mercoledì 27 febbraio 2013

La Padella e La Spada

Riceviamo da Sensei Enrico Salvi, Maestro di Spada, 
il seguente contributo che volentieri pubblichiamo



Essere svegli! In cosa consiste l’essere svegli? In niente altro (si fa per dire!) che nell’essere PRESENTI. Più precisamente, essere presenti con la mente e con il corpo. Ancora più appropriatamente: la mentecorpo presente. La veglia coincide quindi con la presenza integrale, in QUESTO momento che non “passa” bensì scorre da se stesso a se stesso, e quindi non è “un” momento, bensì l’UNICO momento.

      OGNI momento è QUESTO momento, INFINITO momento in cui tutto accade, “accadde” e “accadrà”.  Presenza integrale. Il momento in cui eseguo una raffinata tecnica di Budo e quello in cui mi allaccio le scarpe è il MEDESIMO: il contenuto è diverso ma il contenitore è sempre UGUALE A SE STESSO. Nessuno e niente (nemmeno il tempo) può realmente “uscire” dal momento PRESENTE, contenitore infinitamente piccolo ed infinitamente grande, e soltanto la distrazione può “condurre fuori” da esso, ovviamente in maniera illusoria posto che anche la distrazione, in quanto contenuto fatto di pensieri ed immagini, non può darsi che nel contenitore, cioè in QUESTO momento.

     Vegliare, essere svegli, essere pronti - «Estote parati» esorta la locuzione latina, cioè «Siate pronti» -, integralmente presenti in questo momento, cioè adesso, nella situazione attuale, esige niente di più e niente di meno che l’ATTO DI PRESENZA, un atto semplice, non pensato, uno sguardo totale per esercitare il quale non necessita alcuna tecnica, della quale tale Atto costituisce anzi il presupposto.

     «Senza far sorgere nessuna concettualizzazione (dice il maestro Keizan nel Denkoroku, Registrazione della Tramissione della Luce) guardate direttamente: c'è qualcosa che non ha pelle o carne, il suo corpo è come lo spazio senza nessuna specifica forma o colore. È come acqua pura, perfettamente chiara. Vuoto e chiaro, si tratta semplicemente di esserne del tutto consapevoli.

    Come spiegare questo principio?

    L'acqua è chiara fino in profondità; splende senza bisogno di pulirla».



     L’Atto di Presenza, l’essere presenti con tutto se stessi, in QUESTO momento, precede pertanto ogni tecnica e ogni pratica. Ciò non escludendo, oltretutto, che l’acquisizione di una tecnica possa costituire, specialmente con il suo progredire, una distrazione dalla Presenza, un perdersi ne “la tecnica per la tecnica” (come ampiamente dimostra ciò che accade nel mondo, compreso il carrierismo della scalata ai dan nel Budo). E mentre l’acquisizione di una tecnica necessita di un insegnamento, l’Atto di Presenza è autodidattico: un atto che nessun Uomo può insegnare ad un altro Uomo, ma al più ricordargli di compierlo. In ogni Uomo la facoltà dell’Atto di Presenza è innata, per cui chi lo compie è ipso facto pervaso dalla Presenza (ma lo “era” già!), ed acquisisce la consapevolezza che Essa, l’Innata per antonomasia, inaccessibile al pensiero poiché «non ha pelle o carne» ed è «senza specifica forma o colore», mai viene meno.

     La Presenza non è un oggetto, cioè un ob-jectus, ciò che è posto davanti e quindi da “raggiungere”, bensì è il Soggetto, cioè il Sub-jectus, Ciò che è posto sotto, invisibile, irraggiungibile proprio perché già presente, ma che resta apparentemente nascosto e da “cercare” finché impera la distrazione. Ne consegue che soltanto chi è presente vive, mentre chi è distratto si limita ad esistere.

«Vivere è la cosa più rara del mondo:
 i più, esistono solamente»
 (Oscar Wilde)

     Essendo il Soggetto, la Presenza è il Substrato Universale di ogni evento corporeo e mentale, compreso il fenomeno onirico; è la Stoffa che rende possibili i ricami delle azioni, dei pensieri e dei sogni: nulla che si possa fare, pensare e sognare può collocarsi fuori della Presenza, del Momento Unico, del Momento Infinito che è ADESSO. Si agisce Adesso, si pensa Adesso, si sogna Adesso. Queste parole sono scritte Adesso. Sono lette Adesso. Adesso è l’Essere, la Presenza. Io sono, tu sei, egli è: il soggetto non è io, tu, egli, bensì sono, sei, è, ossia l’Essere, la Presenza onnipresente. Io ero, tu eri, egli era, oppure io sarò, tu sarai, egli sarà non è che un ricamo fatto, Adesso!, di  pensiero ed immaginazione. Non c’è modo di uscire davvero dalla Presenza, Castello inespugnabile senza mura.

      L’Atto di Presenza è un “ritorno” immediato, non pensato, al Sottofondo Primordiale, dunque un abbandono dell’esilio nel deserto delle proprie fisime (i propri ricami), dell’affanno nell’afferrare il “bene” identificato col piacere e nel respingere il “male” identificato con il dolore. La Presenza è assenza di distrazione; è consapevolezza concentrata ed espansa ad un tempo; è luce che illumina proprio Adesso, istante per istante; è trascendimento e disprezzo di quella forma degenerata di “prudenza”, così diffusa ai giorni nostri, che riduce l’Uomo a omiciattolo, preoccupato della propria auto-conservazione, teso ad evitare lo “sconveniente”, ad esercitare una sorta di scaltrezza ingegnosa che lo tenga al riparo da qualsiasi “sorpresa” che possa mandare in tilt la sua programmazione, minacciare il suo status, i suoi privilegi, i suoi “inalienabili diritti”; in breve, a proteggere il rattrappimento egoico e terrigno sul “mio”, con l’abbandono della posizione eretta (la schiena diritta!) che consente di guardare il Cielo, dove il Nulla da guadagnare è la Ricchezza suprema. Vengono in mente, lontani milioni di anni luce, i versi di Ovidio:

«Mentre gli altri animali guardano a testa bassa la terra,
la faccia dell'uomo [il Fabbro di tutte le cose] l'ha sollevata,
 gli ha imposto la vista del cielo
perché, eretto, levasse lo sguardo fino alle stelle».
,
     Chi ritiene di dover “fare qualcosa” per svegliarsi dovrebbe ben riflettere: se, paradossalmente, prima  non si sveglia, non raddrizza la schiena, non si fa attento, non si fa pronto e non contempla le stelle, tutto quello che “farà” valendosi di tecniche e strumenti sarà il fare dell’addormentato, dell’incosciente, del carrierista, del “rampante”, dell’omiciattolo. In verità, per svegliarsi non si può “fare” niente. Di per se stessa ogni pratica non conduce che a se stessa: tecniche e strumenti possono, o forse devono, servire da stimolo all’Atto di Presenza, al “rientro” in QUESTO momento da cui… non si può “uscire”; meno che mai saranno causa di risveglio, appartenendo anch’esse all’ambito dei ricami possibili sulla (e grazie alla) Stoffa Primordiale che, con o senza ricami, è sempre Sé medesima, assolutamente incondizionata, assolutamente libera. Di più, la Presenza ha una caratteristica unica: l’essere del tutto coinvolta nella situazione attuale e nel contempo del tutto distaccata da essa. La Presenza è nel contempo piena e vuota della situazione attuale: piena poiché coinvolta, vuota poiché distaccata: soglia, questa, invalicabile dalla mente furbastra e calcolatrice dell’omiciattolo auto referenziale e individualista, davanti al quale l’enigma paolino «nihil habéntes et òmnia possidéntes»: «nulla tenenti ed in possesso di tutto» (2a Lettera ai Corinti), si staglia come muro di granito.
  
     Svegliarsi prima di pensare o fare qualcosa, rientrare nella Presenza (dalla quale non si può veramente uscire) e restare con Essa ed in Essa; essere continuamente presenti: questo è l’unico arduo esercizio, l’unico e necessario atto immediato e perciò informale. L’unica Via sottesa a tutte le Vie. Tutto il resto è un gioco di forme. Di fatto, il permanere nella Presenza rende tutto quel che si pensa e si fa nient’altro che un puro alternarsi di espressioni (in buona parte tutt’altro che indispensabili) nel quale il “successo” o l’“insuccesso”, il “vantaggioso” o lo “svantaggioso”, il “prestigioso” e il “non prestigioso”, distrazioni dell’omiciattolo, hanno il medesimo valore, o, meglio, nessun valore.

«Non ci sono più due o tre vie,
Ma una sola, dritta davanti a voi.
La forma è ormai non forma.
Che andiate o che veniate,
Voi non lasciate mai la casa».
Canto dello Zazen di Hakuin

     «Non lasciare mai la casa», cioè dimorare stabilmente nella Presenza, MANTENERE la Presenza, essere svegli, pronti, con la schiena diritta ed il cuore aperto, liberi di contemplare il Cielo, coinvolti e distaccati, pieni e vuoti, ricchi perché poveri, poveri perché ricchi. Folli agli occhi sarcastici e cisposi dell’omiciattolo. Qui, come già considerato, le tecniche e gli strumenti c’entrano fino a un certo punto: «la forma è ormai non forma». Tra Paolo, che con l’Atto di Presenza cuoce giocosamente una frittata in padella, ed Enrico, che distrattamente esegue  un kata di spada, la differenza è abissale. Meglio svegli «in casa» con una modesta padella, che addormentati in mezzo alla strada con una meravigliosa spada!

© Tora Kan Dōjō


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