venerdì 8 maggio 2020

Esprimere la Natura di Buddha

Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen.


Un Monaco si reca dal suo Maestro in una serata estiva. 
Il Maestro sta sventolandosi con il ventaglio, l’allievo chiede al Maestro:
Maestro, la Natura del vento è ovunque, è onnipervasiva?
Il Maestro non risponde e continua a sventolarsi.

Dōgen Zenji commenta questo episodio che diventa una chiara definizione di quello che sia la Pratica Zen: il vento, che è la Natura di Buddha, è onnipervasiva, è ovunque, il Maestro dimostra all’allievo che senza sventolarsi la Natura di Buddha non può esplicitarsi.
La Natura di Buddha è ovunque, ognuno di noi è Natura di Buddha.Dōgen Zenji su questo è stato molto preciso e ha detto: 
Non è che la Natura di Buddha è in ognuno, 
ognuno E’ la Natura di Buddha. 
Ma se non pratichiamo, la Natura di Buddha non si esprime attraverso di noi.” …  
Ecco il senso dello sventolarsi pur essendo la natura del vento onnipervasiva.
Una volta il mio Maestro disse: “ Quando svolgete qualsiasi altra attività durante la Sesshin, durante la Pratica nel monastero, considerate ogni altra attività tempo rubato allo Zazen…
E con questo, con ogni probabilità, intendeva dire, continuate a fare Zazen in ogni altra attività … fate in modo che il vostro Zazen continui in ogni altra vostra attività...

Riusciamo noi a vedere lo Zazen nell’attività? Siamo in grado? Oppure appena ci alziamo dallo zafu pensiamo che la Pratica sia terminata e ci rivedremo alla prossima occasione? Questo è il punto nodale, la chiave di volta di tutta la nostra Pratica.
Come fare in modo che dal momento in cui ci alziamo dallo zafu, lo Zazen continui ad operare nelle nostre vite, che la Natura di Buddha continui ad esprimersi proprio nel ‘come’ viviamo? Nella Pratica del Dōjō, in una Sesshin, questo è molto evidente. Con un po’ di esperienza e sensibilità percepiamo chiaramente come  diventa semplice esprimere la nostra Natura di Buddha.
Ma come portare fuori di qui questa capacità di esplicitare la nostra più autentica natura? Questa profonda saggezza che lo Zazen ci indica?
Non ci sono molte indicazioni che né io né altri insegnanti possiamo dare:  
Ognuno di noi deve trovare la chiave, è il nostro Koan, quello che Dōgen Zenji definisce ‘Genjō Koan’; la domanda che la vita quotidiana ci pone di momento in momento.
Come rispondere ad ognuna di queste domande attraverso la saggezza dello Zazen? 
Questo è  il nostro compito, il nostro Genjō Koan.



Come esprimerlo?  
Di grande aiuto sono le Gatha, i brevi Sutra che recitiamo prima dei gesti quotidiani: prima di lavarci, prima di mangiare… Raccogliamo la mente e ricordiamo a noi stessi che quel gesto è universale e non è relegato solo ad un piccolo spazio della nostra intimità in cui ci prendiamo cura di noi stessi, è anche questo ma non solo questo, allora queste strofe, queste riflessioni, ci aiutano a riportare alla nostra consapevolezza che ogni azione è Genjō Koan, ogni nostra azione è universale ed esprime la Natura di Buddha.
Sono principi apparentemente molto semplici che lo Zazen, il Kinhin, ogni altra esperienza del Dōjō c’insegnano, e proprio perché sono semplici li diamo per scontati e dimentichiamo di portarli con noi. Invece dovremmo rammemorare costantemente la nostra esperienza sullo zafu.
In Zazen rimaniamo ben diritti, fermi, attenti alla postura, consapevoli del nostro corpo e sensazioni, delle percezioni, dei nostri pensieri … e stiamo lì al centro di tutto questo. E questo può avvenire in ogni momento: quando stiamo parliamo con qualcuno, quando stiamo guidando, quando beviamo un tè.

Oggi ho saputo che è morto il Maestro che ha insegnato a molti di noi a cucire il Kesa: Echu Kyuma Roshi, discepolo di Sawaki Roshi, che per dieci anni di seguito è venuto a Fudenji ad insegnarci a cucire il Kesa nel metodo tradizionale. Tant’è che a Fudenji si conserva gelosamente questa sapienza antica che si è persa anche in Giappone in buona parte.
Così ho potuto cucire il mio Kesa con le mie mani, devo dire con grande fatica e poca capacità, ma è stato un privilegio enorme, veramente qualcosa di straordinario e di trasformativo.

Il Kesa di Taigō Sensei 
In Giappone cucire il proprio Kesa è visto come qualcosa di scandaloso; è un Kesa rivoluzionario, è il Kesa di Sawaki Roshi, è un Kesa anarchico, fuori dalle regole.
Fa una gran differenza un Kesa cucito con le proprie mani e un Kesa comprato già allestito quando lo s’indossa. Conservo gelosamente il mio Kesa che è logoro, lo indosso da 17 anni. I laccetti si stanno sfibrando e prima o poi si strapperanno. E’ il solo Abito di cui ho davvero bisogno e che mi veste davvero. Un solo abito che nel momento dell’Ordinazione mi è stato Trasmesso, dalle mani del Buddha alle mie, per il tramite delle mani del Maestro che mi ha Ordinato. Abito di nuvole e acqua, Abito di libertà.
Vestiamo questo Abito, il Kesa, per non vestire più nessun altro Abito. Nessun ‘abito mentale’, nessun condizionamento e conformismo. È l’abito della libertà, della libertà assoluta.
Indossando questo abito, durante l’Ordinazione, l’officiante ricorda agli ordinandi che nel momento in cui indosseranno il Kesa e saranno ordinati monaci non dovranno più rispondere né a imperatori, né a re. Non ci sarà per loro nessuna autorità oltre quella del Dharma del Buddha alla quale devono rispetto e devozione.
E’ per questo che i veri religiosi sono personaggi scomodi, perché non rispondono a nessuna autorità al di fuori della propria coscienza in armonia col Dharma.
Per questo sono stati sempre perseguiti, quando c’è stato qualche regime dittatoriale, le prime comunità che venivano perseguite erano quelle monastiche… quindi godiamo di un grande privilegio oggi a poterci sedere liberamente.  Arrivare al Dōjō e sederci senza doverlo fare di nascosto a rischio della vita. È una cosa che dovremmo ricordare costantemente, dobbiamo considerarci davvero dei privilegiati.
Tornando ad Echu Kyuma Roshi, era un esperto di  Daigū Ryōkan, del quale ci ha parlato a lungo. Ryōkan, un grande monaco poeta che si auto attribuì il soprannome ‘Daigū’ che vuol dire ‘Grande Pazzo’.Girava per le strade per raccogliere l’elemosina nella sua ciotola e portava nella maniche delle palle di stoffa per giocare con i bambini, e regolarmente dimenticava di fare la questua, si perdeva nel gioco con i bambini…
il grande pazzo!
E’ proprio quella sana follia che dovremmo ritrovare … 
quella che ci fa essere dimentichi nel gioco della vita e non prendere tutto così seriamente.





© Tora Kan Dōjō





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