sabato 11 febbraio 2017

Che si vinca o si perda non è altro che un sogno


Riceviamo dal Maestro di Spada Giapponese (Iai-do) Enrico Salvi, e con piacere condividiamo, delle interessanti riflessioni intorno alla vittoria e alla sconfitta, riflessioni che si allargano fino ad abbracciare il rapporto fra coscienza ed evento, fra il giudizio e l'essere.

«Il cielo e la terra hanno la stessa radice. Tutti gli esseri viventi formano un solo corpo. Che si vinca o si perda, che si sia ricchi o poveri, non è altro che una goccia di rugiada, un fenomeno fuggente, un sogno. Dobbiamo comprendere veramente il nostro collegamento con l’universo».

Taisen Deshimaru, La pratica della concentrazione


Premessa importante: in quanto segue, i termini “sostanza” e “accidente” vengono citati secondo la filosofia aristotelica. Sostanza: sostrato ultimo e semplice, cioè autonomo e non scomponibile di una cosa. Accidente: attributo che non appartiene alla sostanza della cosa. Sostanza e accidente: non separati ma distinti.

È ragionevole e stimolante ritenere che la pratica dell’Arte della Spada, come di tutte le Arti del Budo, di concerto con la Meditazione Seduta, possa e debba tendere a realizzare la mèta (mokuteki) indicata dal Maestro Deshimaru nella citazione in esergo. Diversamente, si finirebbe per porsi altri obiettivi (mokuhyo), cioè altri «sogni», e l’Arte si ridurrebbe nel migliore dei casi ad un piacevole e inconsapevole passatempo formale, ancorché costellato di “soddisfazioni” quali i riconoscimenti e gli attestati. Quindi la Pratica deve (dovrebbe) condurre all’eclissi della mente dualistica, cioè della CONCEZIONE AUTO-REFERENZIALE della vittoria e della sconfitta,del guadagno o della perdita, del brillante o modesto percorso, della luce della ribalta o dell’ombra dietro le quinte, e, non da ultimo, dell’abbarbicamento alla propria opinione. E questo, in ogni circostanza del vivere giacché il vivere è la Via, lungo la quale sostanza e accidente sono del tutto distinti anche se non separati.

Si vive soltanto adesso: ad-ipsum, cioè al momentum o tempus, al tempo stesso, ed è quindi certo che si può essere svegli soltanto in questo momento. Di fatto, si potranno imparare una tecnica sopraffina ed un’ottima postura, e si potranno declamare con precisione i principi della spada (ken no riho) e di tutto il Budo, ma se tutto ciò non conduce alla una reale liberazione della mente dal dualismo auto-referenziale, cioè alla purificazione dell’oro sostanziale dal piombo accidentale, tecnica e postura lasceranno il tempo che trovano.

Adesso, attimo per attimo, si è sulla Via: nel Dojo come per istrada o al supermercato, nel santuario o facendo la fila all’ufficio postale, sudando sotto il sole o lavandosi il viso. Non c’è altro momento vitale che questo. Qui e ora. Il “prima” e il “poi” sono un concetto, un pensiero, un’immaginazione, e, del resto, anch’essi non possono darsi che qui ed ora, sicché anche la distrazione non può darsi che adesso! Qui ed ora siamo distratti, qui ed ora siamo (possiamo essere) svegli. Adesso è il Momento della Via. Ciò che mi affascina e mi impegna totalmente (shikan), liberandomi dal dualismo auto-referenziale, è COME conduco un’azione qui ed ora, non il suo risultato desiderato e immaginato, che verrà “poi” per immediatamente diventare un “prima” (risultato viene da re-salire, saltare all’indietro) ciò mostrandone la sua natura accidentale e transeunte che soltanto alla mente dualistica auto-referenziale appare sostanziale, da ciò seguendone che l’accumulo di risultati (primo fa tutti il “palmarès”) costituisce una vera e propria fantasmagoria nella quale la mente smarrisce se stessa. Invece, per la mente unificata e perciò sostanziale ciò che accade è un puro accidente, un accadimento (appunto da accídere accadere) che non lascia residui appiccicaticci: né quello del “prima” né quello del “poi”. Perciò una Pratica che non conduca in primo luogo ad accorgersi dell’aggressione dilaniante e condizionante che il passato con i suoi risultati e il futuro con le sue aspettative esercitano implacabilmente sulla mente che ne è la produttrice (condizionando anche il corpo) è del tutto priva di senso.  

Che si vinca o si perda ciò che conta è il come. Qui ed ora. Totalmente oltre l’auto-referenzialità. Totalmente senza profitto e senza scopo (mushotoku). Il mio essere, la mia identità, il mio adesso, la mia sostanza, il mio oro è nel come, si esprime nel come. Ed il mio come è adesso. Non può esprimersi che qui ed ora. L’ADESSO e il COME sono il tempo e il modo della VIA. Il risultato, quale che sia, è un accidente del tutto distinto dalla mia sostanza, anche se non separato da essa. Gli accidenti del successo o del fallimento sono compresi nell’adesso, accadono nell’adesso che è vuoto e perciò li trascende, esattamente come il silenzio trascende le parole, tanto che, osserviamo di passaggio, ogni vera comprensione viene dal silenzio e non dalle parole. Invece gli accadimenti e i risultati sono nient’altro che «un sogno», ed il loro accumulo un affastellamento di sogni. L’adesso è il vuoto il cui pieno continuamente cangiante e dunque accidentale è costituito dai risultati. Oltretutto, in ogni circostanza del vivere, la vittoria o la sconfitta, «gocce di rugiada, fenomeno fuggente», non potrebbero mai essere soltanto la “mia” vittoria o soltanto la “mia” sconfitta poiché mentre interagisco (non posso non inter-agire) entra in ballo l’alea, ossia quell’insieme di  fattori indipendenti dalla mia volontà, dal mio come, che influiscono sull’interazione, giacché nessuno può esser sicuro che la tal cosa andrà certamente come se l’aspetta, ciò che, oltretutto, toglierebbe sapore al vivere. Di fatto, l’unico momento aureo, libero ed inattaccabile dall’alea, è il momento presente, che è anche l’unico tempo reale in cui il plumbeo dualismo auto-referenziale è (può essere) trasceso.

Data l’inevitabilità dell’interazione, in ogni circostanza della vita e quale che ne sia il motivo, l’accidente dell’esito non è univoco bensì biunivoco in quanto la gioia della soddisfazione di una parte si bilancia con la delusione dell’altra, la superiorità del vincente necessita dell’inferiorità del perdente, la mossa azzeccata necessita della mossa sbagliata (perfino il borseggiatore necessita della distrazione del borseggiato!). Invece, vincente e perdente, che alla mente disunita appaiono come un inconciliabile aut-aut, «formano un solo corpo», qui trovandosi il senso superiore dell’interazione simultanea (aiuchi) che supera l’accidentale dualismo auto-referenziale in una sostanziale sintesi in cui spariscono le oniriche figure del vincitore e del vinto, come pure di chi “ha ragione” e di chi “ha torto”. Incisivi, a proposito, i versi di Joshu che mostrano con chiarezza la distinzione fra sostanza e accidente (e che fanno risaltare l’assurdità di gare e medaglie in seno al Budo):

«Due draghi litigano per una pietra preziosa.
Quale dei due riuscirà ad averla?
A quello che perde non manca nulla;
quello che vince non ne ha bisogno».

E non è un caso la perfetta corrispondenza evangelica: «Che gioverà infatti allʹuomo guadagnare il mondo intero, se poi perde lʹanima sua?», in cui, palesemente, il «mondo intero» è l’accidente plumbeo che, contaminandola, può inficiare la salute dell’«anima» ossia della sostanza aurea; ciò riscontrandosi nel giovanneo «essere nel mondo ma non del mondo» da cui risulta chiarissima la distinzione, senza separazione, fra sostanza e accidente.

Se non ha unificato la mente, chi ottiene la vittoria, o, meglio, chi sogna di aver ottenuto la vittoria, non può non sognare che esiste la sconfitta e quindi paventarla, mentre, all’inverso, chi sogna di essere stato sconfitto non può non sognare che esiste la vittoria e quindi desiderarla: è così che la mente divisa, agli antipodi della mente unificata e vuota (mushin), conferma la sua indigenza per l’attaccamento ai risultati, cioè agli accidenti aleatori del successo o del fallimento. Il raggiungimento del prestigio, della posizione di rilievo conferita dalla reputazione per gli obiettivi centrati, unitamente al desiderio irresistibile di centrare quelli futuri, diventa così l’idea fissa di un “work in progress”, un attaccamento cronico all’accidentale che preclude la mèta, ossia la liberazione dal dualismo auto-referenziale. A tal riguardo, assai preziosi risultano due termini giapponesi: shuchaku , composto dagli ideogrammi di “prendere, afferrare” e “arrivare, attaccarsi addosso”, dunque uno rafforzativo dell'altro; e mushu , composto dagli ideogrammi di “non esserci, non esistere”, e “prendere, afferrare”, cioè lasciare la presa. In sintesi, quindi, la vera Pratica conduce (dovrebbe condurre) da shuchaku a mushu, cioè dal plumbeo attaccamento all’aureo distacco nei confronti di aspettative e risultati che, ricordiamolo, sono soltanto degli accidenti.

La mente divisa si nutre di un triplice sognare: essa sogna che sognare di vincere sia meglio che sognare di perdere. La mente unificata, invece, permette di agire immediatamente, lucidamente e liberamente, come su un’isola deserta ove i soli testimoni sono il Cielo e la Terra; ove non si consegnano premi e riconoscimenti (non ce n’è il tempo!) e non c’è nulla da guadagnare o da perdere perché il come è già premio a se stesso; ove non c’è un auto-referenziale “meglio” contrapposto a un altrettanto auto-referenziale “peggio” e il come è l’unica stabile realtà, l’unica sostanza aurea incontaminabile da qualsivoglia plumbeo, auto-referenziale accidente.

Io sono come agisco ed agisco come sono, quindi  il risultato del mio agire è un puro accidente. Nel come del mio agire è il mio adesso, la mia sostanza. Il risultato è l’accidente influenzato dall’alea. Tra sostanza e accidente non c’è la benché minima affinità sebbene siano inseparabili come il vuoto del bicchiere e il pieno dell’acqua. Esempio eccellente: il come dell’eroe, cioè la sostanza eroica, è del tutto distinto dal risultato dell’azione eroica: l’eroe è tale indipendentemente dal successo o meno della sua azione; è tale sia che rimanga vivo sia che muoia nel condurre l’azione, ed anzi, se muore è ancor più ammantato di gloria. L’eroe conduce un’azione pura poiché, pur tendendo ad un fine, agisce nell’offerta di sé (sutemi), del tutto oltre l’aleatorio e auto-referenziale dualismo successo-fallimento, accedendo così alla dimensione sovrumana ove «tutti gli esseri viventi formano un solo corpo». Esemplare a tal riguardo, la figura di Saigo Takamori, samurai ribelle contro il regime Meiji ed eroe proprio in quanto sconfitto definitivamente nell’epilogo della rivolta di Satsuma nel 1877, così confermandosi  «che anche il fallimento ha la sua grandezza e che anche lo sconfitto può essere un eroe, più amato proprio per non essersi caricato dell’ingombrante peso della vittoria» (linkiesta.it/it/article/2016/06/11).

Il come conduco un’azione rivela me stesso a me stesso. Tale rivelazione è adesso. Debbo quindi continuamente – proprio adesso – osservare me stesso, la mia sostanza, il mio come. Osservare me stesso, curare me stesso, cioè il mio come, è il prezioso esercizio il cui vero frutto è la liberazione dall’appiccicume dell’accidente e dell’alea che determineranno la vittoria o la sconfitta, dalla perniciosa preoccupazione (pre-occupazione!) auto-referenziale per il successo o il fallimento. Cosa che non posso fare che qui ed ora. Osservare me stesso, curare me stesso e, infine, conoscere me stesso, la mia sostanza, ovvero, per dirla con Takuan Soho, il mio Volto Originario: Honrai  Menmoku (cfr. Tai-A Ki – Gli annali della Spada Tai-A), che, notiamo di passaggio, richiama lo Gnoti sauton, Conosci te stesso, inciso sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, sicché possiamo forse dire che si tratta di praticare una disciplina apollinea, dunque solare!

Inoltre, l’antagonista, potrà anche sconfiggermi ma la “sua” vittoria, che è un accidente, non toglierà niente al come io, quale protagonista, ho condotto l’azione, perché io sono nel come, che è la mia sostanza, e non nella sconfitta che è anch’essa un accidente. Lo stesso vale in caso di una “mia” vittoria, poiché essa non aggiunge niente a come ho condotto l’azione. E se la vittoria è un accidente, il premio assegnato alla vittoria è accidente che si aggiunge ad accidente; è «goccia di rugiada» che si aggiunge a goccia di rugiada, «fenomeno fuggente» che si aggiunge a fenomeno fuggente, «sogno» che si aggiunge a sogno. Oltretutto, a ben considerare, il come mi rende solitario protagonista, cioè primo e unico attore che, se così si può dire, fa sparire l’antagonista assimilandolo compassionevolmente a sé, in una sintesi (un porre insieme) che trascende totalmente chi “vince” e chi “perde”.

Il come è strettamente connesso al cuore (kokoro), anzi è il cuore stesso che si esprime; è l’intimo, concreto e sincero voler dare il meglio di sé; è l’attuazione dell’AGE QUOD AGIS: fai (bene) ciò che stai facendo; è l’essere, l’identità, l’adesso, la sostanza che si espande con giustizia (gi) e benevolenza (jin) sulle persone, sulle cose, sulla natura e sugli eventi. La preoccupazione auto-referenziale della vittoria o della sconfitta, dell’ottenere o del non ottenere, della ragione o del torto, caratteristica della mente disunita, sono la prova certa di un come condizionato e dannoso per sé e per gli altri; di una sostanza che non si espande liberamente; di un cuore contaminato da  un accidente che, gradito o non gradito che sia, gli è estraneo; di un cuore, si potrebbe dire, contratto in una sistole cronica che impedisce l’espansione della diastole, dato l’auto-referenziale e disomogeneo miscuglio di sostanza e accidente; insomma di un cuore accidentato poiché soddisfatto o non soddisfatto per un «fenomeno fuggente», sicché né il successo può davvero appartenere al vincente né il fallimento può appartenere davvero al perdente, poiché entrambi «formano un solo corpo». Invece la Pratica, se ha un senso, ha da condurre alla realizzazione di mizu no kokoro, il “cuore come l’acqua”, il cuore (la sostanza) che scorre adattandosi ad ogni situazione (l’accidente) senza attaccamento (mushu).

Il come, la sostanza, il cuore che si identifica con la vittoria o con la sconfitta, smarrisce se stesso,  e quindi la vera gioia,  perché, contaminandosi, afferra o respinge l’accidente, cioè qualcosa che non può né arricchirlo in caso di ottenimento né impoverirlo in caso di non ottenimento. Il cuore contaminato non può essere un cuore sincero (magokoro), sincero, secondo l’etimologia antica, venendo da sine cera senza cera, cioè senza vernice, cioè puro. Per questo il successo non è necessariamente segno di una superiorità morale e/o spirituale, o magari di una predilezione degli dèi o del fato, dato che una cura minuziosa (e forse anche un po’ maniacale) della tecnica e della postura può condurre ad un’eccellenza soltanto formale e accidentale che non corrisponde ipso facto all’emancipazione dall’auto-referenzialità verso la non dualità della mente e del corpo (shikishin funi). Ed anzi, volendo dirla tutta, proprio il perseguire pignolescamente la perfezione della tecnica e della postura con l’idea fissa ancorché inavvertita (la cronica sistole del cuore) di “progredire”, magari per ottenere il relativo riconoscimento ufficiale, costituisce lo sbarramento plumbeo alla liberazione della mente e del corpo. Alcuni versi del Poema della fede profonda di Sosan ben riassumono quanto siamo venuti sin qui osservando.

«Un fenomeno non differisce da un altro,
la mente illusa si aggrappa a ciò che desidera […]
Un sogno, un’illusione, una folgore nel cielo:
come può valere la pena di afferrarli?
Guadagno e perdita, giusto e sbagliato:
abbandonali tutti all’istante».

È inoltre opportuno notare che la liberazione dalla dialettica auto-referenziale, comporta la purificazione della coscienza dal soggettivismo quale autonomo interprete che pretende la legittimità incontestabile del proprio giudizio secondo il proprio criterio, ovvero della propria opinione. Anche qui il Poema delle fede profonda è chiarissimo, profondissimo e decisamente anti-moderno:

«Non è necessario cercare il vero,
basta eliminare le opinioni»,

esortazione da cui si arguisce che ogni cosa contagiata dall’opinione (la cera di cui sopra) non è la cosa così com’è (sono mama), e che invece il come, la sostanza, il cuore è già di per sé orientato verso il Vero, ne è alimentato e spontaneamente lo esprime. Unica condizione è l’eliminazione dell’opinione, ossia del soggettivismo dualista auto-referenziale, operazione, occorre dirlo, di eccezionale difficoltà ed inconcepibile dall’uomo comune, colto o meno che sia, avvinto tenacemente alla propria accidentale, onirica “libertà di pensiero”.

Riepilogando: l’inveterata abitudine a vivere gli eventi secondo i termini auto-referenziali di vittoria o sconfitta, successo o fallimento, conveniente o sconveniente,  giusto o sbagliato, ragione o torto, non è senza conseguenze: il giudizio auto-referenziale è il contaminante tratto d’unione tra il come e l’evento, cioè tra la sostanza e l’accidente, tra l’oro e il piombo; giudizio che, per quanto fulmineo, crea quell’infinitesimo lasso di tempo che separa il come dall’evento, i quali, come si è già osservato, sono sì inseparabili ma distinti. Ecco perciò che a causa del giudizio auto-referenziale il come si trova in ritardo rispetto all’evento, ciò pregiudicando l’immediato adeguamento (adeguare da ad aequare, equo essendo il proporzionato, il giusto); ecco che la coscienza, perdendo l’equanimità, non vede direttamente l’evento quale esso è in sé ma lo sogna; ecco che la pura distinzione senza separazione fra coscienza ed evento viene inficiata dal giudizio auto-referenziale, dall’opinione (la cera) che ricopre di sé il lasso di tempo in cui avviene il miscuglio fra sostanza aurea e accidente plumbeo, l’identità del come venendo a confondersi col sogno.


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