domenica 27 gennaio 2019

Ricostruire se stessi

Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Paolo Taigō Spongia presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.

Sono molto felice di vedervi tutti presenti nel Dōjō questa mattina all'alba è una cosa molto importante, per tutti noi.
La tendenza oggi è quella di promuovere uno Zen solitario, fai da te, che si può vendere on-line, ma in realtà l’essenza della Pratica Zen non può essere trovata al di fuori della condivisione.
Non esiste uno “Zen fai da te”, non esiste un’esperienza Zen che si può vivere in modo egoistico e solitario, una sorta di ‘autoerotismo spirituale’ come l’aveva definito Papa Ratzinger.
Bisogna stringersi gli uni agli altri, contaminarsi con gli altri.
Bisogna uscire dal proprio isolamento, dal proprio essere autoreferenziali, dal proprio egoismo, dall’arroganza del pensiero che si può bastare a sé stessi.
A tutti noi piace pensare che questi difetti non ci appartengano, ma quando entriamo nel Dōjō ci accorgiamo immediatamente di quanto siamo rozzi, presuntuosi, pieni di pregiudizi, di rigidità e condizionamenti… e prendere coscienza di questo è veramente il primo passo sulla Via, il primo passo della Pratica.
E’ una constatazione dolorosa di fronte alla quale si è portati a reagire con la fuga.
Pasto formale ad Eiheiji
Non sono molti quelli che hanno il coraggio e la determinazione sufficienti per rimanere di fronte all’immagine del  loro vero volto che nel Dōjō si riflette in ogni oggetto che utilizziamo, in ogni sguardo o gesto dei compagni di pratica, in ogni esortazione dell’insegnante.
Non fuggire e accettare di restare di fronte all’immagine riflessa di noi stessi è l’unico vero modo per conoscersi davvero, profondamente, e per scoprire che ci sono offerte altre possibilità, altre prospettive, al di là dei condizionamenti e della paura che ci hanno guidato fino ad oggi.
La condivisione è fondamentale. E’ respirare insieme, prenderci cura insieme del luogo che ci ospita, mangiare insieme, esprimere parole di gratitudine recitando Sutra insieme, si tratta di un nutrimento fondamentale per lo spirito.
Penso che in ogni pratica cosiddetta religiosa o spirituale sia assolutamente necessaria la condivisione; diffidate di chi promuove una pratica  solitaria e autoreferenziale, di chi vuole convincervi che potete praticare lo Zen isolandovi ‘comodamente’ nelle vostre abitudini e rassicuranti certezze.
Allo stesso tempo questa esigenza primaria di condivisione richiede una grande capacità critica, perché come ho tante volte ripetuto, il riunirsi può anche diventare un modo per confortarsi a vicenda rinforzando le proprie illusioni invece di essere occasione di liberazione, è facile riunirsi solo in cerca di un conforto momentaneo, di conferme ai propri pregiudizi e questo è molto pericoloso.
Conduce nella direzione diametralmente opposta alla Liberazione verso la quale ci guida il Dharma di Buddha.
Si trasforma in quella follia o stupidità di gruppo dalla quale mette continuamente in guarda Sawaki Roshi e che fa gioco alle cosiddette ‘guide spirituali’ poco oneste e in cerca di autoaffermazione.
La vera esperienza religiosa, la vera Pratica, inizia nel momento in cui sentiamo la necessità impellente di condividere e di offrire ad altri quello che stiamo ricevendo, la necessità di condividere la nostra pienezza. Non può essere soltanto una ricerca di conforto e di sostegno personale come compensazione di una mancanza, se si riduce a questo non si tratta di una Pratica religiosa e spirituale, è qualcos’altro.
Sedere insieme in silenzio, muoversi in sintonia, respirare insieme avendo cura di sostenere gli altri senza essere di disturbo, l’incoraggiare gli altri senza essere invadenti, sviluppa una sensibilità e una delicatezza d’animo che sono molto rari oggi, molto preziosi proprio perché rari.
Il Dōjō è un luogo in cui ci si ri-educa ad una sensibilità e consapevolezza profonda.
Assumere responsabilità nel Dōjō , prendersi cura degli altri con attenzione, concentrazione, sicurezza; questo tipo di approccio alla Pratica, alla vita del Dōjō, trasforma la nostra vita… non può essere altrimenti.
E dev’essere un ritrovarsi gioioso ad ogni occasione di Pratica.

Samu (lavoro manuale) Monastero Zen Fudenji,1999
Per quanto la Pratica possa essere in alcune occasioni severa, rigorosa, anche dura, ci deve essere un fondo di entusiasmo gioioso quando ci si incontra per praticare.
Si deve incontrare una comunità di buoni amici, di fratelli, che condividono un cammino comune, entusiasticamente e gioiosamente condiviso.
Come i primi frati-amici che si riunirono attorno a Francesco d’Assisi nel ricostruire mattone su mattone la chiesetta diroccata.
Cantando, scherzando, elemosinando pietre, condividevano tutto mentre lavoravano duramente per ricostruire la Porziuncola e con essa ricostruire sé stessi.




© Tora Kan Dōjō








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