mercoledì 18 marzo 2020

Niente da fare

Niente da fare: questa la Suprema Verità e la Disciplina.
È sul fare che occorre focalizzare l’attenzione: un fare che si accorga, ci si augura, della propria accidentalità e marginalità. Un fare che accetti, almeno ogni tanto, di togliersi di torno; che tolga il suo sipario per lasciar vedere (vedere!) il Niente da fare.
Fare vuol dire pensare e muoversi. Pensare è fare. Muoversi è fare. Non è difficile ammettere che (a)normalmente siamo tutti indaffarati, tutti presi da e in quanto c’è da fare: non c’è un lasso di tempo che consideri il non fare, cioè il non pensare e il non muoversi. Anzi il niente da fare ci sembra assurdo. Invece il pensare ed il muoversi ci fanno sentire vivi. Viviamo perché facciamo. Per vivere dobbiamo fare. Se non facciamo ci sentiamo a disagio. «E adesso che faccio?». Ignari che proprio quell’«adesso» è il nucleo della Suprema Verità e della Disciplina, ci lasciamo preoccupare dal «che faccio?», preoccupazione che è anch’essa un fare: addirittura un fare che si preoccupa di fare, anzi di dover fare, di dover pensare, di dover muoversi.
Il non fare, ossia il non pensare e il non muoversi, è sentito come un limite quasi mortale: «se non penso che faccio?», «se non mi muovo che faccio?». Insomma, sembra che non si possa vivere senza fare qualcosa. Anzi, che il vivere coincida con il fare. Ci si sente vivi in quanto si fa, cioè in quanto si pensa e ci si muove, in quanto si è indaffarati.
Il pensare è un movimento della mente al quale si aggiunge il muoversi del corpo. Così corpo e mente sono sempre movimentati, ma anche, spesso per non dire sempre, agitati. L’accidentalità/marginalità del fare coinvolge la mente e il corpo, precludendo loro l’«adesso», che è l’attimo vuoto in cui non accade niente, e proprio per esso e in esso può accadere tutto, e senza che esso ne rimanga minimamente condizionato: coinvolto sì, ma non condizionato.
L’agitazione del fare, cioè del pensare e del muoversi, ci distrae dall’adesso, dall’hic et nunc, dal centro. È come se, più o meno affannosamente, tracciassimo in continuazione cerchi senza mai accorgerci che lo possiamo fare grazie al centro che rende possibile ogni cerchio (ogni pensiero e ogni azione) proprio perché esso, il centro, l’attimo vuoto,  è fermo, non fa niente. 
Se il niente da fare, il centro, non è tenuto presente, o creduto, o sospettato, o ricordato, o intuito quale conditio sine qua non del fare, si resterà smarriti nel fare, cioè nel pensare e nel muoversi. Senza una seppur minima e approssimativa consapevolezza del centro, il nostro fare resta immancabilmente perimetrale, un insensato tracciare cerchi senza centro.
Si può comprendere, a questo punto, perché il Niente da fare, oltre la Suprema Verità, costituisca anche la Disciplina consistente nel fermarsi, nel riposarsi del corpo e della mente onde ritrovare se stessi, onde staccarsi dalla marginalità del pensare e dell’agire e tornare al Centro, all’Attimo vuoto ed immobile, al Silenzio, al Niente da fare.


SEDENDO ET QUIESCENDO
ANIMA EFFICITUR SAPIENS
ovvero
SEDENDO E RIPOSANDO
L’ANIMA DIVENTA SAGGIA
Aristotele, De anima


GETTA VIA L’IO E TACI:


ALLORA IN TE PERMARRÀ LA CHIAREZZA DIVINA.
CHI CAPISCE PROFONDAMENTE IL SILENZIO E L’IMMOBILITÀ
COMPRENDERÀ LA TRAMA ESSENZIALE DELLA VIA.

Chuang-tze XIII, 36.


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