mercoledì 5 novembre 2014

Kotengu - Acqua calda per il tè

Riceviamo  e volentieri pubblichiamo queste interessanti riflessioni intorno alla Cerimonia del tè del Maestro di Spada, Sensei Enrico Salvi.

Meditando qualche tempo fa un bellissimo brano riguardante la cultura giapponese, rimasi colpito da questa brevissima frase: « Cha no yu ..., letteralmente: "acqua calda per il tè".
L’impatto che quelle poche parole – “acqua calda per il tè” – ebbero su di me fu tanto delicato quanto straordinario: si aprì – se posso esprimermi così – uno sprazzo sulla nascosta Fonte del vivere, che non posso chiamare altrimenti che il SEMPLICE. Fonte nascosta sì, ma dovrei dire anche evidente nella Cerimonia del Tè (alla quale peraltro ho partecipato soltanto un paio di volte ed in un passato piuttosto remoto).
“Acqua calda per il tè”: questa frase nuda, diretta, indicante elementi naturali, non necessitante di acculturate spiegazioni, ebbe un effetto simile a quello di un improvviso colpo di spugna su un vetro appannato, attraverso il quale, con la repentinità del baleno, potei “vedere” il SEMPLICE. Non si trattò della visione di un qualche oggetto, bensì di un improvviso e puro sguardo, immune da ogni concetto e figura, appunto uno sguardo semplice, grazie al quale “vidi” come il vivere scaturisca dal SEMPLICE, proprio come la Cerimonia del Tè (che infine è una metafora del giusto, equilibrato vivere) prende vita dall’acqua calda. Cosa di più semplice – e naturale – di un pentolino in cui l’acqua bolle? Nessun arzigogolo intellettualistico, nessuna speculazione metafisica, nessuna formulazione filosofica o teologica: semplicemente e direttamente kama, furo e mizu, ossia bollitore, braciere e acqua, una triade armonica e funzionante grazie al SEMPLICE che si manifesta in semplici gesti: prendere un pentolino, riempirlo d’acqua e porlo sul fuoco lo si potrebbe dire un rituale della Semplicità, o, anche, un’espressione del SEMPLICE che trova il suo culmine nella mescita del tè nella chama, la tazza, e nell’atto semplice – naturale – del bere.
“Vedendo” il SEMPLICE ne “vidi” la sostanza, o, piuttosto, per un istante fui quella sostanza, totalmente libero dalla complessa articolazione del pensiero e oltre il dualismo soggetto-oggetto, ciò inducendomi qui ad impiegare la parola “SEMPLICE” appunto come sostantivo, cioè “CHE PUÒ STARE DA SÉ, AUTONOMO”, e non come attributo, quest’ultimo potendo invece riferirsi alla varietà dei gesti della Cha no yu, appunto semplici poiché ispirati-animati dal SEMPLICE in quanto sostanza elementare, ossia unica e non scomponibile.
Di più, la “visione” del SEMPLICE mi chiarì definitivamente come la mente possa impegnarsi quanto vuole nell’accumulare nozioni e definizioni intorno ad ESSO, che però rimarranno nella loro infinita approssimazione fino a che non si apre, seppur con la repentinità del baleno, uno sguardo semplice sulla sua inesprimibile sostanzialità-elementarità, quindi fino a che non si realizza una omoiosi, cioè un assimilazione fra osservante e osservato nella quale entrambi sono trascesi.
In altri termini, sapere questo e quello, disquisire su questo e quello, analizzare questo e quello, capire che questo è così e quello è così, resta pur sempre un’attività osservante, oggettivante e periferica, e, in fondo, una conoscenza analitica e quindi dispersiva rispetto al SEMPLICE che è la Sintesi, la Sostanza che non è né oggetto né concetto né attributo, e che perciò è prima e oltre la complessità del processo discorsivo e oggettivante, fino a che la “visione”, per assimilazione da parte del SEMPLICE, non ne permette la conoscenza, ponendosi qui la verità dell’antico aforisma: «il simile cerca il simile».
«Il simile cerca il simile»: dunque il SEMPLICE cercherebbe il SEMPLICE? Ma se “SEMPLICE” è sostantivo, riferito cioè ad una sostanza autonoma ed unica, come sarebbe possibile una sua scissione per il suo configurarsi come oggetto di ricerca da parte di un ricercatore che se ne reputa mancante? La “visione” del SEMPLICE mi fa rispondere che ciò è possibile ancorché illusorio: possibile perché in qualche modo giustificata dall’impulso dell’uomo verso la conoscenza del Reale; illusorio perché l’uomo (che lo sappia o meno) va alla ricerca di ciò che già lo informa anche se in latenza, sicché anche la parola “conoscenza” assume qui un’accezione ben precisa secondo la quale conoscere significa essere: per CONOSCERE IL SEMPLICE occorre ESSERE IL SEMPLICE che… già (si) È.

Atri nomi del SEMPLICE sono: ASSOLUTO, UNO, ORIGINE, INFINITO, DIO, PRICIPIO, POVERTÀ, RICCHEZZA, CAUSA, POLO, VUOTO, NUDITÀ. Ma, quale che sia il nome, esso non cessa di restarne abissalmente lontano.

«La vera ragione delle cose è invisibile, inafferrabile, indefinibile, indeterminabile. Solo lo spirito ritornato allo stato di semplicità perfetta può coglierla nella contemplazione profonda».
Lie-tse IV

«La causa per eccellenza di tutte le cose sensibili non è nessuna cosa sensibile [...] non è neppure un corpo, e non possiede né una figura né una forma né una qualità né una quantità né un peso; non si trova in nessun luogo, non è visibile né può essere toccata materialmente; non ha sensazioni né è oggetto di sensazioni né disturbata da passioni materiali né fa albergare in sé il disordine e la confusione; non è neppure priva di forza, come se fosse soggetta alle vicissitudini del mondo sensibile, né ha bisogno della luce; non ammette in sé né il cambiamento né la corruzione né la divisione né la privazione né lo scorrimento né altra cosa sensibile; e non è neppure qualcuna di queste cose».
Dionigi Aeropagita, Teologia mistica IV




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