma di snobismo salottiero ma, di fatto, nessuno di coloro che si dichiarano tali ha gli strumenti culturali per comprendere in che cosa consista questa dottrina. Lo scoglio principale è costituito dal fatto che il taoismo, come lo Zen[2](che attinge direttamente da esso), è una dottrina del vuoto. In effetti, si presenta come una “non religione”, anzi esattamente l’antitesi di qualsiasi religione.
Ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere due profondi conoscitori dei tesori taoisti: Leung e Sun. Conobbi Leung, vent’anni fa. Era un cinese di elevatissima cultura oltre che medico e scienziato, una persona rara e preziosa. Era fuggito dalla Cina scampando alla repressione comunista che aveva già trucidato tutta la sua famiglia. Solo dopo avergli parlato a lungo e a più riprese, si aprì del tutto e si dichiarò disposto a svelare gli antichi segreti taoisti. Ma in cambio voleva degli allievi veri, persone motivate altrettanto disposte ad apprendere. Cosa che, come compresi in seguito, non era affatto scontata per lui. Aveva già fatto un tentativo ed aveva smesso di insegnare, deluso dall’atteggiamento degli occidentali. Io, viceversa, avevo già girato tutta Europa per trovare un personaggio così ben sapendo che in Cina era pressoché impossibile trovarne, dato che i pochi che erano rimasti in vita si nascondevano e avevano smesso di insegnare. Con l’allentarsi del regime, intorno agli anni ‘80, era perfino scoppiata una moda intorno al Qi Gong e alle tecniche taoiste, ma tutti i maestri che si vedevano in giro, spuntati dal nulla, erano troppo giovani e soprattutto insegnavano un’arte “finta”.Nelle mie ricerche avevo incontrato ciarlatani, ex maestri di arti marziali che insegnavano tecniche del tutto inventate, perfino un personaggio molto pericoloso considerato “grande maestro” da allievi sparsi in tutta Italia ma che secondo la simbologia taoista potrebbe essere definito un “vampiro”.[3]Leung lo trovai a Parigi. Organizzai subito un istituto, a Roma, con un gruppo di circa cinquanta persone che con minima spesa individuale avrebbero diviso il costo dell'aereo e dell'albergo per la sua venuta mensile. Per il suo insegnamento Leung non voleva soldi. Alla prima lezione illustrò un programma immenso che andava dalle tecniche di respirazione e di visualizzazione più elementari fino alle famose “tecniche dell'immortalità”. La gente era eccitatissima. Il numero degli iscritti era nel frattempo arrivato addirittura ad un centinaio, accorsi da tutta Italia ma anche perché di insegnanti veri di queste discipline non ce ne sono molti e il pubblico degli studiosi lo sa bene. Nelle lezioni successive, però, quando scoprirono che c'era da lavorare e parecchio, il numero dei partecipanti si ridusse di colpo a trenta, e infine dieci. Leung non si scompose, lui in realtà non si aspettava nulla. «Voi occidentali volete solo i “poteri magici”. E per giunta li volete subito», commentò ridendo.
Alla seconda lezione disse alcune cose illuminanti. Spiegò che per padroneggiare il Qi, l'energia interna, occorre imparare a “sentirla”né più né meno di come noi possiamo arrivare a sentire il battito cardiaco. In una seconda fase, occorre imparare a percepire anche le energie della natura, e in questo modo sarà possibile poi armonizzare l’interno con l’esterno rimettendoli in comunicazione.
«Il vero problema è che non sentiamo più nulla» disse.
Qualcuno alzò la mano per protestare. Era un terapista di bioenergetica e voleva sostenere il contrario. Io stesso chiesi spiegazioni. Il maestro ci fissò per un attimo sorridendo.
«Voi credete alle fate, ai folletti, ai draghi?» chiese.
«Ovviamente no» risposi per primo.
«Peccato…» disse.
Fece una pausa, poi continuò.
«Perché, vedete… le fate, i folletti e i draghi esistono».
In sala si alzò un brusio infastidito. Ricordo ancora le facce.
Leung spiegò che un tempo anche noi occidentali eravamo in grado di percepire le energie della natura, così come oggi siamo ancora in grado di percepire le radiazioni del sole. Gli uomini primitivi credevano che queste energie - la corrente di un fiume, il vento, la vita che c'è in una pianta, la carica elettrica che c’è in una nuvola - fossero degli spiriti, addirittura delle divinità, e le raffigurarono con immagini fantasiose. Nell’antica Cina, si credeva che in una nuvola carica di energia statica che passava in cielo ci fosse in realtà un enorme “drago volante”. Da noi, sentendo che gli alberi emettevano una loro forma di energia, gli uomini dell’antichità pensarono che dentro di essi albergassero divinità della foresta, fate, folletti... Poi arrivarono le religioni monoteiste ad insegnarci a ricercare la sorgente di ogni cosa in una sola direzione. La nostra sensibilità si è concentrata tutta nel tentativo di mettersi in contatto con l'unica divinità (che veniva raffigurata in cielo, lontana dalle cose terrene), e questa attività ci ha fatto perdere contatto con la natura e con le cose che ci circondano. Secoli di “attenzione cosciente” rivolta ad una divinità lontana e separata dal mondo terreno (così come abbiamo creduto per tutto il medio evo e fino all’altro ieri) hanno prodotto dei mutamenti fisiologici per cui non sappiamo più captare l’energia delle piante e degli animali. Nemmeno quella dei nostri simili.
«Quando non eravate ancora cattolici o monoteisti, invece, avevate ancora tutti i canali aperti ed eravate perfettamente in grado di captare tutte le radiazioni e tutte le forme di energia intorno a noi. In questo senso, si può dire che le fate, i folletti e i draghi esistano ancora, ma non siamo più in grado di vederli» concluse Leung.
Ci fu un silenzio totale.
Avevamo appena assistito a una lectio magistralis che coniugava antropologia culturale, storia delle religioni, filosofia, e fisiologia, con una semplicità disarmante. Perché Leung poi continuò a spiegare dal punto di vista della medicina tradizionale cinese tutta la questione. Eravamo ammutoliti. Nessuno dei presenti, prima di quel pomeriggio, aveva mai sentito affrontare il tema della differenza fra monoteismo e politeismo in questi termini.
Leung aveva smesso di insegnare deluso dall’atteggiamento più diffuso fra gli occidentali, il desiderio di potere. «A voi interessano soltanto i poteri», ripeteva. Questa sua frase mi diede molto da pensare anche in seguito. Anche se la religione si era sostituita alla magia in epoche remote, restava sempre traccia di questo “strappo” dalla civilizzazione precedente e, sotto sotto, tutti continuavano ad essere affascinati dalle vaghe memorie del “regime” precedente. La nostalgia della magia riaffiorava nella mitizzazione dei santi e dei poteri taumaturgici con i quali erano in grado di guarire o di operare miracoli (non più magie). I santi del pantheon di tutte le religioni monoteiste erano elevati a modelli di riferimento e si sarebbero potute ottenere le loro stesse performance in cambio di una totale sottomissione al credo religioso. Prima, in un’epoca remota, questi poteri erano alla portata di tutti. Lo scandalo del taoismo è che li rende di nuovo disponibili con estrema semplicità, ma proprio di fronte a questo si scatena la cupidigia e la sete di potere repressa dalla religione. La religione non ha mai liberato la gente dall’egoismo. «Voi non siete maturi per queste cose. Non sono nulla. Dovreste dimenticarvele», ripeteva Leung. Ma pochi capivano. Il taoismo è una religione naturale (o della natura) che può far riscoprire il rapporto perduto che un tempo noi avevamo con tutto il creato. I fenomeni che noi definiamo oggi paranormali, che nascevano dallo scambio e dalla comunicazione diretta con le energie della natura, erano in realtà normalissimi perché collocati all’interno di una concezione logica dell’universo. Quanti cattolici o ex cattolici sarebbero in grado di compiere questo paradigm shift, per addentrarsi in una concezione diametralmente opposta alla loro? Nessuno, temo.

Sun, invece, lo incontrai molti anni dopo. Con il suo insegnamento mi dischiuse diverse altre porte nella comprensione del taoismo. Ma c’era una certa differenza con l’approccio scientifico, medico, di Leung: Sun era un praticante del taoismo più antico, di natura esoterica. Non era soltanto un esperto di agopuntura e di Qi Gong, ma anche di Feng Shui[4]e ben presto scoprii che operava anche come esorcista. Per lui, queste ultime due discipline erano collegate fra loro e le volte in cui si recava in una casa per verificarne le condizioni energetiche con il Feng Shui, in molti casi finiva per dover fare un esorcismo per scacciare degli spiriti che lì si erano annidati. Secondo il taoismo più tradizionale, infatti, viviamo in un ambiente che è popolato anche da spiriti non incarnati: anime dei morti in transito, spiriti di animali e demoni di vario genere. Queste presenze, sono attratte dall’energia degli esseri umani e degli ambienti in cui vivono. In alcuni casi si installano nelle loro abitazioni provocando veri e propri cali energetici che rendono la gente più soggetta alle malattie. Nei casi peggiori, invece, accade che siano gli spiriti di animali a installarsi nei corpi delle persone più indifese,[5]cambiandone i comportamenti e consumando la loro energia vitale. Secondo Sun, i casi di possessione da demoni sono i più eclatanti ma anche i più rari fra questi fenomeni: sono molto più frequenti i casi di possessione da spiriti di animali.«I vostri preti hanno perso completamente queste conoscenze e non hanno più la capacità di compiere i riti appropriati e di proteggere nessuno», diceva.
Sun mi spiegava anche che con il cattolicesimo la nostra cultura ha dimenticato perfino come si faccia ad accompagnare i morti nel loro viaggio nell’aldilà, con il risultato che spesso i nostri cari quando muoiono non capiscono dove andare e finiscono per rimanere qui. In molti casi addirittura credono di essere ancora vivi, restano negli ambienti in cui vivevano oppure si raccolgono nelle chiese. Ricordo di avergli chiesto una volta se avesse mai visitato le nostre chiese e che impressioni ne avesse ricavato. Lui mi rispose che, per quanto ricchi di opere d’arte, non gradiva molto quegli ambienti.«Le vostre chiese sono molto fredde» disse, «sono piene di spiriti di morti che non dovrebbero stare lì».Le spiegazioni di Sun avrebbero una certa logica: da quando il cattolicesimo si è imposto come religione universale in Occidente, tutte le tradizioni precedenti sono state cancellate e si è persa la memoria (e conseguentemente anche la pratica) dei riti di passaggio. La conclusione di tutto questo per un taoista è che gli occidentali, e in particolar modo i cattolici, vivono e muoiono contro natura.
Quella mattina, osservando i riti mattutini degli ultimi eredi della filosofia di Lao Zi nei giardinetti di Piazza Vittorio, ripensai alle cose che avevo appreso negli anni dai miei due maestri taoisti e mi resi conto che se non si possiedono strumenti interpretativi adeguati tutto questo può apparire come un mondo di favole. Occorre avere una capacità di “comprensione simbolica”per accedere a quelle conoscenze. Pensai chela religione di Roma ha perso questa capacità e, se mai i suoi testi sacri celassero un livello più profondo di conoscenza, il cattolicesimo si è appiattito sulla loro interpretazione letterale. È diventato, per così dire, una “religione libresca”. Mentre il taoismo e lo Zen propongono una lettura diretta del mondo, il cattolicesimo propone una lettura del mondo mediata attraverso la lettura delle Sacre Scritture. La mediazione della parola scritta, del libro sacro, fra noi e il mondo è l’origine di tutti i problemi, a maggior ragione se questi testi vengono presi alla lettera, senza scorgere un livello più sottile, simbolico.
In conclusione, il taoismo è troppo poco religioso per apparire come un’alternativa ai cattolici in crisi e ancora troppo religioso perché possa attrarre gli atei. È destinato quindi ad avere poco successo, come effettivamente è accaduto nel corso dei secoli. E forse questa è la sua fortuna, pensai tornando a casa.
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[1] Portale con simboli ermetici edificato dal Marchese Massimiliano di Palombara (1614-1680) prima che la regina Cristina di Svezia, con cui condivideva interessi alchemici, si convertisse al cattolicesimo.

[3]Oggi direttore dell'Istituto Superiore per la Ricerca sul Qi Gong presso l'università di Pechino.
[4] Studio geomantico delle energie ambientali, per migliorare le condizioni degli edifici e dei luoghi in cui si vive.
[5] Le condizioni più pericolose in cui possono avvenire casi di possessione da spiriti di animali sono ad esempio il periodo della pubertà nelle adolescenti, oppure gli stati temporanei di debolezza psichica negli adulti.


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giovedì 25 agosto 2011

Kenshin Shijin




Kenshin Shijin

Lo Spadaccino Poeta


Martedì 23 Agosto 2011 in occasione della lezione Seminariale tenutasi al Tora Kan Dōjō Sensei Enrico Salvi, Insegnante di Iai-Dō della Scuola Tai A no Kai di Roma, ha voluto offrire ai praticanti del Tora Kan Dōjō un Harai no Tachi.
Si è trattato dell’esecuzione di forme di Iai-Dō, di origine Shinto, eseguite a scopo propiziatorio con l’intento di liberare lo spazio del Dōjō da influenze negative.
Sensei Enrico ha eseguito dapprima il breve rito dell’Harai no Tachi poi una sequenza di Kata della sua Scuola.
Sulle ali dell’entusiasmo (come lui stesso ha definito) della serata trascorsa insieme, ha scritto l’articolo che segue che siamo onorati di pubblicare sul nostro blog.  

Una breve clip video della dimostrazione di
Sensei Enrico Salvi al Tora Kan Dojo
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«Ancora oggi il Giappone di tradizione Shinto si inchina davanti alla gelida purezza dell’anima della spada. Il fuoco mistico consuma la nostra debolezza, la sacra spada taglia la catena del desiderio. La fenice della divina speranza si erge dalle nostre ceneri; dalla libertà sorge una umanità più elevata».
                                                                                                 Okakura Kakuzo, Il libro del tè.

 
Io credo che sia impossibile negare il contenuto altamente poetico delle parole di Okakura. Poche ed intense parole che riassumono mirabilmente la funzione spirituale della “Spada che da la Vita”, Katsujinken.

Io credo che nel vero Spadaccino, Kenshin, dorma un Poeta, Shijin. E che per svegliare il Poeta dal suo sonno leggero basti una goccia di rugiada su di una foglia, un sussurro di vento fra le rocce, il brillare d’una stella nel blu quasi nero del cielo. Io credo che sia impossibile separare la Poesia dalla Spada. Uno spadaccino che sia soltanto spadaccino non può essere un Gentiluomo, Shi, poiché il suo cuore è arido, e la tecnica, waza, che egli mette in atto non è un’espressione dello Spirito, Shin, ossia un Raggio del Sole spirituale, bensì un movimento “autonomo”, cieco, dunque una nube che offusca questo Sole.


La Natura ci mostra e ci insegna: nel cielo azzurro splende, magnifico, il sole. Ebbene il cuore è il cielo del vero Spadaccino: cielo senza nubi in cui risplende il Sole dello Spirito, che è appunto l’Ispiratore, il Padre dell’Intuizione poetica, Kan. Pertanto, io credo che alla tecnica, waza, corrisponda il verso poetico, shiku. Io credo che nel vero Spadaccino il connubio waza-shiku sia indissolubile, e perciò nulla in lui, assolutamente nulla, sia privo di Poesia: la relazione con se stesso e con il mondo è una relazione poetica, poiché ispirata dal Sole spirituale. La vita del vero Spadaccino è un poema.

 
Io credo che la formula Bun Bu Ryodo indichi perfettamente ciò di cui stiamo parlando: la Doppia Via della Cultura e delle Armi, della Formazione spirituale e dell’Abilità marziale, detta anche, poeticamente, “del Pennello e della Spada”, ci conferma che dal cuore ispirato del vero Spadaccino sbocciano sia il waza che lo shiku.

“ Non torna  due volte queste giorno,
granello di tempo, grande gemma.
Questo giorno non tornerà più.                                    
Ogni minuto è una gemma inestimabile ”

Takuan Soho



Io credo che anche il termine Ko sia molto prezioso. Significando “l’Antico”,  non è forse anch’esso intriso di Poesia? Cose antiche… cose di sempre… affascinanti e intramontabili… cose nuove… Ko è la Via, è l’Antichità sempre fiammante che permea ogni momento della vita, la fiamma che prelude alla nascita della Fenice.

«La Via risiede in ogni aspetto del comportamento e delle attività quotidiane».
                  Yamaga Soko, Shido, La Via del Gentiluomo.

 
     Di conseguenza, io credo che il Keiko, il “rispetto per le Cose antiche”, sia molto di più di un “allenamento”, la cui preziosità è indicata alla perfezione dai versi incisi sulla stele di pietra scoperta a commemorazione della morte dello studioso tradizionale Kitayama Junyu (1902-1962):

« Ripercorrendo anche oggi
la traccia lasciata
dal pennello di un vecchio santo
il mio cuore trova la pace ».


 

 
     Io credo. 






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martedì 16 agosto 2011

Zanshin: Lo Spirito del Gesto





La pratica dello “spirito del gesto” permette che la Via si incarni totalmente nella nostra vita e non sia questione di uno spazio, di un tempo, poiché se rimanesse circoscritta a un luogo, a una postura, a un tempo particolare, allora questa Via sarebbe profondamente limitata e ci limiterebbe nella nostra dimensione di essere umano libero.

Di Patrick Pargnien, monaco zen.

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Zanshin vuol dire letteralmente lo spirito del gesto. Cioè essere in una completa presenza a tutti i gesti, in tutti i momenti della nostra vita e alleggerirsi così del fardello del mentale per comprendere che ad ogni istante della nostra esistenza possiamo vivere una vita risvegliata, libera.
Ciò implica che la via spirituale sia sperimentata ad ogni istante della nostra esistenza per
evitare che essa divenga una tecnica di salute corporale o una tecnica di rilassamento mentale.
Anche se la salute corporale e il rilassamento del mentale sono una delle conseguenze della pratica spirituale, questo non è la pratica in sé.
La pratica dello “spirito del gesto” permette che la Via si incarni totalmente nella nostra vita e non sia questione di uno spazio, di un tempo, poiché se rimanesse circoscritta a un luogo, a una postura, a un tempo particolare, allora questa via sarebbe profondamente limitata e ci limiterebbe nella nostra dimensione di essere umano libero. Ciò implicherebbe l’accontentarsi di applicare una tecnica per risvegliare lo spirito, il che comporterebbe che la liberazione, lo spirito del risveglio sia una condizione a parte, separata dalla realtà umana.
Ora, la posizione dell’insegnamento del Buddha e quindi l’insegnamento dello Zen, è che
fondamentalmente noi siamo tutti e tutte risvegliati, che questa luce silenziosa non ha mai
cessato di brillare.
La migliore immagine è quella del cielo : anche se oggi ci sono delle nuvole, il sole continua a brillare. Esso non ha mai cessato di brillare. Ma le nuvole più o meno spesse, più o meno dense fanno da schermo, da filtro alla sua luce.
Quando le nuvole si dissipano, il sole non appare in quanto “realtà-sole”, appare alla nostra visione. Allo stesso modo il fatto che è scomparso dalla nostra visione non vuol dire che esso sia scomparso in quanto realtà.
La pratica dello “spirito del gesto” tesse questo legame tra la vita quotidiana e la vita spirituale, lo spirito assoluto e il mondo relativo. E ci porta così a vivere ogni momento della nostra vita, della nostra esistenza come un momento di risveglio, di pratica della Via, un momento per lasciare che il cielo si apra, che le nuvole si diradino come la nebbia che si disperde a contatto con il calore della luce del sole.

In uno zendo (luogo di pratica) esistono delle regole, dei modi di spostarsi, di essere, ed è
importante impararli non nel loro aspetto formale, storico o come delle regole esotiche venute a noi dal Giappone ma in modo vivo, come un mezzo abile per allinearci alla verticalità dell’istante presente, per essere completamente presenti a ciò che siamo e smettere di credere che la nostra vita succeda altrove, che sarà meglio altrove, che l’istante dopo sarà più felice.
Qui e ora può essere felice.

La pratica dello “spirito del gesto” ci fa uscire dalla coscienza “fantasma” per essere nel
presente di ogni movimento del corpo, in ogni gesto che si fa. Essa ci permette di abitare i
nostri gesti, poiché è del tutto possibile realizzarli in una bellezza e in un’estetica curata,
sentire un certo godimento nella bellezza del gesto realizzato senza essere in una coscienza abitata. In modo molto concreto e molto semplice, per esempio qui quando siamo in piedi, essere nella sensazione della freschezza e della consistenza del suolo, essere nella sensazione del movimento del corpo, in verità essere al cuore di ogni sensazione restando collegati al mondo che ci circonda.

E’ interessante comprendere e praticare tutti gli atteggiamenti del corpo nello zendo alla luce della Via di Mezzo e cercare di realizzare questa via di equilibrio nel proprio corpo, senza essere né troppo tesi né troppo rilassati in ognuna di queste posizioni. Ciò vale anche quando ci si sposta marcando gli angoli retti, possiamo formare un angolo, essere in un certo rigore restando morbidi.
Quando entriamo nello zendo con il piede sinistro, essere pienamente lì in quel preciso
momento. Non essere appunto in questa coscienza fantasma ma essere lì, nell’azione di
entrare nello zendo con il piede sinistro.
Certamente, possiamo entrare con il piede sinistro restando nel mentale perché è diventato un gesto meccanico. Ma praticare zanshin è appunto non seguire questi gesti in modo meccanico ma essere nello stesso stato di spirito che si ha durante la pratica di zazen, cioè viverli con uno spirito nuovo, vivere l’esperienza per il tramite del corpo, di questi gesti e quindi allinearsi alla novità della vita presente. Noi potremmo anche tradurre zanshin con zazen, mangiare, camminare; entrare con il piede sinistro è zazen, al limite essere presi nei propri pensieri coscientemente e ritornare nel momento presente, pure questo è zazen.
Tutto quello che succede, tutto quello che facciamo nello zendo è la pratica della Via e la
coscienza del corpo può esserne il prezioso veicolo.

Per esempio, possiamo fare gassho (salutare) in modi differenti: spalle sollevate, avambracci abbassati ... Ma se viviamo questo gesto nell’allineamento corporale, le mani giunte, gli avambracci orizzontali, già sul piano corporeo non si crea alcuna tensione. In questa posizione la schiena si verticalizza naturalmente, e uno stato di presenza, di disponibilità può realizzarsi.
In ognuno di questi gesti si può realizzare la Via di Mezzo, così come in tutti quelli che
realizziamo nel quotidiano. Così, quando realizziamo ognuna delle nostre azioni, stando in una presenza centrata, verticale e allo stesso tempo leggera e fluida, si coltiva attraverso il corpo, naturalmente, lo spirito delicato, lo spirito benevolo.
Senza di esso, lo spirito di concentrazione che si ha tendenza a sviluppare nello Zen (ed è
importante), che ci riunisce nella realtà vivente dell’istante, diventerebbe una cristallizzazione; lo spirito di concentrazione che recide le illusioni diventerebbe più duro di una spada di un samurai se gli mancasse la comprensione dello spirito della compassione. E la via spirituale senza lo spirito di compassione è una via arida a cui non resta più che il nome di via spirituale.

D’altra parte, la pratica dello “spirito del gesto” ci porta a comprendere che nella pratica della via, della Via al quotidiano, non ci sono piccole o grandi cose, ciò che è importante e ciò che non lo è.
Questa pratica fa “saltare” tutte queste categorie, c’è solamente la realtà che è qui, ed essere pienamente con essa è ciò che ci permette di realizzare lo spirito del “penetrare” (essere al cuore di) e quindi, di non restare alla periferia della nostra esistenza, della via. Nello spirito della Via tutto ha la sua importanza, la vita spirituale deve integrarsi in tutti gli aspetti della vita.
E’ ciò che mostra la seguente storia:

L’insegnamento di Ikkyu era molto famoso e un monaco che voleva riceverlo era in cammino verso l’eremitaggio di Ikkyu quando si mise a piovere, aprì il suo ombrello e continuò la sua strada.
Una volta arrivato, il monaco chiuse il suo ombrello, tolse le sue scarpe, le mise in fianco alla porta e si presentò da Ikkyu. Lo salutò e gli disse: “Ecco, pratico da molti anni e vorrei diventare tuo discepolo, ricevere il tuo insegnamento.”
Solitamente ci aspettiamo da parte di un maestro domande sull’insegnamento, sulla profondità della propria pratica, su ciò che abbiamo compreso, ma Ikkyu chiese semplicemente; “Da quale lato della porta hai messo il tuo ombrello?”
Il monaco rifletté, infastidito riconobbe: “Non so.”
Ikkyu gli disse: “Torna a vedermi più tardi, non hai compreso niente dello zen.”
“Come, mi mandi via per un errore così piccolo!” dice il monaco.
“Decisamente, non hai compreso nulla della pratica! Non ci sono piccoli errori nello Zen”,
rispose Ikkyu.

Mangiare, dormire, lavorare, camminare per strada, essere in relazione, avere una qualità
d’attenzione a tutto questo, abitare la realtà presente così com’è, è la pratica spirituale della nostra via.
Essere attenti ai gesti che facciamo non vuole dire che bisogna tutto a un tratto mettersi a
vivere al rallentatore, poiché questo sarebbe una concentrazione cristallizzata, una presenza centrata sull’ego. La concentrazione non deve essere dura, rigida, “tesa verso” ma piuttosto distesa, aperta, morbida nel corpo, nello spirito e nel cuore. E realizzare così che la Via è una via di apertura.
Essere concentrato, essere presente non è un modo di fare ma un atteggiamento dello spirito qualunque sia l’azione nella quale siamo.
E’ essenziale che lasciamo irradiare questo corpo-spirito unificato che sperimentiamo nella
pratica di zazen anche fuori dal dojo, ad esempio quando stiamo parlando, quando stiamo
camminando per la strada, quando stiamo mangiando, anche se può sembrare più difficile da realizzare in queste condizioni esteriori.
Ma quando si diventa sempre più presenti all’istante, quando cioè onoriamo questo istante
presente, questa vita presente (poiché il solo luogo nel quale siamo pienamente viventi è
esattamente qui dove siamo), il più semplice dei nostri gesti, la più semplice delle nostre azioni cominciano a impregnarsi di molta più cura, di molto più amore e di molta più gioia,
naturalmente.

Infine, la forma più sottile di zanshin, e la più difficile da realizzare, è quando non c’è più
“nessuno” che agisce. Per esempio, apriamo la porta, c’è una piena coscienza dell’azione che stiamo compiendo, una piena attenzione alle sensazioni presenti, alle percezioni, alle
formazioni mentali dell’istante, ma “io” non viene colto. Non c’è più un “io” che si sta
appropriando dell’azione di aprire la porta, solo una coscienza di ciò che non interviene. Avrete già sperimentato di avere molte cose da fare nella vostra giornata e tutto si svolge senza problema, si concatena. E’ in un certo senso un’esperienza simile; quando il sistema mentale smette di afferrare, smette di fare, smette di voler fare o di non fare, allora lascia il posto all’azione che si realizza.
Cioè non ci sono più intermediari, separazione tra l’intenzione, la  coscienza e l’azione, solo una circolazione fluida, un lasciar fare, una grande fiducia nella vita dell’universo che ci abita.

Comprendere questo nel dojo, nella propria vita, richiede di far ritornare l’attenzione, ancora e ancora. Allora questa piena coscienza, questa piena presenza può prolungarsi, fluire nelle diverse azioni, nei diversi aspetti della nostra vita. E’ la pratica che non ha né inizio né fine, senza spazientirsi, istante dopo istante. E’ in questa presenza che tutte le sofferenze, tutte le inquietudini, tutte le paure perdono la loro influenza e tutta la sensazione di separazione scompare. Allora sopraggiunge la gioia, la gioia tranquilla, semplice, di essere semplicemente qui, in armonia con ogni istante.

Traduzione di Chiara Pandolfi
Tratto da Associazion Bouddhiste Zen d’Europe che ringraziamo:

 
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lunedì 1 agosto 2011

Mantenete Affilata la Vostra Lama


Cosa pensereste di uno spadaccino che non si prende cura della propria lama lasciandola arruginire nel fodero ?
Per il Karateka la sua spada è il suo corpo-mente che vanno mantenuti lucidi e affilati con la pratica quotidiana.
Abbiate cura del vostro corpo, di come lo nutrite, del modo con cui vi nutrite, di come lo rinforzate e mantenete flessibile, di affinare l'armonia del gesto e interiorizzare la tecnica.
Abbiate cura della vostra mente, rimanete centrati nel momento presente.
Usate il pensiero non siate usati da esso.
Approfondite le infinite possibilità di mente-corpo unificati.
Mantenete lucida ed affilata la vostra lama !

Taigō




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