venerdì 29 novembre 2019

Il Valore del Rito

Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen.
Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.

Ultimamente, tra le varie tendenze che ci sono nel diffondere lo Zen in Occidente, c’è quella di epurare la Pratica da ogni aspetto rituale.
Cerchiamo sempre di adattare la realtà alla nostra comprensione, alle nostre abitudini, alle nostre idiosincrasie, ai nostri condizionamenti, ai nostri pregiudizi, per renderci la vita facile. Ma la Pratica non ha niente a che vedere con il rendersi la vita facile, nemmeno renderla più difficile ovviamente, ma la Pratica, specie agli inizi, scuote le nostre abitudini costringendoci ad abbandonare la nostra ‘comfort zone’.
Una delle esperienze più significative della Pratica è proprio l’esperienza del rito che ha un impatto molto forte sul praticante.
Il significato e valore del rito sono spesso completamente fraintesi e l’insegnante in cerca di consenso (pericolosa attitudine per chi si pone nel ruolo di insegnante), invece di fare lo sforzo di far comprendere e vivere  ai propri allievi  il senso e l’efficacia profondi del rito, preferisce aggirare ogni difficoltà eliminando l’aspetto rituale e in tal modo ‘anestetizzando’ la Pratica.
Non a caso uso il termine ‘anestetizzare’.
Il rito è una performance estetica che coinvolge tutti i sensi e in una società sempre più anestetizzata il rito non trova più spazio.
“Rito” dal sanscrito rtàm può essere reso con ‘Ordine’, è ordine nell’azione ed è nell’azione che da sempre i cuori degli uomini si incontrano.
Non nelle filosofie, non nelle teorie e libri sacri, è nell’azione che i cuori si incontrano. 
Ecco perché la vera Pratica è innanzitutto azione e non speculazione.

E’ oggi molto più probabile che si ritrovi lo spirito religioso lavorando insieme in un campo piuttosto che riunendosi passivamente in una chiesa. Quando si lavora insieme e ci si confronta con le leggi della natura, con gli elementi del tempo e dello spazio, con i suoi ritmi, e ci si confronta con la vita e con la morte, si vive profondamente, inconsciamente, il senso profondo del gesto rituale e dello spirito religioso.
Coltivare la terra è un rito molto profondo. Se osservate la vita di un contadino non è altro che la ripetizione di gesti rituali dall’alba al tramonto, gesti che hanno un ordine legato a leggi universali.
Il rito non trova più spazio in una civiltà anestetizzata che interpreta il lavoro e l’azione come delle noie necessarie al raggiungimento dello stipendio a fine mese da spendere per lo più in direzioni insensate.
Il rito invece è proprio unire i cuori nell’azione: corpo-mente unificati.
Un’azione che trascende le limitate e spesso illusorie necessità umane.
Niente a che vedere con l’andare in chiesa la domenica da spettatori annoiati.
Senza una vera e sincera partecipazione non esiste alcun rito e si contamina il proprio cuore anziché purificarlo.
Se partecipate con sincerità, con il corpo-mente unificati, ai semplici riti del Dōjō, constaterete che il corpo è chiamato a muoversi all’unisono con quello degli altri.
Si è costretti ad uscire dal proprio isolamento, dalla distrazione.
Al suono della campana risponde  istantaneamente il nostro inchino tanto che diventa difficile riconoscere se sia l’inchino a seguire il suono della campana o se la campana sia chiamata al suono dalla vibrazione dell’inchino.
Offriamo un incenso, la nostra mano lo posa ben diritto nell’incensiere preparato con cura, il Dōan suona la campana, l’Assemblea s’inchina e l’alchimia si compie, il mio gesto si connette indissolubilmente al gesto degli altri, impossibile separarli.
In questa comunione di gesti, c’è un’ assoluta comunione di cuori che permette di accedere a profondi significati, ai quali da soli sarebbe difficile, quando non impossibile, accedere.
Si è uniti e aperti di fronte al mistero.
Quello che celebriamo è un mistero al quale ci affidiamo completamente.
Allora il sacro si manifesta sul nostro fiducioso cammino.
Qualcuno ieri mi scriveva preoccupato perché ha saputo che in questi giorni un tifone si sta abbattendo proprio sulla rotta che percorrerò dopodomani per andare ad Okinawa, mi esortava a non partire. Ma io mi reco ad Okinawa in risposta ad un invito del mio Maestro e  accettato l’invito del proprio Maestro non possiamo più tirarci indietro, qualunque cosa accada. E’ davvero questione di vita o di morte.
Quando viaggio in aereo sono costretto ad affidarmi e non ho alcuna possibilità di controllare e di gestire quello che accadrà se non in misura irrilevante. Il risultato che questo provoca in me è un profondo rilassamento. 
Questo rilassamento che viene dall’affidarci è quello che dovremmo riprodurre anche nella nostra vita quotidiana, imparare ad affidarci completamente perché c’è una forza più grande di noi che ci sostiene e ci tiene in vita, ci sostiene a prescindere dalla nostra volontà o capacità, intelligenza e stupidità e via dicendo … 
Ed è questo affidarsi che noi viviamo attraverso il rito.
Impariamo ad affidarci, a lasciarci guidare, ad abbandonarci all’ordine dell’azione comune che nel Dōjō può essere l’inchino di cinque persone ma che diventa un’azione che coinvolge l’universo intero.
Non c’è nessun’azione che sia isolata, ogni nostro gesto, ogni nostro pensiero, ogni nostra decisione coinvolge ogni cosa e produce effetti che vanno ben oltre la nostra capacità di comprensione e previsione.
Affidarsi alla vita è la cosa più importante da imparare, ed è quello che innanzitutto ci insegna lo Zazen.
Siamo pieni di paure perché non sappiamo affidarci.
Una fede profonda scaturisce spontaneamente sedendo in Zazen, celebrando quello che il Maestro Deshimaru definiva ‘il più alto dei riti’.

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