venerdì 19 ottobre 2018

Ikikata - Stile di vita


Il Maestro Enrico Salvi
Riceviamo dal Maestro di Spada giapponese Enrico Salvi delle interessanti riflessioni sul binomio Forma/Sostanza.




Il METODO, cioè il DO che ci è stato trasmesso e che occorre seguire nella sua genuinità, quindi senza modifiche o adattamenti, è fondato sul principio: «la Forma è Sostanza». Diciamo quindi che esercitando la Forma, cioè il Kata, possiamo liberare in noi la Sostanza, cioè la Sub-stant, ciò che sta sotto la Forma, e che di per Sé è gia libera.
Le due figure illustrano con immediatezza la “connessione” tra Forma e Sostanza: a sinistra, il “bianco”, cioè la visibilità della Forma, si staglia sul fondo “nero”, cioè invisibile ed informale della Sostanza, ciò, ovviamente, dal punto vista umano e dunque del Relativo, dato che dal punto di osservazione sovraumano e dunque dell’Assoluto, figura a destra, il senso dell’abbinamento bianco/nero s’inverte: il nero-densità della Forma esiste (può esistere soltanto) nel bianco-etericità della Sostanza che in definitiva ne è la fonte: nessuna Forma può prescindere dalla Sostanza, come l’ombra non può prescindere dalla luce e come nessuna immagine può prescindere dallo specchio in cui si riflette.
Ora, l’esercizio della sola Forma – Kata geiko – è già qualcosa, però la liberazione in noi della Sostanza richiede anche quel fuoco interiore, ovvero quell’aspirazione del cuore, quel thymos* che vivifica la Forma e che, è da tenere presente, è già un afflato della Sostanza, posto che nessuna iniziativa concernente lo sviluppo in noi della Sostanza può avviarsi per mera volontà umana, occorrendo la grazia preveniente che «eccita lo buono volere» (Francesco da Buti, esegesi di Paradiso XXVIII 112). Non per nulla anche i Sufi insegnano che l’iniziato non può nulla senza la grazia iniziale di Allah (tawfiq, “soccorso di Dio”).
Alimentata – e giustificata – dall’Afflato Sostanziale, la Forma fa crescere l’Afflato stesso che, in relazione ad essa (e non in Sé), è un embrione, il quale, a crescita-liberazione compiuta, assume in Sé la Forma, che a sua volta assurge ad espressione – particolare – della Sostanza.

E forse non è un caso che il Magatama, il Gioiello che con la Spada e lo Specchio costituisce la triplice insegna imperiale nipponica, abbia proprio la forma di un embrione. Per chi si dedica con magokoro (sincerità di cuore) a un DO, può essere utile considerare il seguente brano tratto da Frithjof Shuon, Immagini dello spirito, Mediterranee. «Ci sono modi di agire, di sentire e di pensare comuni a tutti i Giapponesi – almeno in quanto si mantengono fedeli a se stessi – e che derivano probabilmente sia dal Bushido guerriero e d’ispirazione confuciana sia dal puro Shinto; vista dall’esterno si tratta di una civiltà complessa e sottile, però nell’interno questa legge non scritta può andare oltre e incanalare l’anima a guisa di un karma-yoga o di un islam. L’etica scintoista, che rivendica per la razza yamato l’attributo di “divina”, è forse essenzialmente uno stile d’azione; è possibile infatti concepire una prospettiva in cui lo stile prevalga sui contenuti vanificandone ampiamente le imperfezioni, giacché una forma nobile s’impone di necessità ad azioni vili. L’idea arcaica della salvezza riservata ad una casta può spiegarsi in tal modo. Per l’esattezza, nelle condizioni molto particolari di cui si parla, l’élite non è formata dalla casta, ma piuttosto essa costituisce la casta, cioè l’accento è messo sulla qualità anziché sull’ambito di questa; la qualità viene garantita dalla disciplina e dal genere di vita; l’eredità non è che un fattore provvidenziale». Nel brano, la Forma è detta «stile d’azione», ovvero modo o maniera di comportamento, insomma METODO da seguire (il greco METHODEYO significa infatti vado dietro), sicché il metodo è il Do, la Michi, la Via. Pertanto, al Praticante che esercita la Forma, il Kata, può adattarsi benissimo la locuzione latina “in itinere”: durante il cammino. È infatti camminando, e precisamente pellegrinando, cioè ripetendo la Forma come il pellegrino ripete il passo, che può darsi la crescita e la liberazione in noi della Sostanza, ciò che nel brano proposto viene espresso con: «una forma nobile s’impone di necessità ad azioni vili», laddove la viltà, in tutti i suoi camuffamenti, compresi quelli “coraggiosi”, costituisce la scoria che obnubila la Sostanza. L’utilizzo della Forma – la «forma nobile» di cui nel brano citato – al fine di liberare in noi la Sostanza, consiste in un lungo itinerario “ab extra ad intra”, ossia un procedere dalla “esteriorità” della Forma verso l’“interiorità” della Sostanza, essendo questo il significato del pellegrinaggio “sub specie interioritatis”, il quale non è esente dal pericolo, cioè dalla prova che la viltà, nelle sue molteplici forme, impone al Praticante. Viltà la cui radice è shoji no mayoi, l’errore-smarrimento di vita e morte, punto imprescindibile da ben comprendere: il dualismo dell’accettare e del rifiutare ovvero dell’afferrare e del respingere in cui si dibatte la coscienza ordinaria, che con giudizio auto-referenziale accetta ed afferra ciò che la conferma facendola “vivere” e rifiuta e respinge ciò che la nega facendola “morire”, ha la sua radice in shoji no mayoi. Seppur alimentata, come già visto, dall’Afflato Sostanziale, la Forma non avrà esaurito il suo compito fino a che il processo catartico non muterà in “ab intra ad extra”, cioè fino al momento in cui, crescendo e irradiando dall’“interiore”, la Sostanza avrà assunto in Sé l’“esteriore” della Forma, con ciò realizzandosi finalmente il primato della Contemplazione sull’Azione, e quindi la conseguente ritualizzazione-santificazione dell’Azione stessa, cioè del Kata, che così si fa vera Arte. Pertanto, se per quanto sopra osservato identifichiamo la Forma con lo Stile, cioè con la «forma nobile» (nobile valendo non-vile), possiamo far nostro l’intendimento di Goethe, «per il quale lo stile è identificato con l’arte perfettamente riuscita» (P. D’Angelo, Dizionario di estetica). Riassumendo, il processo di “approfondimento” della Forma, potremmo dire “lo scavare il Pozzo”, che provoca in noi la crescita e l’“affioramento” della Sostanza, potremmo dire “lo sgorgare irrorante dell’Aqua vitae” (si pensi all’ “Acquavite” di cui nel processo alchemico), conduce il Praticante dell’Arte ad assumere un ben determinato stile di vita, ikikata, che nel suo maturare investe sempre più ogni attimo e ogni gesto dentro e fuori il Dojo. Di conseguenza, tutti coloro che per impulso dell’Afflato Sostanziale esercitano sinceramente la Forma, costituiscono un’élite la cui qualità, per rifarci al brano sopra citato «viene garantita dalla disciplina e dal genere di vita»: ikikata.

 * Nella Repubblica, Platone dice che il thymos è la parte centrale dell’anima che ha sede nel petto e presiede alla vita di relazione; esso è la facoltà del coraggio (andreia). Cor-aggio è aver-cuore, virtù specifica dei guerrieri che regola l’impulsività, ciò richiamando perfettamente il Bushido quale Jutsu interiore o Bellum intestinum che dir si voglia, per intraprendere il quale occorre, lo ripetiamo, l’impulso dell’Afflato Sostanziale.

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