lunedì 19 maggio 2014

Improduttiva purezza

Improduttiva purezza
di Enrico Salvi (Tai-A no Kai)





Al mio orecchio donchisciottesco, le testimonianze relative al concluso
campionato europeo di iaido agonistico di Meze in Francia risultano su una
lunghezza d’onda del tutto diversa da quella dello Iaido Antico, o Arte Mimetica
della Spada. Il gergo utilizzato non lascia dubbi circa il fatto che lo iaido agonistico
sia proprio un'altra cosa (a parte la contraddizione in termini in cui si incappa dicendo
“iaido agonistico”). Occorre pertanto evidenziare l’abisso che separa l’agonista
dall’Amatore dell’Arte.
L’entusiasmo dell’agonista che partecipa ad una competizione in vista di traguardi
lusinghieri, che magari vengono anche raggiunti, è cosa del tutto diversa dalla
passione disinteressata e divorante dell’Amatore per il puro esercizio dell’Arte quale
traguardo immediato e gioioso di se stesso; il puro esercizio non maculato dal
desiderio di un qualsivoglia ottenimento e dall’ansia di qualsivoglia riconoscimento
ufficiale; il puro esercizio che si nutre di una nobile solitudine, ancorché praticato
necessariamente in compagnia di altri; il puro esercizio che vive esclusivamente del
suo evanescente ed inafferrabile attuarsi, che non guarda – non ne ha il tempo! – a
qualsivoglia contropartita e qualsivoglia progresso, il quale, se c’è, è del tutto
inconscio, com’è opportuno che sia.
Altra cosa l’agonista, coscientemente proteso verso un traguardo latore di una
soddisfazione che si rivela subito insoddisfatta, dato che costituirà il trampolino verso
un traguardo successivo altrettanto soddisfacente ma subito insoddisfacente, e cosi
via, senza requie: un protendersi verso un vertice immaginario, raggiunto il quale
(quale?) la coscienza sarà finalmente satolla di… immaginazione.
All’incoscienza dell’Amatore che esercita il puro esercizio secondo un’integrale
a-dualità (funi 不二) si oppone la coscienza divisa dell’agonista che nella propria
mente separa se stesso dal presunto traguardo collocato nel futuro (quale “futuro” se
l’unico vero tempo reale è il presente?), senza il cui raggiungimento egli si sente
incompleto, mancante di qualcosa che, come gli suggerisce la mente duale, lo
arricchirebbe: il possesso di un “titolo”. In altri termini la mente dell’agonista crea in
se stessa la separazione – fittizia, dato che la mente è una – tra un sé che desidera e
un oggetto desiderato (ciò che può valere anche per la scalata ai dan). Dopo di che il
“titolo” sancisce la superiorità di un agonista su altri agonisti – altra creazione fittizia
della mente – facendolo assurgere da anonimo antagonista a protagonista indiscusso
il cui nome viene immortalato nei registri che contano, mentre la sua coscienza si
guarda bene dal risvegliarlo alla scissione mentale responsabile della sua dipendenza
da qualcuno che decide il suo merito e determina la sua insoddisfacente soddisfazione.
Gli è che l’agonista, non sapendo trovare nel Fondo di sé – che è il vero Sé –
l’autonomia del proprio essere, operazione che esige l’abbandono del proprio ego
(muga 無我), delega ad altri la motivazione del proprio vivere: agli altri in quanto
antagonisti che si frappongono al raggiungimento dell’obbiettivo e che vengono
battuti, anzi abbattuti, e agli altri in quanto giudici che ne sanciscono ufficialmente la
superiorità. “Ho vinto!” (“Ho preso il dan!”): tutta qui la motivazione vitale del
protagonista, o, meglio, del suo proprio ego (jiga 自我): travolgente gioia subito
annichilita dalla fame di ulteriori successi non sfamanti.
L’Amatore, al contrario, abbandonata ogni tensione verso qualsiasi ottenimento,
attinge inconsciamente dal Fondo di sé – il suo vero Sé – l’immarcescibile
soddisfazione; egli esercita l’Arte perché esercita l’Arte, e altrettanto inconsciamente
raggiunge l’obbiettivo per il fatto stesso che la esercita, proprio mentre la esercita,
come il ballerino mentre danza, il musicista mentre suona, il pittore mentre dipinge,
lo scultore mentre scolpisce, il poeta mentre versifica, lo schermidore mentre esercita
la scherma: è nel danzare, nel suonare, nel dipingere, nello scolpire, nel poetare,
nell’esercitare la scherma, che l’Amatore immediatamente vive ed è premiato. Nel
momento presente, il tempo e lo spazio in cui l’Amatore si esercita con mente di
principiante (shoshin 初心) trasfigurano in una totalità-pienezza che lo coinvolge e lo
assimila, esattamente come accade ad un bambino che gioca; totalità-pienezza che
vede nell’esercizio il suo farsi e il suo esito; totalità-pienezza cui corrisponde, per
dirla con Nishida Kitaro, l’esperienza pura (junsui keiken 純粋経験) che
evidentemente non abbisogna di altro, tanto meno dell’acquisizione di un
riconoscimento ufficiale, il quale, oltretutto non aggiunge niente alla qualità
dell’esercizio-esperienza che è quella che è, come nulla le toglie il mancato
riconoscimento.
Di più, l’agonista non sa vivere senza una platea; l’enbujo diventa palcoscenico,
le sue performances diventano spettacolo, sicché, dopo l’eventuale successo già
comincia a preoccuparsi in vista di altri successi, cosicché la sua vita diventa una
sorta di marcia a tappe forzate, entusiasmanti quanto egocentriche, scandite dal
calendario agonistico, la monorotaia su cui avanza il carro organizzativo stipato di
regolamenti e selezioni (“selezioni”? in base a quale reale valore?)
Invece l’Amatore, dopo il discreto e vivente esercizio formale, ed in assenza di
platea, si porta dietro l’eco altrettanto vivente della totalità-pienezza che permea tutta
la propria vita e lo rende libero da qualsiasi necessità, prima fra tutte quella di servirsi
degli altri – gli sconfitti e i giudici – per dimostrare a se stesso e pubblicamente la
propria superiorità, ovviamente esigente di ulteriori conferme. Ma poi, superiorità in
che cosa? Quale vero arricchimento dell’anima (kokoro ) comporta la sancita ed
ufficiale superiorità del protagonista? In che cosa di fondamentale il vincitore è
davvero migliore dello sconfitto? E di quale vera miglioria si sente defraudato
l’antagonista battuto?
Invece, alle indizioni del programma, che predispone ogni passo che l’agonista
deve compiere verso i suoi tronfi, l’Amatore sostituisce lo spirito di prontezza e
d’improvvisazione che nasce dalla libertà del non sapere cosa gli capiterà domani, ciò
che lo riporta incessantemente alla totalità-pienezza del momento presente, l’unico
tempo reale dell’esperienza pura che veramente gli appartiene, e che appartiene anche
all’agonista che però non se ne accorge, distratto com’è dall’immaginazione dei
traguardi da raggiungere nel prossimo futuro (riecco il “futuro”).
L’Amatore dell’Arte della Spada si pone al centro adesso (naka ima 中今), il qui
ed ora quale luogo-tempo del kata, luogo-tempo pieno, esaurito, completo, del
danzare, del suonare, del dipingere, dello scolpire, del poetare e … dell’acquistare
cipolle al mercato!
In definitiva, altro è la concentrazione interessata e parcellizzata dell’agonista,
altro è la concentrazione, anzi il raccoglimento disinteressato e totalizzante
dell’Amatore.
Nel mio donchisciottesco insistere vorrei chiedere a tutti i praticanti di Arti
cosiddette marziali, come si comporterebbero se con un comunicato speciale venisse
annunciata l’abolizione dei campionati a qualsiasi livello per il ritorno alla pura
pratica dell’Arte secondo l’importante precetto zen mushotoku 無所得: senza spirito
di profitto e senza scopo. Purezza disinteressata. Improduttiva purezza.



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