domenica 30 giugno 2019

Insegnare l'umanità



"Caro professore,

sono un sopravvissuto di un campo di concentramento.I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici ben formati, lattanti uccisi da infermiere provette, donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università.
Diffido – quindi – dell’istruzione.
La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.
La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani."

(Anniek Cojean, Les memoirès de la shoah)

Per ricordare, come affermava il compianto Maestro Barioli, che la conoscenza e l'istruzione se non sono fondate e costruite su un principio morale sono un'arma pericolosissima che può essere utilizzata senza scrupoli da idioti (che possono facilmente essere laureati e ben istruiti) o criminali.

Con incisiva ironia Barioli diceva (vado a memoria):

"Se voi insegnate a vostro figlio a fare dei perfetti buchi utilizzando alla perfezione il trapano ma insieme a questo non gli insegnate un principio morale, se un giorno, il pargolo si trastullerà facendo un buco nel cranio della nonna che dorme sul divano, voi non potrete dire nulla, solo controllare se il buco è fatto bene..."

Taigō Sensei


© Tora Kan Dōjō






mercoledì 26 giugno 2019

Tendere la mano è essere uno.




Se il vostro amico sta cadendo, lo prendete al volo;
In quel momento non siete più voi che prendete o l'altro che è preso, ma siete uniti nella coscienza di un momento in cui non esiste una coscienza di chi sostiene e di chi è sostenuto.

Se voi vi dite :" Ah sta cadendo adesso lo prendo", è già troppo tardi, sarà già caduto.
La risposta arriva prima del pensiero e lo squilibrio di uno è lo squilibrio dell'altro allora, la mano si tende senza esitazione perchè non è più la tua mano...

Questo vale per ogni relazione in ogni momento, con ogni cosa.

Taigō Sensei



© Tora Kan Dōjō





sabato 22 giugno 2019

Cavalcare la Vita


Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Taigō presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. 
Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.



La Pratica nel Dōjō ha anche come effetto il rivitalizzare una sensibilità ed un intuito primordiali, arcaici.
Le forme adottate nel Dōjō costringono, se adeguatamente adottate, a pensare con il corpo… 
Pensare con il corpo non significa dissociare la mente, significa che mente e corpo si muovo all’unisono, senza più alcuna distanza tra loro.
L’analisi della situazione che mette in atto la mente sulla base della sua esperienza è filtrata e raffinata dall’ascolto attraverso il corpo.
Il corpo percepisce immediatamente spazi, distanze, ritmi, tempi ed energie… 
e se la mente è presente, attenta e unificata con il corpo, immediatamente queste informazioni vengono elaborate e il risultato sarà un’azione immediata, intuitiva.
Ecco perché nel Dōjō, quando si è di servizio, quando si agisce, durante il Samu, si richiede sempre di essere piuttosto rapidi (che non significa affrettati), senza troppi calcoli … perché si impari più ad intuire che a calcolare.
Ci hanno insegnato che dobbiamo riflettere, calcolare, valutare e poi, agire.
Una convinzione che deriva dalla scissione che in Occidente si è operata tra la mente e il corpo. Dalla convinzione, totalmente errata, che la comprensione della mente può fare a meno dell’intuizione del corpo.
Corpo-mente unificati possiedono una saggezza profonda che non è solo derivante dalla nostra esperienza ma che ereditiamo con il nostro dna … un istinto animale.
L’animale nasce già con certi istinti connaturati, l’uomo in breve tempo a causa dei condizionamenti derivanti dallo stile di vita, dall’educazione… vede il suo istinto ottuso, smussato, se non addirittura annichilito.
Una volta acquisita questa sensibilità nel Dōjō, dovremmo essere in grado di applicarla ovunque, in ogni luogo e situazione. Si tratta di un linguaggio universale, di una capacità di  orientamento, di muoversi nello spazio, nel tempo, nella relazione universale che nel Dōjō viene estremamente affinato.
L’attenzione alla postura e al respiro che esercitiamo in Zazen devono accompagnare costantemente ogni gesto quotidiano.
Anche nel modo di utilizzare l’energia lo Zazen ci deve essere di guida;  

in Zazen siamo rilassati ma allo stesso tempo tonici, estremamente vigili e presenti, pur essendo all’apparenza immobili siamo impegnati in un’azione totale, estremamente dinamica.
Mi piace molto il paragone con il cavalcare: se andate a cavallo e siete troppo rigidi, se non entrate in sintonia con il ritmo ed il movimento dell’animale, sarà molto impegnativo, faticoso e doloroso per entrambi.
Ed è spesso quello che accade nella nostra vita, non siamo in sintonia con le situazioni, con il loro ritmo e allora rimbalziamo duramente come sulla sella di un cavallo senza armonizzarci con il loro ‘movimento’.
Ma se pur essendo rilassati, saremo vigili, dinamici ed energici, proprio come richiede il cavalcare, ci sarà forza ma anche gentilezza, delicatezza, energia e fermezza…
Essere rilassati e nello stesso tempo tonici e forti... sono tutte qualità che se guardate bene esercitiamo in Zazen.
Lo Zazen insegna a ‘cavalcare’ il momento, ‘cavalcare la vita’, che non ha a che vedere con il dominio ma con l’entrare in armonia.
Cavallo e cavaliere diventano una cosa sola, noi e la vita diveniamo uno.






© Tora Kan Dōjō





mercoledì 19 giugno 2019

Il Ciò di Basho.


Articolo ricevuto dal Maestro di Spada Giapponese Enrico Salvi


«Non cercate di seguire le orme degli antichi saggi; cercate ciò che essi hanno cercato».
Matsuo Basho

Ciò: dal latino ECCE HOC, ecco questo.

Ecce, ecco, è “avverbio che dimostra persona o cosa che ad un tratto sopravvenga o apparisca sia allo sguardo, sia alla mente, e serve a richiamare sopra di essa l’attenzione altrui” (etimo.it).

Hoc, questo, è “pronome dimostrativo, che serve a designare persona o cosa prossima a chi parla” (etimo.it)

Ma, dopo tale svisceramento etimologico, il Ciò, l’Ecce Hoc che gli antichi saggi hanno cercato non sopravviene, non appare, non si fa prossimo! 

Gli antichi saggi ci hanno lasciato le loro orme, vale a dire la testimonianza del loro pensiero intorno al Ciò che cercavano, ma che essi lo abbiano trovato o meno è per noi del tutto indifferente, poiché in ogni caso il loro pensiero resta periferico all’indescrivibile Ciò. Di fatto, ogni pensiero costituisce una forma a cui il Ciò è irriducibile: il pensiero non è il Ciò perché il Ciò è infinitamente oltre il pensiero.

Scontato, al riguardo, il riferimento al famoso proverbio forse di origine cinese: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”, ossia: mentre il saggio comunica il suo pensiero intorno al Ciò, lo stolto scambia il pensiero del saggio per il Ciò.

Finché non viene spogliato del sontuoso abito dell’importanza e rivestito dell’umile saio della contingenza, tutto (tutto!) quello che pensiamo intralcia la scoperta del Ciò. Ogni pensiero che non sia cosciente della propria insufficienza di fronte al Ciò, della propria inadeguatezza a raggiungerlo, diventa il muro che separa dal Ciò.

È quindi necessario constatare ogni giorno se con la mente ci stiamo agitando vanamente, abbacinati dall’importanza di quel che pensiamo e noncuranti della sua contingenza. E prezioso, al termine di ogni giornata, risulta il chiedersi quanti pensieri hanno distratto la nostra mente dal Ciò; quante volte abbiamo lasciato che il pensiero si sovrapponesse al Ciò.

Impossibile procedere sulla Via senza tale introspezione che ci tenga, per così dire, aggiornati sulla situazione. Seppur illusoriamente, senza tale auto-esame il pensiero usurpa il trono del Ciò.

Anche lo Iai, l’Arte della Spada giapponese, è orientata verso il Ciò nel superamento del pensiero. Il kenshi, lo spadaccino, immune dall’importanza del pensiero (e dell’azione), e perciò consapevole della sua contingenza, della sua accidentalità, è veramente al centro (mannaka) d’ogni situazione e delle sue variazioni: al variare della situazione egli resta con l’Invariabile Ciò (Fudo) trascendendo il pensiero che si presenta incessante e auto-referente come vittoria o sconfitta, ragione o torto, conveniente o sconveniente, piacevole o spiacevole, giusto o sbagliato, e, al vertice, come shoji no mayoi: l’errore-illusione di vita e morte.

«Goshū andò dal maestro zen Yuie e gli disse: “Ho praticato lo Zen per molti anni, ma non ho avuto successo. Ti prego, dammi qualche consiglio”. Yuie rispose: “Non ci sono trucchi per praticare lo Zen. È solo questione di liberarsi della nascita e della morte”. Goshū domandò: “Come ci si può liberare della nascita e della morte?”. Alzando la voce, Yuie rispose: “Ogni tuo pensiero passeggero è nascita e morte”. A queste parole, Goshū ebbe un'illuminazione e si sentì come se si fosse liberato di un enorme peso». Thomas Cleary , Scherzi zen


© Tora Kan Dōjō



mercoledì 12 giugno 2019

L'illusione del sostare nell'ignoranza

Da La Saggezza Immutabile di Takuan Sōhō (Maestro Zen 1573 / 1645) celebre per gli scritti religiosi, per i versi, per le calligrafie, fu anche consigliere Spirituale dell'Imperatore Gomizuno , dello Shogun Tokugawa Iemitsu e del Maestro di Spada Yagyu Munenori, al quale questo libro è indirizzato.
Il termine ignoranza indica l’assenza di illuminazione. E, cioè, illusione.
Il luogo di sosta indica il luogo ove ci si ferma: si dice che nella pratica della Via di Buddha vi siano cinquantadue di questi luoghi, e il punto tra questi cinquantadue in cui la mente si ferma su una sola cosa viene chiamato “luogo di sosta”. “Sostare” significa che la mente è trattenuta da qualcosa, una qualsiasi cosa.
Usando il linguaggio della nostra arte marziale, quando a un colpo d’occhio ti accorgi della spada che si sta muovendo per colpirti, se pensi di incontrare la spada dove la vedi, la tua mente si fisserà proprio in quel punto, i movimenti del braccio perderanno il giusto coordinamento e tu verrai colpito. Ecco cosa vuol dire “sostare”.
Anche quando vedi la spada che si muove per colpirti, se la tua mente non si fa trattenere da essa, ma la metti all’unisono col ritmo della spada che avanza, se impedisci che nella tua mente penetrino pensieri o giudizi sul colpire l’avversario, se nel momento stesso in cui vedi la spada alzarsi la tua mente non ne è trattenuta e tu avanzi verso di lei e ti unisci ad essa, allora potrai afferrare la spada che stava per abbatterti, anzi sarà la spada che abbatterà il tuo avversario.
Nello Zen questo si chiama “Afferrare la punta della lancia”, ovvero “Trafiggere l’uomo che era venuto per trafiggerti”. La lancia è un’arma. Il senso centrale della spada che strappi al tuo avversario e che diventa la spada che lo abbatte è quello che tu, nel tuo linguaggio, chiami mu-to (“non spada”).
Sia che il colpo provenga da davanti, da sinistra o da destra, se trattieni la tua mente su un qualsiasi obiettivo, che sia l’uomo o la spada che colpisce, la postura o il ritmo, tutte le tue azioni vacilleranno, e questo può significare che verrai colpito.
Se rivolgi la tua mente al tuo avversario, questa sarà catturata da lui, e se la rivolgi dentro il tuo corpo sarà catturata da te stesso.
Concentrarsi sul proprio corpo è qualcosa che si apprende solo all’inizio della propria pratica, quando si è principianti.
Se rivolgi la tua mente alla spada che ti colpisce, la mente sarà catturata dalla spada. Se metti la mente nel ritmo del combattimento, anch’esso può catturarlo. Se la dirigi invece verso la tua spada, sarà catturata da essa. Se la tua mente si ferma in un luogo qualsiasi, perderai il controllo dei tuoi movimenti. Sicuramente ti verranno in mente tanti esempi di situazioni similari in cui ti sei trovato. Si può dire che tali esempi valgano anche per la Via del Buddha.
Nella Via di Buddha chiamiamo questo sostare della mente illusione. Allora diciamo: “l’illusione del sostare nell’ignoranza”.


da La Saggezza Immutabile (la Via della Spada secondo lo Zen)  -Takuan Sōhō - il Cerchio Iniziative Editoriali.



© Tora Kan Dōjō


domenica 9 giugno 2019

Il Bambino e le stelle marine



"Dopo una tempesta terribile scoppiata in mare, gli abitanti del luogo assistettero ad un fenomeno straordinario: la spiaggia era costellata da migliaia di macchioline rosa. 
Le onde e l’alta marea avevano scaraventato sulla spiaggia tantissime stelle marine che adesso agonizzavano sotto il sole già alto. 
Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Tutti stavano a guardare meravigliati. 
D’un tratto un bambino che era venuto insieme al padre, gli lasciò la mano, tolse le scarpe e le calze e corse sulla spiaggia. 
Si chinò, raccolse alcune piccole stelle del mare e correndo le portò nell’acqua. 
Poi tornò indietro e ripeté l’operazione. 
Dalla balaustra, un uomo lo chiamò: «Ma che fai, ragazzino?» 
«Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia» rispose il bambino senza smettere di correre. 
«Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvarle tutte» – gridò l’uomo. «E sai quanto è lunga la costa?! Non puoi cambiare le cose!». 
Il bambino sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: «Ho cambiato le cose per questa qui».

Testo tratto dal Web 


© Tora Kan Dōjō







giovedì 6 giugno 2019

L'Amore senza barriere




L’amore non ha bisogno di essere riconosciuto: non ha bisogno di riconoscimenti, di certificati, di qualcuno che lo assapori.
Il riconoscimento dell’altro è accidentale, non è essenziale all’amore; l’amore continuerà a fluire. Anche se nessuno lo assapora, se nessuno lo riconosce, se nessuno si sente felice, deliziato per causa sua, l’amore continua a fluire, perché nel fluire stesso c’è una gioia, una beatitudine immensa.

Nel fluire stesso… quando la tua energia fluisce…
Sei seduto in una stanza vuota e l’energia fluisce e riempie la stanza del tuo amore; non c’è nessuno –le pareti non diranno «grazie» –nessuno che lo riconosca, nessuno che lo assapori, ma questo non ha alcuna importanza. La tua energia che si libera, che scorre… ti senti felice.

Il fiore è felice quando la sua fragranza si diffonde nel vento, anche se il vento ne è inconsapevole.
E infine chiedi: E tu chi saresti senza discepoli che ti amano? Io sono quello che sono. Che i discepoli ci siano o no, è indifferente; io non dipendo da voi. E tutto il mio sforzo qui tende a fare sì che anche voi diventiate indipendenti da me. Sono qui per darvi libertà. Non voglio imporvi alcunché, non voglio menomarvi in alcun modo; voglio solo che siate voi stessi. E il giorno in cui sarete indipendenti da me, allora mi amerete veramente… non prima.

Io vi amo, non posso farne a meno. Il punto non è se io vi possa amare o no, semplicemente vi amo. Se voi non foste qui, questo auditorium sarebbe pieno del mio amore; non farebbe alcuna differenza. Questi alberi, questi uccelli continuerebbero a ricevere il mio amore. E anche se tutti gli alberi e tutti gli uccelli scomparissero, non farebbe alcuna differenza; l’amore fluirebbe comunque. L’amore è, quindi fluisce. L’amore è un’energia dinamica, non può essere statico. Se qualcuno vi attinge, bene. Se nessuno partecipa, va bene lo stesso.

Cosa disse Dio a Mosè… lo ricordate? Quando Mosè incontrò Dio, naturalmente Dio gli diede dei messaggi da portare alla sua gente. Mosè era un vero ebreo, e chiese: «Signore, ti prego dimmi il tuo nome! Chiederanno: “Chi ti ha dato questi messaggi?”. Chiederanno il nome di Dio, quindi dimmi: come ti chiami?». E Dio disse: «Io sono colui che sono. Va’ dalla tua gente e di’ loro che “io sono colui che sono” ha detto questo. È un messaggio che viene da “io sono colui che sono”». Sembra assurdo, ma è incredibilmente significativo: io sono colui che sono. Dio non ha nome, nessuna definizione, solo essere.


Osho
Tratto da ‘Con te o senza di te’ ed.Mondadori


© Tora Kan Dōjō




domenica 2 giugno 2019

Shuichi Aragaki Sensei


Intervista condotta per Dragon Times da Toshihiro Oshiro 
Traduzione inglese di Haruko Chamber
Traduzione italiana di Paolo Taigō Spongia




Shuichi Aragaki Sensei
Dragon Times: Sensei, perché per la prima volta si recò a praticare in un Dōjō  di Karate?

Shuichi Aragaki: Mio nonno Aragaki Ryuko era stato insegnante di Karate di Chojun Miyagi quando era un bambino di circa dieci anni

Dragon Times: Davvero ?!? 

Shuichi Aragaki: Si! Chojun Sensei era così dotato che mio nonno lo portò ad allenarsi con Kanryo Sensei. 

Dragon Times: Quanti anni aveva in quel momento ? 

Shuichi Aragaki: Aveva tra i 10 e i 12 anni. La famiglia Miyagi era vicina di casa di mio nonno così Chojun Sensei passava molto tempo con lui praticando Karate. Mio nonno gli insegnò come colpire di pugno, tecniche di base come questa. Nonno era circa 13 anni più grande di Chojun Sensei. Mi ha raccontato che un giorno Chojun Sensei gli chiese di indossare i suoi geta (ciabatte in legno tradizionali, n.d.t.) perché egli si stava recando a combattere con qualcuno in strada. Disse a mio nonno:"Nasconditi e osservami, se perdo fuggi via". Nonno comprese che il ragazzo aveva bisogno di un Maestro severo per controllarlo così lo portò a praticare con Kanryo Higaonna Sensei. Poi la mia famiglia si trasferì a Taiwan e perse i contatti con Chojun Sensei. Dopo la guerra tornammo ad Okinawa e si ristabilirono i contatti. Il suo Dōjō era in Tsuboya (pochi isolati dal Dōjō di Higaonna Sensei, n.d.t.) e nonno mi portò da Chojun Sensei e io divenni un suo allievo al Giardino Dōjō. E' così che è iniziata la mia pratica del Karate. 

Dragon Times: Così ha avuto un importante contatto con Chojun Sensei

Shuichi Aragaki: Non personalmente, non allora, ma avevo sentito così tanti racconti su Chojun Sensei da mio nonno. In quel periodo Chojun Sensei rifiutava di accettare nuovi allievi, insegnava solo ad An'ichi Miyagi, ma mi accettò a causa di mio nonno. 

Dragon Times: Quando accadde questo? 

Shuichi Aragaki: Nel 1951. Io ero un insegnante di scuola elementare. Lavoravo durante il giorno e la sera andavo a casa di Miyagi sensei per praticare. Ci aspettava sempre nell'angolo del Dōjō sedendo in seiza. Così anche se un giorno non mi sentivo di andare, dovevo proprio, perché Lui ci stava aspettando tutte le sere. Non ci fece mai pagare nulla per l'allenamento.
Nakamura Sensei e Spongia Sensei cenano con Aragaki Sensei nella sua casa.
Okinawa 2004

Dragon Times: Doveva essere duro per il suo insegnante. 

Shuichi Aragaki: Riceveva uno stipendio per insegnare alla polizia così non dovette mai far pagare gli allievi. 

Dragon Times: E' duro per un allievo avere un tale debito di riconoscenza. 

Shuichi Aragaki: Bene, due volte all'anno alla festa di O Bon e per il Nuovo Anno come era usanza gli portavamo dei regali. Ed ogni giorno arrivavamo alle cinque in punto per tagliare la legna, portare l'acqua dal pozzo e lavorare nel giardino prima di iniziare l'allenamento alle 6. Così contribuivamo con il nostro lavoro a Chojun Sensei. Dopo la guerra la vita si fece sempre più dura e ognuno era povero. 


An'ichi Miyagi, Shuichi Aragaki Sensei
Dragon Times: Solo due allievi dunque, Lei e An’ichi Miyagi

Shuichi Aragaki: Esatto. 

Dragon Times: Ho sentito dire che Chojun Miyagi e Choki Motobu hanno avuto un combattimento. E' così? 

Shuichi Aragaki: Bene, l'ho sentito anch'io, ma è meglio non fare commenti su tali argomenti. Entrambi sono stati grandi uomini del Karate così per rispetto nei loro confronti non voglio dire nulla. 

Dragon Times: Ai vecchi tempi questi combattimenti erano piuttosto frequenti non è vero? 

Shuichi Aragaki: Ai vecchi tempi, sì. L'altro giorno ho sentito dire dal direttore di una scuola elementare che in Koto Oyama, a Shuri, c'erano sempre persone pronte ad accettare sfide per combattere. Sai, kakedameshi. A Naha, al cimitero, potevi sempre trovare qualcuno con cui mettere alla prova la tua abilità. Anche quando camminavi per strada e vedevi qualcuno camminare verso di te che dava l'impressione di essere forte o aveva dei modi sgarbati potevi sfidarlo al kakedameshi. Non era una vera e propria lite o un confronto veramente serio si trattava piuttosto di un test di abilità. Se sfidavi qualcuno molto più forte o più debole,potevi ritirarti. Se incontravi qualcuno alla tua portata potevi combattere. Era raro che qualcuno si facesse male seriamente. 

Dragon Times: Si dice che ai vecchi tempi in Okinawa non si praticasse il Kumite nel Dōjō.

Shuichi Aragaki: No, si praticava nel Dōjō e anche fuori. Quando lasciavi il Dōjō dovevi stare attento perché c'erano persone in giro pronte a iniziare un combattimento con gli allievi del Dōjō per verificare quanto fossero abili. Dovevi evitare i vicoli non illuminati nel tornare a casa ed essere sempre all'erta per essere sicuro che nessuno ti seguisse. 


Miyagi Sensei 

Dragon Times: Ho sentito persone dire che Miyagi Sensei era un gentiluomo. Altri dire che faceva paura. Qual è la sua personale esperienza in merito? 

Shuichi Aragaki: Infatti Miyagi Sensei metteva veramente paura, era terrificante. Non potevo avvicinarmi a Lui, aveva una tale aura. Quando praticava Karate i suoi occhi ardevano in un bagliore ed emanavano potenza. Era un bushi (guerriero-gentiluomo, appellativo usato ad Okinawa per i grandi maestri di karate, da non confondere con il termine usato in Giappone per definire il Samurai. N.d.t.), il suo sguardo intimidiva. Quando mi parlava mi fissava coi suoi occhi e io mi impaurivo. Era come un serpente che fissava un topo, non potevo muovermi quando mi guardava. Comunque nella sua vita familiare era un uomo dolce e gentile. Durante la pratica era molto duro e ci dava delle sberle (…slap us, n.d.t.) perché quando ti si spiega qualcosa durante l'allenamento lo puoi dimenticare, ma se sei colpito ricorderai per sempre. Temevo così tanto le sue sberle. I miei senpai mi hanno raccontato che ai vecchi tempi se facevi una domanda ti ignorava. Comunque quando io mi allenavo al suo Dōjō Lui era più anziano e disponibile. Se facevamo una domanda ci spiegava dettagliatamente, così penso di essere stato molto fortunato ad allenarmi con Lui in quel periodo. 

Dragon Times: Come allenava i suoi allievi Miyagi Sensei

Shuichi Aragaki: Il giardino di Chojun Sensei era il suo Dōjō. Era piccolo ma c'erano enormi pietre. Ci diceva, spostate quella pietra qui, poi, spostatela là, poi rimettetela a posto. Ho pulito la casa ed il giardino per tre mesi prima di poter iniziare ad allenarmi. Se ci penso ora comprendo che mi stava mettendo alla prova per vedere se fossi sufficientemente motivato e serio verso la pratica. Naturalmente in quel periodo c'era solo un allievo, An'ichi Miyagi. L'unica ragione per la quale Chojun Sensei mi accettò come allievo era a causa della relazione che aveva con mio nonno...

Dragon Times: Miyagi Sensei praticava Sanchin a quel tempo? 



Shuichi Aragaki: Ci testava con lo shime. Noi indossavamo soltanto dei pantaloncini non il karate gi, e ci colpiva sulle spalle, sul corpo, le gambe, ovunque. Grazie a ciò la nostra tecnica migliorò e i nostri corpi si rinforzarono. 

Dragon Times: Cosa ci racconta circa gli altri Kata? 

Shuichi Aragaki: Studiavamo il Gekki sai dai ichi, Saifa, Seiyunchin, Shisochin e Sesan in quest'ordine. La maggior parte del tempo ci allenavamo al condizionamento e potenziamento usando i chi'ishi, sashi, kongo ken e il makiwara. Molto tempo era dedicato a questo perché eravamo giovani. Come risultato, anche alla mia età posso ancora fare le stesse cose dei giovani. 

Dragon Times: Come la sua pratica con Miyagi Sensei ha cambiato la sua vita? 

Shuichi Aragaki: Cambiò non appena cominciai ad andare al Dōjō di Miyagi Sensei. Ho dedicato me stesso al Karate. Sebbene lavorassi durante il giorno e praticassi soltanto la notte, anche mentre lavoravo ero costantemente concentrato sul Karate ed ero enormemente influenzato da esso. Il Karate mi ha reso paziente, e mi ha donato una salute robusta. Ho quasi settant'anni ora ma, da quando ho iniziato ad andare al Dōjō di Chojun Sensei non è passato giorno nella mia vita in cui io non abbia pensato profondamente al Karate. Un mio Senpai disse che la pratica del Karate termina quando muori. Hai terminato quando ti mettono nella bara. 

Dragon Times: E' cambiato il Goju-Ryu dopo la morte di Miyagi

Shuichi Aragaki: Un mese prima della morte di Miyagi Sensei io partìì per andare a studiare a Tokyo. L'anno seguente tornai ad Okinawa e poi di nuovo tornai a Tokyo. Potevo vedere che l'allenamento nel continente cambiava continuamente (Aragaki sensei si riferisce al Goju-Ryu praticato in Giappone, n.d.t.). 

Dragon Times: Mentre ad Okinawa? 

Shuichi Aragaki: Non così tanto. 

Dragon Times: Potrebbe paragonare il Goju-Ryu di Morio Higaonna Sensei con quel che ha imparato da Chojun Miyagi Sensei quando era giovane? 

Shuichi Aragaki: E' identico. Si allena con i chi'ishi, sashi, allenamento alla potenza di base proprio come me. Questa è la sua politica. Usa i chi'ishi, sashi, e il makiwara proprio come facevo io quando mi allenavo con Miyagi Sensei. L'allenamento al makiwara è molto importante. Ai vecchi tempi sviluppavamo la nostra forza praticando hojo undo, colpendo il makiwara, e studiando i kata molto seriamente. Persone come Morio Sensei e io stesso portiamo avanti questa tradizione. 


Dragon Times: Sensei, grazie per il suo tempo, siamo stati felici di parlare con lei.




Spongia Sensei con Aragaki Sensei, Okinawa 1998




© Tora Kan Dōjō