lunedì 3 dicembre 2012

Dōgen: Una Lezione di spada


Dōgen: Una Lezione di spada
di Sensei Enrico Salvi




     «Non andrò a far visita allo Shogun Hojo Tokiyori. 
Andrò a far visita a un giovane uomo penetrato dall’angoscia».

     «Semplicemente sediamo. Restiamo seduti ancora e ancora».

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Si propone qui un brano del film Zen. The life of Master Dgen. Si tratta di un’opera bellissima e molto istruttiva che merita di essere visionata per intero.

Protagonisti sono il patriarca zen Dogen Zenji e Hojo Tokiyori, quinto reggente dello shogunato di Kamakura (siamo nella prima metà del XIII secolo).
Dogen, su richiesta del nobile Hatano (donatore di uno zendo alla comunità di Dogen)  accetta di recarsi in aiuto di Tokiyori che si trova in un grave stato mentale, essendo perseguitato dai fantasmi di alcuni membri della famiglia Minamoto da lui uccisi in battaglia.

(Non tanto) sorprendente il fatto che la lezione di Spada provenga proprio dal monaco Dogen, che verosimilmente non ne ha mai usata una, mentre nelle mani dell’esperto Tokiyori essa si rivela uno strumento inutile, ciò facendo subito pensare a Saya no uchi no kachi, vincere senza sguainare, e addirittura, come si vedrà in questo caso, trasformare la mente dell’avversario ottenendone la conversione: esempio eccelso degli effetti della katsujinken, la Spada (spirituale) che da la vita, mentre quella (materiale) di Tokiyori, che sulle prime vuole uccidere Dogen perché gli rimprovera duramente il suo attaccamento al potere,  è la satsujinken, la spada che da la morte.

Questa lezione invita a riflettere profondamente sull’uso che si fa della Spada, la quale, se si possiede il giusto kokoro, come insegna Dogen, è inutile, dato che la vera Spada vincente è  proprio il giusto kokoro, maturato, sempre come dice Dogen, grazie a shinjin datsuraku, l’abbandono di corpo e spirito, cioè dell’ego, dunque di ogni attaccamento, pensiero e desiderio di possesso, di potere e di prestigio, in una parola della sofferenza, ciò esigendo la recisione di shoji no mayoi, l’errore-smarrimento di vita e morte che della sofferenza è la radice; recisione di cui Dogen fornisce incontrovertibile prova. 

Il brano mette in evidenza il metodo dello zazen instaurato da Dogen per abbandonare l’ego, ovvero shikantaza, lo star seduti: shikan: nient’altro che; ta: rafforzativo di shikan, “colpire”, con tutto il cuore; za: sedersi, ciò che rimanda al mokuso, cioè al silenzio, una pratica forse troppo trascurata dai praticanti di Spada e che, invece, resta di fondamentale importanza. Forse può addirittura affermarsi che zazen e mokuso sono la mola su cui si affila e si lucida la propria shinken, termine col quale solitamente si indica la spada  fatta d’acciaio tagliente ma che più profondamente indica la propria Mente-Spada da rendere lucente ed affilata (lucentezza valendo sincerità e affilamento valendo discernimento), ciò portandoci a considerare shinken shobu, il combattimento vero, quale combattimento spirituale, cioè il combattere se stessi (che ovviamente si pone agli antipodi della giocosa competizione sportiva con annesso medagliere).

Nel Maka Hannya Haramita Shingyo, “Essenza del Sutra della grande Saggezza che permette di andare al di là”, compaiono: “i mu sho toku”, il praticare con spirito libero, senza ricerca di un profitto personale, e “tendo muso”, l’illusione legata alle stimolazioni subcoscienti, che rinasce ad ogni muova minima stimolazione, e che l’Hannya Shingyo distingue in quattro tipi:

il primo errore di percezione è relativo a mujo, l’impermanenza, e consiste nel credere a delle realtà immutabili;

la seconda illusione poggia sulla convinzione che la felicità sia raggiungibile attraverso le soddisfazioni di questo mondo;

il terzo errore nasce dall’attaccamento all’ego che è senza noumeno, cioè non è una cosa in sé ma un agglomerato di appigli fatto di pensieri, schemi mentali, passioni ed emozioni col quale ci si identifica, pretendendo di alimentarlo e perpetuarlo;

la quarta illusione consiste nel ritenersi superiori agli altri: si ha una vista molto acuta per vedere i difetti altrui ma offuscata nei confronti dei propri.

L’uso della Spada che esuli da ko, le “cose antiche”, cioè da quanto la Tradizione insegna, qui sopra sommariamente esposto ma espresso magistralmente nel film qui considerato,  specialmente nel brano proposto, è destinato ad alimentare il mondo del gioco, del divertimento, dello scherzo, della finzione. Per questo il vero kei-ko, che propriamente significa “rispetto delle cose antiche”, consiste nell’esercitarsi secondo l’antico. E l’antico ci parla della luna sull’acqua...





 «È magnifica! Pura e incorrotta. Perfetta e compiuta. 

La luna che alberga nel tuo cuore è la tua innata natura di Buddha.

La luna non può essere bagnata e l'acqua non può essere forgiata. 
La luna è l'innata natura di Buddha e l'acqua è il sé». 



Link al video: Una lezione di spada


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