martedì 5 gennaio 2021

Un Fiore nel Vuoto

Pubblichiamo l'estratto di un Insegnamento offerto da Taigô Kônin Sensei durante la Pratica Zen.


"Senza torbidità nell'acqua della mente

la luna chiara in essa si riflette

e anche le onde vi si infrangono 

trasformandosi in luce." 

Dōgen Zenji 

La luna chiara della mente è la postura di Zazen; è la mente dello Zazen che nella quiete del corpo e della mente unificati, nella postura e nel respiro, si rischiara e lascia depositare il fango delle illusioni, dei pensieri confusi. La mente, che è dietro il tumulto dei pensieri, la mente dello Zazen, 'Hishiryo', chiara si riflette. 

I pensieri sorgono tumultuosi, appaiono e scompaiono come le onde del mare, come bolle sull'acqua, impermanenti, fugaci, inconsistenti: onde che, attraversando il riflesso della luna, sono attraversate dalla sua luce e diventano luce. Così altrettanto nel sedere in Zazen, la nostra mente illusa, le miriadi di pensieri, si infrangono sulla postura e sono trasformati in Illuminazione, in Risveglio. 

Il fine in Zazen non è 'non pensare', il problema non sono i pensieri che sorgono, il problema è il radicarsi nella postura al punto che i pensieri attraversando la consapevolezza della postura ne vengono illuminati. Attraverso la luce della postura noi illuminiamo le nostre illusioni, gettiamo un fascio di consapevolezza sulle nostre illusioni e possiamo veder sorgere tutto quello che ci attraversa abitualmente e che abitualmente non vediamo, tutto quello che condiziona le nostre scelte, le nostre idee.

Dobbiamo essere consapevoli che aldilà di questa Mente Originale, 'Hishiryo', di questa Mente Cosmica che pervade ogni cosa, tutto il resto è condizionato dalle nostre esperienze, dall’educazione, dalle paure ... non abbiamo quasi mai un pensiero originale. Non c'è un pensiero che noi possiamo pensare davvero nostro, un pensiero ‘originale', a meno che, sedendo in Zazen, non riusciamo a toccare questa mente profonda ed intuitiva. 

Ecco perché sedendo dobbiamo spazzare via ogni altro obiettivo, ogni altro 'motivo' della nostra azione che non sia quello di essere pienamente la postura di Zazen. Ogni obiettivo ci allontana dall'autenticità, e questo accade anche in ogni altra azione che non sia quella che il momento richiede in base alla qualità morale che noi riconosciamo in tutto quello che incontriamo. 



Dobbiamo percepire lo sguardo che il mondo ha su di noi. Tutto ci guarda; il vento ci guarda, il freddo ci guarda, le montagne, i fiumi... Quando sediamo in Zazen ci apriamo a questo sguardo. Come possiamo rimanere indifferenti in mezzo a questo turbamento cosmico? 

La nostra azione deve essere accurata, dobbiamo essere presenti; lo Zazen è la più alta espressione di questo atteggiamento risvegliato. 

Dobbiamo continuare costantemente ad interrogarci ed interrogare lo Zazen, non sederci come per abitudine. Ogni volta che sediamo dobbiamo porci di fronte al Koan, che rappresenta la postura di Zazen; non vi accontentate di un'esperienza superficiale ed approssimativa. 

Ogni volta che sedete, anche dopo venti o trent'anni, esplorate la postura di Zazen come fosse la prima volta, cercate di comprenderne a fondo il significato e tutti i significati che ogni volta appaiono. 

Ogni volta che sedendo i piedi verso l'alto, vi affrancate dalla necessità di muovervi verso qualcosa, vi affrancate dal rincorrere o il fuggire e vi affrancate dal tempo che consuma. 

Ogni volta incrociamo le gambe al punto che non sappiamo più distinguere destra e sinistra, altrettanto quando si uniscono le mani nel Mudra Hokkai-join, la destra si confonde con la sinistra e sono unite in un gesto di accoglienza. E quanto abbiamo da studiare e da penetrare in questi gesti, nel complesso della postura! 

Cosa vuol dire tenere la schiena dritta? Non è così scontato aver compreso cosa significhi, non si tratta di tenersi su come dei pali, non ha niente a che vedere con lo stare diritti come un manico di scopa; ecco perché si inizia Zazen dopo aver fatto questo profondo inspiro e questo profondo espiro, si oscilla a destra e sinistra esplorando nell’oscillazione per trovare il centro, la verticale, e deve essere il punto in cui tutto è in equilibrio, a tal punto che i muscoli sono chiamati ad intervenire col minor sforzo possibile. 

E' la struttura di tutto il corpo fondata sull'appoggio dato dall'incrocio delle gambe che rimane eretta perché è perfettamente in equilibrio e si crea una condizione tale che si riflette immediatamente nella mente e nel nostro sistema nervoso profondo. Percepiamo istantaneamente, inconsciamente, questo grande equilibrio, questo perfetto allineamento con la verticale, questo radicamento con la terra; non è così scontato ed ogni volta va esplorato, ogni volta va affinato. Non fate l'errore di pensare di aver capito tutto, non c'è niente da capire, niente che possa essere compreso una volta per tutte, è un'esplorazione continua giorno dopo giorno. 

E' questo che rende lo Zazen avvincente... chi non siede in Zazen non può capire cosa intendo dire.

Possiamo sembrare pazzi nel dire che lo Zazen è assolutamente avvincente, molto più di qualsiasi film di azione. Io lo trovo estremamente avvincente, non mi annoio mai in Zazen; mi posso annoiare davanti alla televisione ma nella postura di Zazen non mi annoio mai perché non incontro mai qualcosa che ho già visto e sperimentato prima. 

Questo profondo respiro che facciamo all'inizio, detto Ikken Isshoku, è molto importante perché è come se imprimesse un nuovo ritmo alla respirazione, in particolare l'espirazione deve scendere verso l'addome profondamente, come un palla pesante che spinge verso il basso il respiro.  Non è mai uguale, anche il nostro respiro cambia continuamente di momento in momento ed è influenzato ed influenza il pensiero e le emozioni, e tornando al respiro e spingendolo giù verso l'addome ancora un volta ci instauriamo in questo centro solido, quieto, stabile; immediatamente questo si riflette sulla nostra mente, sul nostro spirito. 

Sedendo in Zazen possiamo comprendere che ogni momento che ci è concesso in questa forma umana è un fiore che sboccia nel vuoto, un fiore nel cielo, appare e scompare.


La vita come la morte, sono un fiore nel cielo, un fiore nel vuoto. Dobbiamo studiare costantemente il tempo della nostra presenza. 

In che modo possiamo coltivare, apprezzare e prenderci cura di questo fiore che sboccia di momento in momento? 

Questo sarà l'ultimo Zazen insieme di quest'anno. Un anno impegnativo che ci ha tolto molto ma che ci ha anche offerto molto.

Spesso nel toglierci qualcosa, un'occasione ci permette di scoprire altre risorse, altre direzioni verso cui volgere il nostro sguardo e ci scuote dall'abitudine che è una delle più pericolose malattie. 

Vi esorto e mi esorto a guardare a quest'anno che è trascorso con profonda compassione e anche con riconoscenza. So che vi sto chiedendo qualcosa di molto difficile ed impegnativo perché abbiamo provato paura, rabbia, disorientamento... ma se in questo momento noi riusciamo a recuperare la nostra compassione questo ci permetterà di guardare all'esperienza che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo come ad un'opportunità, per poter guardare alla nostra vita e rinnovare il nostro sguardo su di essa, allora non sarà un'occasione persa... 

In ogni cosa che accade abbiamo nel viverla solo due possibilità: quella di lamentarci e maledire il destino e quella invece di guardare con fiducia cercando di cogliere l'opportunità che ogni occasione offre. 

E noi come praticanti di Zazen dobbiamo davvero fare tesoro ed imparare da questa esperienza. Ci sta insegnando e gridando nelle orecchie tutte le belle teorie che ci raccontiamo nello Zen, riguardo l'Impermanenza, riguardo al 'non sé', riguardo l'Interdipendenza... allora a cosa è servito studiare ed approfondire questi principi se adesso che appaiono così evidenti davanti ai nostri occhi ci rifiutiamo di guardarli direttamente e di accoglierli nella nostra vita?  

Quest'anno ci ha offerto tanti doni:  la prima visita di Dainin Sensei al Tora Kan Dōjō, la nostra partecipazione alle Sesshin in particolare alla splendida Sesshin di Assisi, l'occasione di riunirci con i nostri cuori ai cuori del Sangha de La Montagna Senza Cima... 


Io provo profonda gratitudine per questo anno che sta finendo. 

Nonostante tutte le difficoltà che abbiamo e stiamo ancora attraversando credo che ci stia offrendo un tesoro, e sta a noi non distogliere lo sguardo per paura o per pigrizia; è proprio il momento di mettere a frutto quello che abbiamo coltivato con la nostra Pratica in questi anni. 

D'altronde la storia dello Zen è stata scritta dal sangue di uomini che erano capaci di abbandonare tutto, di ritirarsi tra le montagne, di attraversare continenti per cercare il loro maestro, di abbandonare ogni attaccamento... basta scorrere i nomi dei Patriarchi che recitiamo durante i nostri riti e conoscere un po' le loro storie, e di fronte a questi esempi dovremmo provare vergogna per la nostra pigrizia e per le nostre esitazioni. 

Adesso, in conclusione del nostro Zazen, reciteremo il Sutra del Cuore, e vi prego di farlo con partecipazione, con vigore, con commozione, che ci muova dal profondo, perché questo canto possa essere un canto di ringraziamento e di benedizione, di buon auspicio per tutte le esistenze, per chi in questo momento è in difficolta, per chi sta soffrendo e perché ognuno possa davvero trovare ispirazione nel nuovo anno che arriva, per far fiorire la propria vita di momento in momento, in questo vuoto in cui ogni forma appare e scompare e nella sua fugacità trova tutta la sua ricchezza.


© Tora Kan Dōjō

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