domenica 9 dicembre 2018

Senza arrendersi alla pioggia Ita/Eng




Senza arrendersi alla pioggia

Non lo vince la pioggia
Non lo vince il vento
Non lo vince la neve, o la calura dell’estate
Ha un corpo forte
Non ha desideri
Non perde mai la calma
Ride sempre di un sorriso tranquillo
Ogni giorno mangia quattro scodelle di riso bruno, del miso e un po’ di verdure
In tutte le cose, non tiene in considerazione se stesso
Osserva attento, ascolta, capisce
E non dimentica
Vive in una piccola capanna dal tetto d’erba, all’ombra di un bosco di pini nelle campagne
Se ad est c’è un bimbo malato, va a curarlo
Se a ovest c’è una madre stanca, va a sorreggere il suo covone di riso
Se a sud c’è qualcuno vicino alla morte, gli va a dire che non serve aver paura
Se a nord c’è una lite o una disputa legale, esclama: smettetela con tali sciocchezze
In tempo di siccità versa le sue lacrime
Se l’estate è fredda va in giro dandosene pensiero
Tutti dicono che è una testa vuota
Nessuno lo elogia
E nessuno è preoccupato per causa sua

Questa è la persona
Che io voglio diventare

Miyazawa Kenji

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Ame ni mo makezu
Kaze ni mo makezu
Yuki ni mo natsu no atsusa ni mo makezu
Jōbu na karada wo mochi
Yoku wa naku
Kesshite ikarazu
Itsu mo shizuka ni waratte iru
Ichi nichi ni genmai yon gō to
Miso to sukoshi no yasai wo tabe
Arayuru koto wo
Jibun wo kanjō ni irezu ni
Yoku mikiki shi wakari
Soshite wasurezu
Nohara no matsu no hayashi no kage no
Chiisa na kayabuki no koya ni ite
Higashi ni byōki no kodomo areba
Itte kanbyō shite yari
Nishi ni tsukareta haha areba
Itte sono ine no taba wo oi
Minami ni shinisō na hito areba
Itte kowagaranakute mo ii to ii
Kita ni kenka ya soshō ga areba
Tsumaranai kara yamero to ii
Hideri no toki wa namida wo nagashi
Samusa no natsu wa oro-oro aruki
Minna ni deku-no-bō to yobare
Homerare mo sezu
Ku ni mo sarezu
Sō iu mono ni
Watashi wa naritai

Miyazawa Kenji


© Tora Kan Dōjō








mercoledì 5 dicembre 2018

Un solo rintocco


Capita spesso che debba prendere su con me l'indispensabile e andare a camminare da sola per un po' senza sapere dove e perché. 
Anche perché un perché non c'è ma un dove sì. 

È un 'rituale' che mi piace. Ieri ad esempio, passeggiavo per il parco vicino casa; in lontananza un papà e due bambini che giocavano a nascondino, gli alberi cullati dal vento estivo, il canto delle cicale, l'erba ben curata, e poi c'ero io.

Tutto, i colori, il profumo fresco dell'erba, le risa lontane dei bimbi, i miei piedi orrendi che mi perseguitano, tutto mi riportava a qualcosa di già vissuto... un déjà vu, si dice così! 

Ho speso metà del tempo della mia passeggiata a cercare un ricordo di un ricordo piacevole? Sì... e non l'ho trovato. 
A trovarmi, o forse è più consono dire, a salvarmi da quel vortice di tenera ricerca è stato il suono improvviso di una campana... un solo rintocco, chiaro, limpido e così vicino a me.
Stop... 
L'istinto è stato quello di capire da dove provenisse, ma poco prima, poco prima di ricercarlo con gli occhi e la mente, le mie orecchie e il mio cuore hanno assistito ad un senso di unione profonda, oso dire alla terra che mi ospitava in quel momento. Quel tocco così tondo e semplice mi ha riportato qui, nel tutto. 
Allora il rintocco di una campana assume il significato di "Unità" che va aldilà di ogni pensiero razionale. 
Mentre la mente cerca un perché, il cuore lo comprende e lo realizza nel presente. 
La mente usa la memoria ma un cuore puro l'annienta. 
Mentre la mente trova un motivo ''in più'' per vivere, il cuore sta dicendo: "Nasci e muori ad ogni istante, ogni battito è ultimo. Sei già vivo, sei già morto." 
Ecco, il tocco della campana che ha accompagnato il mio passo, non aveva più provenienza, né nome di una religione, e poco importa da chi sia scaturito, da un monaco cristiano, da un monaco buddista... 
È un suono universale che unisce tutti in egual misura, senza distinzioni... 
E se ascolto bene a fondo dentro di me la sento ancora risuonare come una benedizione.
Da un ricordo nasce così un altro ricordo che spero però di poter presto dimenticare.


Monica De Marchi 


© Tora Kan Dōjō
www.iogkf.it





domenica 2 dicembre 2018

Zazen, un pensiero libero

Pubblichiamo un estratto da una lezione tenuta da Sensei Paolo Taigō Spongia presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto durante la lettura.

Uno dei princìpi più importanti che ci insegna lo Zazen è l’inconsistenza, l’insostanzialità del nostro pensiero.
Ci mostra come il nostro pensiero, come qualsiasi altro fenomeno, sia in continua trasformazione, come non abbia una sostanza stabile, immutabile e come sia condizionato da mille fattori (educazione, ambiente, stato di salute, fattori chimici…).
Se facciamo tesoro di questo prezioso insegnamento impareremo che è sbagliato e pericoloso attaccarsi a delle ideologie, a convinzioni ferme… impareremo a rimanere aperti e disponibili. Disponibili a sovrascrivere costantemente il nostro pensiero a seconda di come la realtà si manifesta. 
Un pensiero, un’idea o progetto d’azione che è valido ed efficace qui ed ora, in questo momento, può avere un effetto disastroso in un altro momento.
Qualcuno ha detto che l’ideologia, ovvero la fissità del pensiero, è una sorta di cecità volontaria.
Ci afferriamo ad un’ideologia perché non vogliamo vedere e accettare una realtà che è in continua trasformazione.
Non riusciamo ad accettare che la realtà non abbia alcun appiglio fisso che possa rassicurarci.
E’ un altro modo di innescare quella sofferenza di cui parlava il Buddha che deriva dall’attaccamento, dalla ricerca di qualcosa di solido e immutabile perchè in realtà, nulla è immutabile tantomeno i nostri processi mentali che sono condizionati e straordinariamente mutevoli.

L’attaccarsi alle proprie convinzioni è un modo per fuggire dalle responsabilità che la vita ci mette di fronte scombinando costantemente i nostri piani.
Qualcuno affermava: ‘la vita è quel che ti accade mentre stai facendo altri progetti’, e allora ci si attacca ad un’ideologia, a delle convinzioni perchè ci sentiamo rassicurati.

Ma questo conduce a sofferenza e fallimento.
Dovremmo essere capaci di  sovrascrivere costantemente il nostro pensiero.
Poter cambiare opinione da un’ora all’altra, e non per una forma di volubilità, ma perché le condizioni sono cambiate, perché abbiamo visto o percepito qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa che ci chiama urgentemente in un’altra direzione.
Questo può creare disorientamento e disappunto in chi ci circonda perché non hanno più nulla a cui aggrapparsi, perché non sanno in che direzione decideremo di andare.

Ci vorrebbero invece ben inscatolati in un percorso predefinito e prevedibile.
Non dovremmo mai dare per scontato il pensiero di un’altra persona.
Così come non dovremmo considerare le nostre ideologie come la nostra identità.
Abbandonare l’ego significa anche questo.
Non attaccarsi al proprio pensiero consolidando quell’identità fittizia che la società e noi stessi ci siamo imposti.
Lasciar fluire il pensiero, pensare col corpo, perchè il pensiero del corpo raggiunge profondità inimmaginabili.
Questa flessibilità dell’azione e del pensiero permette di adattarsi alle circostanze, di cambiare direzione e strategia istantaneamente e questo è fondamentale nell’arte del combattimento che studiamo.
Bisogna essere pronti a cambiare immediatamente la nostra azione e di conseguenza il nostro pensiero con il mutare delle circostanze.
Questo non significa che non dobbiamo avere un orientamento, dei princìpi.
E’ come navigare orientandosi con le stelle, ci si orienta e si tende ad una direzione ma nello stesso tempo il percorso può variare a seconda delle maree, del vento, a seconda degli ostacoli… Voler ostinatamente navigare nella stessa direzione porta ad un sicuro naufragio.
Per quel che mi riguarda la mia Stella Polare che indica la direzione verso cui muovere la mia vita è il Buddhadharma.
E il modo migliore per essere preparati e pronti a far questo è quello di prendersi estrema cura di tutte le condizioni e dettagli che incontriamo strada facendo nella direzione che ci siamo proposti.
Non si deve essere ossessionati dal risultato finale, non c’è nessun traguardo che può essere raggiunto guardando lontano.

Dobbiamo invece tenere lo sguardo concentrato sul passo che stiamo compiendo mentre ci muoviamo in quella direzione e prenderci cura di quel che incontriamo lungo il cammino.

In tal modo avremo anche la concentrazione, la sensibilità e la prontezza di scorgere le variazioni de ‘paesaggio’ che ci suggeriscono nuovi itinerari da percorrere.

Se ci siamo presi attenta cura delle condizioni, spesso apparentemente irrilevanti, che incontriamo lungo il cammino il risultato non potrà che essere il migliore possibile.

Deshimaru Roshi affermava: "La vita è come una linea fatta di tanti punti, ogni punto è un momento, dobbiamo tracciare fortemente ogni momento, ogni punto, e alla fine la linea della nostra vita sarà una linea forte, ben tracciata."
Taigō Sensei



© Tora Kan Dōjō