venerdì 30 settembre 2016

Kokyu ni Rei



"Si viene al mondo con un'inspirazione e lo si lascia espirando." Racchiusa fra questi due limiti si dispiega la nostra esistenza, lo scambio continuo con il mondo che ci permea e le sue leggi trascendenti. E' messa in evidenza, in questi pensieri del Maestro di Spada Enrico Salvi, l'illusione dell'autonomia e della predominanza del pensiero e della volontà dell'individuo sull'Essere. L'individuo pensante viene qui tratteggiato piuttosto come servo del proprio Respirare.


Kokyu ni rei: l’inchino riverente al Respiro. Chi ha mai pensato di inchinarsi al proprio Respiro? Di rendere omaggio a Ciò che ci fa vivere? In genere respiriamo senza saperlo. Non ci accorgiamo minimamente che il Respiro è, alla lettera, il nostro signore e padrone. Nessuno può dire “sono io che respiro” dato che è esattamente il contrario, e quindi si deve dire “è il Respiro che respira (in) me”. Accorgersi di ciò, porre attenzione al Respiro il più spesso possibile, può cambiare la vita, sciogliendola dalla catena delle tensioni mentali e corporali che l’annichilano.
Il Respiro ci tiene in pugno. Misericordiosamente in pugno, visto che è grazie ad esso che possiamo pensare e fare tutto ciò che pensiamo e facciamo. Il Respiro è un padrone discreto, rispettoso del nostro libero arbitrio e perciò non interferisce su ciò che pensiamo e facciamo, ed anzi, essendo un padrone anche molto sensibile, è ciò che pensiamo e facciamo che può influenzarlo calmandolo o agitandolo, ovviamente ricevendone in cambio la stessa moneta. In ogni caso noi non abbiamo alcun vero potere sul Respiro che è del tutto autonomo: non possiamo gestirlo a nostro totale piacimento, non possiamo farne a meno o sospenderlo per tutto il tempo che vogliamo. Noi dobbiamo respirare perché, è bene ripeterlo, è il Respiro che respira (in) noi, secondo una Legge che infinitamente ci trascende. E se è il Respiro che ci dona la vita, che ci fa essere, allora il nostro pensare e il nostro agire non ne sono che una conseguenza: sum ergo cogito et ago. E già, come potremmo pensare e agire se prima non fossimo? Perciò il Respiro in noi è l’Essere che ci vivifica, è la condizione indispensabile del pensare e dell’agire. E non solo: perché se prima di pensare è necessario essere, vuol dire che prima di poter pensare è necessario che siamo pensati e quindi tratti all’essere: cogito ergo cogitatum sum. E questo essere pensati dall’Essere è, di nuovo, un dono che riceviamo.
Quando veniamo al mondo lo facciamo con una inspirazione, e quando lo lasciamo lo facciamo con una espirazione: tra la prima inspirazione e l’ultima espirazione ecco il Respiro che ci permette di pensare e agire grazie alla combinazione dell’inspirazione e dell’espirazione. E cosa succede quando inspiriamo ed espiriamo? Non si verifica forse in noi l’alternarsi dell’entrare e dell’uscire di una sorta di “venticello”? E non è stupefacente che, per mantenerci vivi, questo “venticello”, questo dono, dobbiamo costantemente prenderlo e restituirlo? Non dipende forse la nostra vita dalla doppia fase spiraloide dell’inspirazione e dell’espirazione che sono complementari come il maschio e la femmina? E certamente non sarà un caso che «nell’esoterismo giapponese l’espirazione è haku, maschile, e l’inspirazione è su, femminile. In ogni ciclo di respirazione abbiamo la naturale armonizzazione di maschio e femmina, fuoco e acqua» (John Stevens, Aikido. Dottrina segreta e verità universali rivelate da Morihei Ueshiba).
La figura mostra la doppia spirale, ovvero la complementarità maschile/femminile del Respiro: a sinistra, l’esalazione o espirazione è mostrata dalla spirale che si svolge (svuota, distribuisce esprime) in senso destrogiro; a destra, l’inalazione o inspirazione è rappresentata dalla spirale che si avvolge (riempie, accumula, accoglie) in senso levogiro.
È certo che noi dobbiamo onorare i nostri genitori che ci hanno messo al mondo, ma se osserviamo bene abbiamo altri due genitori ancor più intimi, cioè le due fasi del Respiro, che dal momento della nostra nascita ci mantengono in vita, vale a dire nostra madre inspirazione e nostro padre espirazione: è dal loro incessante connubio che  riceviamo la possibilità di essere e perciò di pensare e agire. Grazie a nostra madre ispirazione riceviamo (dobbiamo ricevere) l’energia  pura, mentre grazie a nostro padre espirazione restituiamo (dobbiamo restituire) l’energia impura, evidentemente contaminata dalle imperfezioni tossiche della nostra umanità. Ed infatti, notiamo per curiosità, in cinese il Respiro è detto Tugu naxin: «Buttar fuori il vecchio per ricevere il nuovo».
Ma non è tutto: per vivere noi non abbiamo soltanto la necessità di respirare, bensì, grazie al Respiro che ci dona la vita, anche quello di mangiare ed evacuare, bere e urinare: sempre con un processo bifase di presa e rilascio, dobbiamo (non possiamo scegliere altrimenti) assumere energia anche attraverso i cibi e l’acqua ed espellerne le scorie, entrando qui in gioco quel misterioso alchimista che chiamiamo apparato digerente e che provvede per proprio conto, cioè indipendentemente dalla nostra volontà, alla prodigiosa elaborazione dei cibi e delle bevande della quale (finché tutto funziona!) neanche ci accorgiamo.
Vediamo pertanto che la possibilità del nostro pensare ed agire dipende anche dalle ulteriori due fasi del riempimento e dello svuotamento del corpo irrorato dal Sangue, che, come il Respiro, scorre anch’esso indipendente dalla nostra volontà. Che dormiamo o siamo svegli, il Respiro e il Sangue continuano per proprio conto la loro funzione. Se poi consideriamo che anche il Cuore batte senza che noi lo vogliamo e che fruiamo di altri sistemi anch’essi indipendenti dalla nostra volontà, come il linfatico, il nervoso, il muscolare, lo scheletrico e il riproduttore, ci accorgiamo di come il nostro pensare ed agire siano del tutto in subordine rispetto all’organismo corporeo, ma noi, chissà perché, li consideriamo al primo, e ci sentiamo vivi soltanto pensando e agendo, dando per scontato che il nostro essere consista di pensiero e azione, mentre invece è l’Essere, il Sole che illumina la nostra coscienza e la cui luce scorre nel Respiro, nel Sangue e in tutti gli altri sistemi organici, a permettere il nostro pensare e agire, i quali, possiamo dire, con processo bifase scaturiscono dall’Essere e ad esso ritornano. 
L’inspirazione nostra madre ci accarezza, l’espirazione nostro padre ci conduce per mano; l’inspirazione (la Femmina) è la nostra madre nel silenzio, l’espirazione (il Maschio) e il nostro padre nel parlare; il silenzio di nostra madre inspirazione ci ispira (notiamo la quasi identità, di certo non casuale, fra le parole in-spirazione ed i-spirazione), mentre la parola di nostro padre espirazione esprime l’ispirazione. E dalla calma profonda di nostra madre inspirazione scaturisce l’azione equilibrata di nostro padre espirazione, ciò confermando che la Donna è l’ispiratrice dell’Uomo, e che per l’origine androgina dell’essere umano, alla femminilità della contemplazione corrisponde inscindibilmente la virilità dell’azione. Ovvero, per usare due termini complementari della cultura giapponese, la Donna è Ura, cioè profondità-nascondimento-contemplazione, mentre l’Uomo è Omote, ossia superficie-evidenza-azione. Per dirla in termini di Arte della Spada, a lama inguainata la tsuba (guardia) ha un lato ura che è quello interno ed invisibile e un lato omote, che è quello esterno e visibile: l’azione (omote) che deve ancora iniziare è “nascosta” nella contemplazione/ispirazione (ura). Ma ecco che a lama sguainata (batto) ura si esprime in e con omote culminando nel kiri (taglio). Infine ecco noto (rinfodero): con la lama l’ispirazione ura torna nel nascondimento, mentre l’azione omote ritorna immobile.

Tsuba: lato omote (verso l’impugnatura)
Lato ura (verso la lama)
Al riguardo, notiamo di passaggio e per concludere, ci sarebbe da chiedersi se un’esasperazione dell’emancipazione femminile, che pure ha le sue lecite istanze, non abbia indotto la donna, a causa della suo eccessivo impegnarsi nell’azione pubblica (omote), a dimenticare la sua preziosa e indispensabile funzione di ispiratrice (ura), di musa (myuzu) potremmo dire, l’uomo trovandosi così abbandonato ad un agire fine a se stesso, arido, non di rado ottuso e violento, proprio perché privo della linfa vitale costituita dall’ispirazione femminile.

La Scapigliata di Leonardo, a parere di chi scrive, è una splendida immagine della Donna/Musa. Lo  sguardo incantevole e pudico ed il sorriso “giocondiano” sono già di per se stessi un’ispirazione di purezza e nobiltà. La luce che l'avvolge, ovvero l’aura che ne promana, è la manifestazione (omote) di un’interiorità (ura) serena, lucente e coinvolgente.















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