mercoledì 19 giugno 2019

Il Ciò di Basho.


Articolo ricevuto dal Maestro di Spada Giapponese Enrico Salvi


«Non cercate di seguire le orme degli antichi saggi; cercate ciò che essi hanno cercato».
Matsuo Basho

Ciò: dal latino ECCE HOC, ecco questo.

Ecce, ecco, è “avverbio che dimostra persona o cosa che ad un tratto sopravvenga o apparisca sia allo sguardo, sia alla mente, e serve a richiamare sopra di essa l’attenzione altrui” (etimo.it).

Hoc, questo, è “pronome dimostrativo, che serve a designare persona o cosa prossima a chi parla” (etimo.it)

Ma, dopo tale svisceramento etimologico, il Ciò, l’Ecce Hoc che gli antichi saggi hanno cercato non sopravviene, non appare, non si fa prossimo! 

Gli antichi saggi ci hanno lasciato le loro orme, vale a dire la testimonianza del loro pensiero intorno al Ciò che cercavano, ma che essi lo abbiano trovato o meno è per noi del tutto indifferente, poiché in ogni caso il loro pensiero resta periferico all’indescrivibile Ciò. Di fatto, ogni pensiero costituisce una forma a cui il Ciò è irriducibile: il pensiero non è il Ciò perché il Ciò è infinitamente oltre il pensiero.

Scontato, al riguardo, il riferimento al famoso proverbio forse di origine cinese: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”, ossia: mentre il saggio comunica il suo pensiero intorno al Ciò, lo stolto scambia il pensiero del saggio per il Ciò.

Finché non viene spogliato del sontuoso abito dell’importanza e rivestito dell’umile saio della contingenza, tutto (tutto!) quello che pensiamo intralcia la scoperta del Ciò. Ogni pensiero che non sia cosciente della propria insufficienza di fronte al Ciò, della propria inadeguatezza a raggiungerlo, diventa il muro che separa dal Ciò.

È quindi necessario constatare ogni giorno se con la mente ci stiamo agitando vanamente, abbacinati dall’importanza di quel che pensiamo e noncuranti della sua contingenza. E prezioso, al termine di ogni giornata, risulta il chiedersi quanti pensieri hanno distratto la nostra mente dal Ciò; quante volte abbiamo lasciato che il pensiero si sovrapponesse al Ciò.

Impossibile procedere sulla Via senza tale introspezione che ci tenga, per così dire, aggiornati sulla situazione. Seppur illusoriamente, senza tale auto-esame il pensiero usurpa il trono del Ciò.

Anche lo Iai, l’Arte della Spada giapponese, è orientata verso il Ciò nel superamento del pensiero. Il kenshi, lo spadaccino, immune dall’importanza del pensiero (e dell’azione), e perciò consapevole della sua contingenza, della sua accidentalità, è veramente al centro (mannaka) d’ogni situazione e delle sue variazioni: al variare della situazione egli resta con l’Invariabile Ciò (Fudo) trascendendo il pensiero che si presenta incessante e auto-referente come vittoria o sconfitta, ragione o torto, conveniente o sconveniente, piacevole o spiacevole, giusto o sbagliato, e, al vertice, come shoji no mayoi: l’errore-illusione di vita e morte.

«Goshū andò dal maestro zen Yuie e gli disse: “Ho praticato lo Zen per molti anni, ma non ho avuto successo. Ti prego, dammi qualche consiglio”. Yuie rispose: “Non ci sono trucchi per praticare lo Zen. È solo questione di liberarsi della nascita e della morte”. Goshū domandò: “Come ci si può liberare della nascita e della morte?”. Alzando la voce, Yuie rispose: “Ogni tuo pensiero passeggero è nascita e morte”. A queste parole, Goshū ebbe un'illuminazione e si sentì come se si fosse liberato di un enorme peso». Thomas Cleary , Scherzi zen


© Tora Kan Dōjō



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