domenica 6 marzo 2011

Guardandosi allo Specchio


Abbiamo ricevuto da Sensei Enrico Salvi, insegnante della Scuola di Spada Tai-A no Kai di Roma, il seguente articolo che ha  inteso ricollegare all’articolo di Sensei Spongia: ‘Dojo Kun: Il Primo Precetto’ (http://iogkfitalia.blogspot.com/2011/02/dojo-kun-il-primo-precetto.html).
Ringraziamo Sensei Enrico per il suo prezioso contributo.
_________________________________________________




Due domande
a proposito dell’INCHINO (OJIREI )

Com’è noto, lo spazio sacro è uno spazio riservato alla Divinità, alla quale l’uomo rende culto e onore. Inchinandosi, per libera scelta, davanti alla Divinità, l’uomo ne testimonia la trascendenza ed il potere trasformante, ciò escludendo categoricamente un rispetto generico “come da protocollo” o “per buona educazione”, e perciò non veramente impegnativo per la propria interiorità e la propria volontà di cambiamento radicale, che la terminologia cristiana esprime efficacemente con «morte dell’uomo vecchio» e «nascita dell’uomo nuovo». In altri termini, per chi ci tiene a rimanere quello che è, con le sue brave “convinzioni” ben piantate nella testa, l’inchino si riduce ad un atto formale privo di sostanza, che rende la prassi spirituale prevista nello spazio sacro perfettamente inutile se non addirittura ipocrita. Al riguardo, queste le due domande:

KASHIWADE (battito delle mani) e inchino – Guardando nello specchio del mio CUORE, cosa significa per me inchinarmi di fronte al Kamidana in cui è racchiuso lo Specchio sacro?
TOREI, saluto alla Spada – Guardando nello Specchio del mio CUORE, cosa significa per me inchinarmi alla Spada?
  

      Alla luce della premessa, le due domande qui proposte possono costituire un buon incentivo a riflettere, cioè a guardarsi allo Specchio (Yata no Kagami) per conoscersi. È appena il caso di precisare che le risposte vere saranno quelle personali, quindi non basate soltanto sulla ripetizione pedestre (e comoda!) dei motivi canonici dell’Arte della Spada.
     Certamente, l’istruzione teorica (Bun) ha la sua importanza ed anzi è necessaria per orientare il da farsi (Bu); però, nel contempo, per formulare le risposte sarà bene ascoltare con attenzione ciò che risponde la parte più profonda di noi, il famoso CUORE (Shin, Kokoro), il centro donde scaturisce la vita, il grembo in cui si sviluppa, grazie alla Dottrina (il “bianco seme” del Bun) e alla Prassi (il “rosso ovulo” del Bu) ciò che ciascuno… merita! Come dire che l’Arte si difende da sé, tenendo alla lontana gli auto-illusionisti che pretendono di misurarla col metro delle proprie “convinzioni”, accuratamente orchestrate per conciliare il diavolo e l’acqua santa e magari con tutte le più buone intenzioni, delle quali, come si sa, è lastricato l’inferno. E già: è la Spada che conosce l’Arte della Spada e non l’aspirante spadaccino nella cui testa turbina l’alibi perfetto delle proprie “elucubrazioni”. Il quale spadaccino, invece, se vuole cavarne qualcosa di buono, deve (e desidera) sottoporsi  alla Disciplina Bun-Bu  che la Spada esige.

      Tuttavia non è escluso che nel rispondere alle due domande si possa  citare questo o quel punto della Dottrina oppure questo o quell’Autore, ma ciò avrà senso soltanto se il motivo citato ha RISONANZA (YOIN ) nel proprio CUORE e non si limiti ad essere una nozione che alberga nella propria testa. Che, anzi, proprio la testa risulta d’impaccio. A tale riguardo potrà risultare utile considerare quanto si trova in Douglas E. Harding, LA VIA SENZA TESTA (edizioni Ubaldini 1987), un importante testo fra i numerosi consigliati a suo tempo dal nostro Preside Dr. Placido Procesi:

     «È proprio questa illogica, testarda idea che ci siamo messi in testa, l’idea appunto di avere una testa, a confonderci. Ma è proprio quando ci arrendiamo al fatto incontestabile di non avere una testa che tutto torna a posto ».
       
     Capito? Tutto torna a posto se ci sbarazziamo della testa. Dal che si può dedurre che se la testa rimane sul collo tutto va di traverso. Se poi invece di una testa entrano in gioco molte teste…

YOIN


Specchiarsi significa servirsi del simbolo della nostra Scuola,


significa gettare uno sguardo sincero nel CUORE, un’occhiata diretta, quindi ultra-cerebrale, sfrondata da qualsivoglia ghirigoro della mente confusa (per dirla con Takuan), e, coraggiosamente, prendere atto di ciò che vi si trova, anche a costo di scoprire che con l’Arte della Spada poco o nulla ha a che vedere. Ciò costituirebbe comunque un  preziosissimo momento di verità, e perciò si eviterebbe la cosa peggiore che possa capitare ad un uomo: MENTIRE A SE STESSO, magari vedendosi come un leone quando non  è che un (onorevole) micio!

     Mentire a se stessi è un disastro prettamente umano (e anticavalleresco!) attraverso il quale la giustificazione del proprio agire auto-gestionario ed individualista è sempre a portata di mano, e ciò grazie alla testa, che provvede con premurosa prontezza a fornire l’alibi perfetto, la cui sentenza incontestabile insorge imperiosa e stizzosa (s’intende in tutta “umiltà”!): « È come dico io », cioè « come dice la mia testa ». Qui, è indispensabile tenerlo presente, c’è il pericolo tutt’altro che remoto dell’absorzione su “io” e “mio” e, con essa, la preclusione ad essere attraversati almeno da un Raggio di Luce. Ne LA VIA SENZA TESTA,  Harding la mette splendidamente così:

     «Se nel centro stesso del mio universo vi fosse un nucleo, una scatoletta ben chiusa e strettamente personale piena di materiale e processi nervosi, come sarebbe assurdo credere che una cosa tanto minuscola possa racchiudere significativamente il Cosmo e la sua origine e l’intero mistero dell’Essere!».

           Il fatto è che la questione, essendo di natura prettamente spirituale, è assolutamente oltre il “libero pensiero” che scorrazza nella testa del “pensatore”, e che però, se trasformazione deve esserci, ha da essere di-sin-te-gra-to. Infatti, l’Uomo spirituale ha la testa vuota. Anzi, è addirittura senza testa. Il guaio dell’Uomo è proprio la sua testa (potremmo dire il suo “vaso di Pandora”). La Tradizione insegna che lo Spirito, la Luce, cioè la Vita vera, è OLTRE la testa, cioè oltre il prodotto magmatico del cervello. L’atto spirituale per eccellenza, e propedeutico in ordine alla vera conoscenza, è dunque la decapitazione; ragion per cui  le risposte alle due domande dovranno essere quelle provenienti dal CUORE di un decapitato, libero dalla cianfrusaglia appiccicosa di argomentazioni pro domo sua  che gli frullano nella testa.

    Un’ultima precisazione. Specialissimo controllo dovrà attuarsi verso la prolissità delle risposte: non è da escludersi che nel dilungarsi troppo la testa torni di nuovo sul collo per imporsi e far tacere il CUORE.


____________________________________________________________________

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato
senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale
ai sensi della legge n. 62 del 07 Marzo 2011.
_____________________________________________________________________

                                                                        

                                                                               © Iogkf Italia




Nessun commento:

Posta un commento